L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
«Credi davvero che ci sia bisogno di comperare problemi in questa città?» Tanchico era un frutto marcio pronto a cadere al primo soffio di vento. Tutta questa terra disgraziata lo era. Per un momento fu tentata di comperare questa ‘voce’. In teoria lei era a caccia di voci e beni di ogni tipo, e ne aveva anche venduti alcuni. Ma avere a che fare con Gelb le dava il voltastomaco. E i suoi stessi dubbi la spaventavano. «Questo è tutto, mastro Gelb. Sai come contattarmi se trovi un altro di questi.» Toccò la sacca ruvida.
Invece di alzarsi, l’uomo rimase seduto a fissarla, cercando di vedere attraverso la maschera. «Di dove sei, signora Elidar? Il modo in cui parli, tutto strascicato e morbido — chiedo scusa, senza offesa — non riesco a identificarlo.»
«Questo è tutto, Gelb.» Forse fu il tono, o la maschera che tradì io sguardo freddo, ma Gelb balzò in piedi, inchinandosi e balbettando scuse mentre si affannava ad aprire la porta nella parete di merletto.
La donna rimase lì seduta dopo che era andato via per lasciargli il tempo di allontanarsi dal Giardino delle Brezze d’Argento. Qualcuno lo avrebbe seguito, per accertarsi che non l’aspettasse per seguirla a sua volta. Tutto questo essere furtivi e nascondersi la disgustava, desiderava quasi che qualcosa tradisse il suo mascheramento per regalarle finalmente un confronto faccia a faccia.
Una nuova nave stava attraccando nel porto, un perlustratore del Popolo del Mare, con il pennone torreggiante e nuvole di vele. Ne aveva esaminato uno fra quelli che avevano catturato, e avrebbe dato quasi tutto per comandarne uno, anche se sospettava che fosse necessario un equipaggio del Popolo del Mare per ottenere il meglio dal veliero. Gli Atha’an Miere erano ostinati con i giuramenti, non sarebbe stato lo stesso se avesse dovuto comperare la ciurma. Comprare un intero equipaggio nuovo! La quantità di oro che le giungeva con le navi messaggere le dava alla testa.
Raccogliendo la sacca di iuta incominciò ad alzarsi, quindi si sedette nuovamente alla vista di un uomo dalle ampie spalle che si allontanava da un altro tavolo. Capelli scuri, lunghi quasi fino alle spalle, e una barba che gli lasciava il labbro superiore scoperto incorniciavano il viso di Bayle Domon. Naturalmente non era mascherato. Gestiva una dozzina di velieri costieri dentro e fuori Tanchico e apparentemente non gli importava di chi fosse al corrente dei suoi movimenti. Maschera. Non stava pensando con chiarezza. Non l’avrebbe riconosciuta con quella maschera. In ogni caso attese che se ne andasse prima di abbandonare il tavolo. Prima o poi avrebbe dovuto occuparsi dell’uomo, se fosse diventato un pericolo.
Selindrin prese l’oro che Egeanin le offrì con un sorriso mellifluo, mormorando la volontà che continuasse a essere una sua cliente. Con i capelli scuri acconciati in dozzine di freccine, la proprietaria del Giardino delle Brezze d’Argento indossava un abito di seta bianca, sottile quasi come quelli delle servitrici e uno di quei veli trasparenti che facevano sempre venir voglia a Egeanin di chiedere alle donne di Tarabon quali balli sapessero fare. Le danzatrici Shea indossavano quasi gli stessi veli, forse anche qualcosa di più. Eppure, rifletteva Egeanin mentre si avviava verso la strada, la donna aveva una mente acuta, altrimenti non sarebbe stata in grado di muoversi per i bassifondi di Tanchico, rifornendo tutti senza guadagnarsi alcuna ostilità.
Quasi a conferma di questo, un alto uomo con un mantello bianco, tempie grigie, viso duro e sguardo severo, oltrepassò Egeanin per essere accolto da Selindrin. Sul mantello di Jaichim Carridin c’era un sole dorato ricamato all’altezza del petto, con quattro nodi d’oro sotto e un pastorale cremisi dietro. Un Inquisitore della Mano della Luce, un alto ufficiale dei Figli della Luce. Il concetto vero e proprio dei Figli oltraggiava Egeanin, un corpo militare che rispondeva solamente a se stesso. Ma Carridin e le sue centinaia di soldati avevano un certo potere a Tanchico, dove ogni altro tipo di autorità sembrava scarseggiare la maggior parte delle volte. La Vigilanza Civile non perlustrava più le strade e l’esercito — la parte che era ancora leale al re — era troppo impegnato a difendere le fortezze attorno alla città. Egeanin notò che Selindrin non aveva nemmeno guardato la spada al fianco di Carridin. Decisamente quest’uomo aveva potere.
Non appena la donna apparve in strada, i portatori le vennero incontro di corsa con la lettiga, abbandonando il gruppo di quelli in attesa dei loro padroni, e le sue guardie del corpo la circondarono lancia in mano. Erano un gruppo male assortito, alcuni con gli elmetti di acciaio, tre con delle vesti di pelle coperte di lamine di metallo, uomini dal volto rozzo, probabilmente disertori di altri eserciti, ma consapevoli del fatto che continuare ad avere lo stomaco pieno e dell’argento da spendere dipendeva dalla salvezza costante di quella donna. Anche i portatori avevano dei pugnali e dalle fusciacche spuntavano dei manganelli. Nessuno che avesse l’aspetto di un benestante osava uscire in strada senza protezione. In ogni caso, se avesse voluto rischiare, avrebbe solamente attirato l’attenzione su di sé.
Le guardie si aprirono un varco fra la folla senza problemi. La calca vorticava e turbinava nelle strette stradine che risalivano le colline della città, creando delle aree di vuoto attorno alle portantine vegliate dalle guardie di corpo. Si vedevano poche carrozze. I cavalli stavano diventando una stravaganza.
‘Estenuata’ era la sola definizione possibile per la folla che sciamava, estenuata e frenetica. Volti consumati, abiti sciupati, occhi frenetici troppo brillanti, disperati, speranzosi quando sapevano che non c’era speranza. Molti si erano arresi, accovacciati contro le mura, sotto le soglie, mentre stringevano le mogli, i mariti, i figli, non solo esausti, ma logori e inespressivi. A volte si destavano da quel torpore per elemosinare dai passanti una moneta, un pezzo di pane, qualsiasi cosa.
Egeanin teneva gli occhi davanti a sé, fidandosi necessariamente delle guardie del corpo per scoprire eventuali pericoli. Incrociare lo sguardo di un mendicante significava averne almeno una ventina speranzosa attorno alla portantina. Lanciare una moneta avrebbe significato averne attorno almeno cento che acclamavano e piangevano. Egeanin stava già usando parte del denaro delle navi messaggere per finanziare una cucina distributrice di zuppe, come se fosse una del Sangue. Rabbrividì pensando a cosa avrebbe significato la scoperta di un simile sconfinamento della sua posizione. Era come indossare un abito di broccato e radersi la testa.
Tutto questo poteva essere accantonato una volta che Tanchico fosse caduta, tutti sarebbero stati nutriti, ognuno al suo posto. E lei avrebbe potuto abbandonare vestiti e cose per cui non aveva l’esperienza o il gusto e tornare alla sua nave. Almeno Tarabon, e forse l’Arad Doman, erano pronti a ridursi in briciole a un solo tocco, come seta bruciata. Perché la Somma signora Suroth esitava? Perché?
Jaichim Carridin oziava sulla sedia, il mantello aperto sui braccioli lavorati, mentre studiava i nobiluomini di Tarabon che occupavano le altre sedie delle stanze private. Stavano seduti rigidamente con le giubbe ricamate d’oro, le labbra tese sotto maschere elegantemente lavorate per assomigliare a musi di falchi, leoni e leopardi. Aveva altro di cui preoccuparsi che questi tizi, ma riusciva a comportarsi con calma. Erano passati due mesi da quando aveva ricevuto notizia di un cugino trovato scuoiato vivo nella sua camera da letto, tre da quando la sorella più piccola, Dealda, era stata portata via dalla sua festa nuziale da un Myrddraal. Il maggiordomo di famiglia scriveva incredulo, angosciato da tutte le disgrazie che stavano ricadendo sulla casata Carridin. Due mesi. Sperava che Dealda fosse morta rapidamente. Si diceva che le donne non restassero sane di mente a lungo, fra le mani dei Myrddraal. Due interi mesi. Chiunque altro all’infuori di Jaichim Carridin avrebbe sudato sangue.
Ogni uomo aveva in mano un calice d’oro colmo di vino, ma non c’erano camerieri presenti. Li aveva serviti Selindrin prima di andarsene assicurandoli che non sarebbero stati disturbati. Infatti non c’era nessun altro a questo piano, il più alto del Giardino delle Brezze d’Argento. Due uomini che erano giunti con i nobili — membri della guardia del corpo del re, a meno che Carridin non avesse indovinato male — stavano in piedi davanti alle scale per garantire la riservatezza.