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Presagi di tempesta

Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:

Аннотация

I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.
Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
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Quelle parole, ripetute nella sua testa, aiutarono a tenere a bada il panico nel pensare a un altro giorno ancora in questa cella. Cosa avrebbe fatto senza i sogni di ogni notte a mantenerla sana di mente? Di nuovo pensò al povero Rand, rinchiuso in una cassa. Lei e lui condividevano qualcosa, ora. Un’affinità che andava oltre un’infanzia comune nei Fiumi Gemelli. Avevano sofferto entrambi le punizioni di Elaida. E questo non aveva spezzato nessuno dei due.

Non c’era altro da fare tranne aspettare. Verso mezzogiorno, avrebbero aperto le porte e l’avrebbero trascinata fuori per essere picchiata. Non sarebbe stata Silviana a impartire la punizione. Le percosse erano viste come un premio, una compensazione per le Sorelle Rosse che dovevano passare tutta la giornata sedute nei sotterranei a sorvegliarla.

Dopo essere stata picchiata, Egwene sarebbe tornata nella cella e le sarebbe stata data una ciotola di insipida farina d’avena. Giorno dopo giorno era sempre lo stesso. Ma lei non si sarebbe spezzata, in particolare non mentre poteva trascorrere le notti nel Tel’aran’rhiod. In effetti, per molti versi, quelli erano i suoi giorni — passati libera e operosa — mentre queste erano le sue notti, nell’oscurità inerte. Era questo che si ripeteva.

Il mattino trascorse lento. Finalmente delle chiavi sferragliarono e una girò nell’antico lucchetto. La porta si aprì e un paio di snelle Sorelle Rosse si trovavano all’esterno, a malapena delle sagome, la luce così inconsueta per Egwene da non riuscire a farle distinguere le loro fattezze. Le Rosse la afferrarono rudemente per le braccia, anche se lei non opponeva mai resistenza. La tirarono fuori e la gettarono a terra. Egwene udì la cinghia mentre una se la faceva schioccare contro la mano pregustando le frustate, e lei si fece forza in attesa dei colpi. L’avrebbero sentita ridere, proprio come ogni altro giorno.

«Aspettate» disse una voce.

Le braccia che tenevano a terra Egwene si irrigidirono. Egwene si accigliò, la guancia premuta contro le fredde piastrelle del pavimento. Quella voce… era quella di Katerine.

Lentamente, le Sorelle che tenevano ferma Egwene allentarono la stretta, tirandola in piedi. Lei sbatte le palpebre, abbagliata dalla luce brillante delle lampade, per trovare Katerine in piedi nel corridoio a poca distanza, con le braccia incrociate. «Deve essere liberata» disse la Rossa, suonando stranamente tronfia.

«Cosa?» domandò una delle aguzzine di Egwene. Mentre i suoi occhi si abituavano alla luce, Egwene riuscì a vedere che si trattava dell’allampanata Barasine.

«U Amyrlin si è resa conto che sta punendo la persona sbagliata» disse Katerine. «Il fallimento non va attribuito del tutto a questo… insetto di una novizia, ma a colei che doveva guidarla.»

Egwene scrutò Katerine. E poi tutto scattò al suo posto. «Silviana» disse.

«Proprio così» disse Katerine. «Se le novizie sono fuori controllo, la colpa non dovrebbe forse ricadere su colei che doveva addestrarle?»

Dunque Elaida si era resa conto di non poter dimostrare che Egwene era un Amico delle Tenebre. Sviare l’attenzione su Silviana era una mossa scaltra. Se Elaida fosse stata punita per aver usato il Potere per picchiare Egwene, ma Silviana fosse stata punita molto di più per aver lasciato che Egwene andasse fuori controllo, questo avrebbe salvato la faccia all’Amyrlin.

«Ritengo che l’Amyrlin abbia compiuto una scelta saggia» disse Katerine. «Egwene, d’ora in poi dovrai essere… istruita solo dalla maestra delle novizie.»

«Ma a quanto hai detto è Silviana ad aver fallito» disse Egwene, confusa.

«Non Silviana» ribatte Katerine; il suo compiacimento parve crescere ancora di piu’. «La nuova maestra delle novizie.»

Egwene fissò gli occhi in quelli della donna. «Ah» disse. «E credi di riuscire dove Silviana ha fallito?»

«Vedrai.» Katerine si voltò e si avviò lungo il corridoio piastrellato. «Portatela ai suoi alloggi.»

Egwene scosse il capo. Elaida era più competente di quanto aveva creduto. Aveva capito che la prigionia non stava funzionando e aveva trovato un capro espiatorio da punire al suo posto. Ma proprio Silviana, rimossa dalla sua posizione come maestra delle novizie? Quello sarebbe stato un colpo al morale della Torre stessa, poiche molte Sorelle consideravano Silviana una maestra delle novizie esemplare.

Le Rosse iniziarono con riluttanza ad accompagnare Egwene verso gli alloggi delle novizie, ora nella loro nuova posizione al ventiduesimo piano. Parevano irritate di aver perduto l’opportunità di picchiarla.

Lei le ignorò. Dopo aver passato così tanto tempo rinchiusa, essere semplicemente in grado di camminare le dava una sensazione stupenda. Non era libertà , non con un paio di guardie, ma di certo le sembrava tale! Luce! Non era certa di quanti altri giorni sarebbe riuscita a sopportare in quell’umido buco di cella!

Ma aveva vinto. Quella consapevolezza stava appena iniziando a farsi strada nella sua mente. Aveva vinto. Aveva resistito alla peggior punizione che Elaida potesse concepire e ne era uscita vittoriosa! L’Amyrlin sarebbe stata punita dal Consiglio ed Egwene sarebbe stata libera.

Ogni corridoio familiare sembrava risplendere con una luce di congratulazioni, e ogni suo passo pareva come la marcia vittoriosa di mille uomini sul campo di battaglia. Aveva vinto! La guerra non era finita, ma questa battaglia andava a Egwene. Salirono alcune scale, poi entrarono nei settori più popolati della Torre. Presto vide un gruppo di novizie passare; sussurrarono fra loro nel vedere Egwene, poi si allontanarono sparpagliandosi.

Nel giro di alcuni minuti, la piccola processione di Egwene con le sue due guardie parve incrociare sempre più persone nei corridoi. Sorelle di tutte le Ajah, all’apparenza affaccendate… eppure i loro passi rallentavano mentre osservavano Egwene passare. Le Ammesse, nei loro abiti a strisce, reagivano in modo molto più esplicito: si fermavano agli incroci, rimanendo a bocca aperta mentre Egwene veniva condotta via. Negli occhi di tutte loro c’era sorpresa. Perche era libera? Parevano tese. Era forse successo qualcosa di cui Egwene non era al corrente?

«Ah, Egwene» disse una voce mentre superavano un corridoio. «Eccellente, sei già libera. Vorrei parlarti.»

Egwene si voltò sconcertata nel vedere Saerin, la risoluta Adunante Marrone.

La cicatrice sulla guancia della donna la faceva sempre sembrare molto piu’… intimidatoria di parecchie altre Aes Sedai, un’aria accentuata dalle ciocche canute di capelli, che indicavano la sua età avanzata. Poche Sorelle della Marrone potevano essere descritte come intimidatorie, ma Saerin faceva sicuramente parte di quel gruppo selezionato.

«La stiamo portando alle sue stanze» disse Barasine.

«Bene, parlerò con lei mentre lo fate» replicò Saerin con calma.

«Lei non deve…»

«Osi negarlo a me, Rossa? A un’Adunante?» chiese Saerin. Barasine arrossì. «All’Amyrlin non piacerà saperlo.»

«Allora corri a riferirglielo» disse Saerin. «Mentre io discuto alcune questioni importanti con la giovane al’Vere.» Squadrò le Rosse. «Fateci un po’ di spazio, per cortesia.»

Le due Rosse non riuscirono a intimidirla, quindi si fecero indietro. Egwene osservò incuriosita. Pareva che l’autorità dell’Amyrlin — in effetti, quella della sua intera Ajah — fosse in qualche modo diminuita. Saerin si voltò verso Egwene e le fece un gesto, e le due iniziarono a camminare assieme per il corridoio, con le Sorelle Rosse che le seguivano a una certa distanza.

«Corri un rischio facendoti vedere a parlare con me in questo modo» disse Egwene.

Saerin tirò su col naso, «in questi giorni, anche solo lasciare i propri alloggi è un rischio. Sto diventando troppo frustrata dagli eventi per preoccuparmi ancora delle sottigliezze.» Si interruppe, poi lanciò un’occhiata a Egwene. «Inoltre, essere vista in tua compagnia può valere il rischio, in questi giorni. Volevo stabilire qualcosa.»

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