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Presagi di tempesta

Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:

Аннотация

I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.
Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
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Lei avrebbe portato le Aes Sedai della Torre Bianca al suo fianco. Elaida sarebbe caduta. Ma in caso contrario… Allora Egwene avrebbe fatto tutto il necessario per preservare la gente e il mondo di fronte a Tarmon Gai’don.

Si allontanò dal campo, con tende, solchi e strade vuote che svanivano. Di nuovo, non fu certa di dove la sua mente l’avrebbe portata. Viaggiare a questo modo nel Mondo dei Sogni — lasciare che fosse la necessità a indirizzarla — poteva essere pericoloso, ma anche molto illuminante. In questo caso, non cercava un oggetto, ma conoscenza. Cosa le serviva sapere, cosa le serviva vedere?

I suoi paraggi divennero indistinti, poi di colpo tornarono nitidi. Si trovava nel mezzo di un piccolo accampamento, con del fuoco che covava sotto la cenere in una buca davanti a lei e un sottile filo di fumo che oscillava verso il cielo. Questo era strano. Il fuoco di solito era troppo effimero per riflettersi nel Tel’aran’rhiod. Non c’erano vere fiamme, malgrado il fumo e il bagliore arancione che riscaldava le lisce pietre di fiume che circondavano la buca. Egwene lanciò un’occhiata in alto, verso il cielo tempestoso troppo scuro. Quel temporale silenzioso era un’altra anomalia nel Mondo dei Sogni, anche se era diventata così comune di recente che lei ormai non la notava quasi piu’. C’era qualcosa che potesse essere definito normale in questo luogo?

Sconcertata, notò dei carri variopinti attorno a lei, verdi, rossi, gialli e arancione. C’erano un momento prima? Si trovava in un’ampia radura all’interno di una foresta di spettrali pioppi bianchi. Il sottobosco era folto, dove sottile erba selvatica faceva spuntare i suoi fili in chiazze frastagliate. Una strada ricoperta di vegetazione serpeggiava fra gli alberi alla sua destra; i carri variopinti erano disposti in un anello attorno al fuoco. Vernici vivide coloravano i lati di quei veicoli squadrati, che avevano tetti e pareti come minuscoli edifici. I buoi non si riflettevano nel Mondo dei Sogni, ma piatti, tazze e cucchiai apparvero, poi svanirono dai posti accanto alla buca del fuoco o sui sedili del carro.

Era un accampamento dei Girovaghi, i Tuatha’an. Perche questo posto? Egwene camminò oziosamente attorno alla buca del fuoco, guardando i carri, con la loro patina di vernice mantenuta fresca e priva di incrinature o macchie. Questo convoglio era molto più piccolo di quello che lei e Perrin avevano visitato così tanto tempo fa, ma le dava la stessa sensazione. Poteva quasi sentire i flauti e i tamburi, poteva quasi immaginare che quei bagliori dal fuoco fossero le ombre di uomini e donne che ballavano. I Tuatha’an danzavano ancora, con quel cielo così carico di malinconia, i venti così forieri di cattive notizie? Che posto potevano avere in un mondo che si preparava alla guerra? Ai Trolloc non importava nulla della Via della Foglia. Questo gruppo di Tuatha’an stava cercando di nascondersi dall’Ultima Battaglia?

Egwene si accomodò sui gradini laterali di un carro, che era voltato in modo da essere di fronte alla vicina buca del fuoco. Per un momento, lasciò che il suo abito mutasse in un semplice vestito verde di lana dei Fiumi Gemelli, molto simile a quello che lei aveva indossato durante il suo tempo passato in visita presso i Girovaghi. Fissò in quelle fiamme inesistenti, ricordando e ponderando. Cos’era accaduto ad Aram, Raen e Ila? Probabilmente erano al sicuro da qualche parte in un accampamento simile a questo, aspettando di vedere cosa avrebbe fatto Tarmon Gai’don al mondo. Egwene sorrise, ripensando a quei giorni in cui aveva amoreggiato e danzato con Aram sotto lo sguardo torvo di disapprovazione di Perrin. Quelli erano stati tempi più facili, anche se i Calderai erano sempre sembrati in grado di rendere le cose più semplici per se stessi.

Sì, questo gruppo avrebbe ancora ballato. Avrebbero danzato fino al giorno in cui il Disegno si fosse consumato nelle fiamme, che avessero trovato o meno la loro canzone, che i Trolloc avessero devastato o meno il mondo o che il Drago Rinato l’avesse distrutto.

Si era permessa di perdere di vista le cose che erano più preziose? Perche combatteva con tanta foga per ottenere la Torre Bianca? Per il potere? Per l’orgoglio? O perché pensava davvero che fosse meglio per il mondo? Si sarebbe prosciugata nel combattere questa battaglia?

Aveva scelto — o avrebbe scelto — la Verde e non l’Azzurra. La differenza non era solo che le piaceva il modo in cui le Verdi resistevano e combattevano; pensava che le Azzurre fossero troppo focalizzate. La vita era più complicata di un’unica causa. Consisteva nel vivere. Nel sognare, ridere e danzare.

Gawyn era nell’accampamento delle Aes Sedai. Egwene diceva di aver scelto la Verde per la sua aggressiva determinazione: era l’Ajah da battaglia. Ma una parte più segreta, più onesta di se stessa, ammetteva che anche Gawyn era stato un movente per la sua decisione. Nell’Ajah Verde, sposare il proprio Custode era pratica comune. Egwene avrebbe avuto Gawyn come suo Custode. E come suo marito.

Lei lo amava. Lo avrebbe legato a se. Quei desideri del suo cuore erano meno importanti del destino del mondo, vero, ma erano comunque importanti.

Egwene si alzò dagli scalini mentre il suo vestito si trasformava di nuovo nell’abito bianco e argento dell’Amyrlin. Fece un passo avanti e lasciò che il mondo mutasse.

Si ritrovò davanti alla Torre Bianca. Alzò gli occhi al cielo, facendoli scorrere per tutta la lunghezza di quel pinnacolo alto, eppure comunque poderoso. Anche se il cielo si rimestava in un tumulto nero, qualcosa proiettava un’ombra dalla Torre, e cadeva direttamente su Egwene. Era forse una qualche sorta di visione? La Torre la rendeva insignificante, ed Egwene ne sentiva il peso, come se fosse lei a tenerla eretta. Spingendo contro quei muri, impedendo che si crepassero e crollassero.

Rimase lì per un lungo istante, col cielo che ribolliva e il pinnacolo perfetto della Torre che gettava la sua ombra su di lei. Fissò la sua sommità , cercando di decidere se era il momento di lasciarla cadere e basta.

No, pensò di nuovo. No, non ancora. Qualche altro giorno.

Chiuse gli occhi, poi li aprì sull’oscurità. All’improvviso il suo corpo esplose di dolore, il suo posteriore percosso dalla cinghia fino a essere escoriato, le sue braccia e gambe rattrappì te per essere stata costretta a giacere rannicchiata nella piccola cella. Odorava di paglia vecchia e muffa, e lei seppe che se il suo naso non vi fosse stato abituato, avrebbe avvertito anche il lezzo del proprio corpo non lavato. Represse un gemito: c’erano delle donne lì fuori, che la sorvegliavano e mantenevano lo schermo su di lei. Non avrebbe permesso che la udissero lamentarsi, nemmeno nella forma di un gemito.

Si mise a sedere, con indosso lo stesso abito da novizia che aveva messo alla cena di Elaida. Le maniche del vestito erano rigide per il sangue rappreso, e questo scricchiolava mentre si muoveva, raschiando contro la sua pelle. Era disidratata: non le davano mai abbastanza acqua. Ma lei non si lamentava. Nessun grido, nessun pianto, nessuna supplica. Si costrinse a mettersi a sedere nonostante il dolore, sorridendo fra se per come si sentiva. Incrociò le gambe, poi si appoggiò all’indietro e, uno a uno, stirò i muscoli delle braccia. Poi si alzò in piedi e si incurvò, stiracchiando schiena e spalle. Infine si stese sulla schiena e allungò le gambe in aria, sussultando mentre queste si lamentavano. Era necessario che rimanesse sciolta. Il dolore non era nulla. Nulla a paragone del pericolo in cui si trovava la Torre Bianca. Si rimise a sedere a gambe incrociate e trasse profondi respiri, ripetendo a se stessa che voleva essere rinchiusa in questa stanza. Poteva scappare se lo desiderava, ma rimaneva. In questo modo indeboliva Elaida. Rimanendo dimostrava che qualcuno non si sarebbe inchinato e avrebbe accettato in silenzio la caduta della Torre Bianca. Questa prigionia significava qualcosa.

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