Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
L’odore all’interno era il familiare aroma pungente di orzo, quasi tanto forte da sormontare il lezzo della città e oltre. Piccole sagome indistinte si mossero furtivamente nelle ombre di fronte alla luce di Annoura. Perrin avrebbe potuto vedere meglio senza di essa, o quantomeno più in profondità nel buio. La sfera luccicante proiettò una vasta pozza di luce, separando quello che si trovava oltre. Lui percepì odore di gatti, più selvatici che no. E anche ratti. Un improvviso squittio nelle nere profondità del magazzino, subito interrotto, indicò che un gatto aveva incontrato un ratto. C’erano sempre ratti nei granai, e gatti che davano loro la caccia. Era confortante e normale. Quasi sufficiente a placare il suo disagio. Quasi. Percepì qualcos’altro, un odore che avrebbe dovuto conoscere. Un feroce miagolio in profondità nel magazzino si tramutò in acute grida di dolore che morirono all’improvviso. A quanto pareva, i ratti di So Habor a volte si vendicavano. I peli sul collo di Perrin cercarono di rizzarsi di nuovo, ma di certo qui non c’era nulla che il Tenebroso avrebbe voluto spiare. La maggior parte dei ratti erano solo ratti.
Non ci fu bisogno di addentrarsi molto. Sacchi scadenti riempivano l’oscurità, in alte pile pendenti sopra basse pedane di legno per tenerli sollevati dal pavimento di pietra. File e file di cumuli impilati quasi fino al soffitto, e probabilmente lo stesso valeva per il piano di sopra. Quantomeno, in questo edificio era conservato ancora abbastanza grano da nutrire la sua gente per settimane. Dirigendosi verso il sacco più vicino, conficcò il suo coltello in un sacco marrone pallido, tagliando fino in fondo le dure fibre di iuta. Una pioggia di chicchi d’orzo si riversò fuori. E, nitide nel bagliore della brillante luce di Annoura, delle macchioline nere che si contorcevano. Larve del grano, numerose quanto i chicchi d’orzo. Il loro odore era più forte di quello dell’orzo. Larve. Desiderò che i peli sulla nuca smettessero di tentare di rizzarsi. Il freddo avrebbe dovuto essere sufficiente a uccidere le larve. Quell’unico sacco era una prova sufficiente, e il suo naso ora distingueva l’odore delle larve, ma si spostò verso una pila, poi un’altra e un’altra ancora, ogni volta aprendo un sacco col suo coltello. Da ognuno si spande a terra un fiotto di orzo marrone e larve nere. I mercanti erano accalcati sulla porta, il sole alle loro spalle, ma la luce di Annoura mise in netto rilievo i loro volti. Facce preoccupate. Facce disperate.
«Saremmo più che lieti di passare al setaccio ogni sacco che vendiamo» disse comare Arnon in tono incerto. «Solo per una minima maggiorazione di...»
«Per metà dell’ultimo prezzo da me offerto» la interruppe bruscamente Berelain. Arricciando il naso dal disgusto, allontanò le sue gonne dalle larve che zampettavano fra il grano sul pavimento. «Non le toglierete mai tutte.»
«E niente miglio» disse Perrin in tono cupo. I suoi uomini avevano bisogno di cibo, e così i soldati, ma i chicchi di miglio erano a malapena più grandi delle larve. Potevano setacciare quanto volevano, ma avrebbero comunque ottenuto larve e miglio in eguai misura.
«Prenderemo più fagioli, invece. Ma anche quelli andranno passati al setaccio.»
All’improvviso qualcuno in strada urlò. Non un gatto o un ratto, ma un uomo in preda al terrore. Perrin non si rese nemmeno conto di aver estratto la sua ascia finché non si ritrovò l’impugnatura in mano mentre si faceva strada a spintoni fra i mercanti sulla soglia. Si erano stretti assieme ancor di più, umettandosi le labbra e non cercando neanche di vedere chi aveva urlato.
Kireyin era addossato contro il muro di un magazzino dall’altro lato della strada, il suo elmetto lucente con la piuma bianca per terra sul selciato accanto alla sua coppa di vino. La spada dell’uomo era per metà fuori dal fodero, ma lui sembrava paralizzato, che fissava con occhi strabuzzati la parete dell’edificio da cui Perrin era appena uscito. Perrin gli toccò il braccio e lui sussultò.
«C’era un uomo» disse il Ghealdano, incerto. «Era proprio lì. Mi ha guardato e...» Kireyin si strofinò una mano sulla faccia. Nonostante il freddo, del sudore gli luccicava sulla fronte. «È passato attraverso il muro. L’ha fatto. Devi credermi.» Qualcuno gemette; uno dei mercanti, pensò Perrin.
«Anch’io ho visto quell’uomo» disse Seonid dietro di lui, e fu il suo turno di sobbalzare. Il suo naso era inutile in questo posto!
Dando un’ultima occhiata al muro che Kireyin aveva indicato, l’Aes Sedai si allontanò da esso con palpabile riluttanza. I suoi Custodi erano uomini alti, che torreggiavano sopra di lei, ma si tenevano solo a distanza sufficiente per avere spazio per estrarre le spade. Anche se Perrin non riusciva a immaginare cosa dovessero combattere quei Custodi dallo sguardo torvo, se Seonid diceva sul serio.
«Trovo difficile mentire, lord Perrin» disse Seonid con voce asciutta quando lui si mostrò dubbioso, ma il suo tono divenne presto serio come il suo viso e i suoi occhi, talmente penetranti che da soli cominciarono a far sentire Perrin a disagio. «I morti camminano per So Habor. Lord Cowlin ha abbandonato la città per paura dello spirito di sua moglie. Sembra che ci siano stati dei dubbi su come sia morta. Non c’è uomo o donna nella città che non abbia visto una persona morta, e molti ne hanno vista più d’una. Alcuni dicono il tocco dei morti abbia ucciso della gente. Non sono in grado di verificarlo, ma alcune persone sono morte di spavento, e altre di conseguenza. Nessuno va in giro di notte a So Habor, o entra in una stanza senza preavviso. La gente si avventa contro le ombre o qualunque cosa li colga di sorpresa con quello che trova a portata di mano, e talvolta trova il proprio marito, moglie o vicino morto ai suoi piedi. Questa non è isteria o una storiella per spaventare i bambini, lord Perrin. Non ho mai sentito nulla del genere, ma è reale. Devi lasciar qui una di noi per fare il possibile.»
Perrin scosse lentamente il capo. Non poteva permettersi di perdere una Aes Sedai se doveva liberare Faile. Comare Arnon cominciò a piangere ancor prima che lui dicesse: «So Habor dovrà affrontare i suoi morti da sola.»
Ma la paura dei morti era una spiegazione solo fino a un certo punto. Forse la gente era troppo spaventata per pensare di lavarsi, ma pareva improbabile che la paura colpisse tutti a quel modo. Pareva che non gliene importasse più nulla. E le larve che prosperavano in inverno, in un freddo gelido? C’era di peggio a So Habor degli spiriti che camminavano, e ogni istinto dentro di lui gli diceva di andarsene a rotta di collo, senza guardarsi indietro. Desiderava davvero poterlo fare.
27
Ciò che dev’essere fatto
Le operazioni di setaccio ebbero luogo sull’innevata sponda orientale, dove non c’era nulla a riparare dal pungente vento del nord. Uomini e donne dalla città trasportavano i sacchi oltre i ponti in carri trainati da quattro cavalli e carretti da uno solo, e perfino con carriole spinte a mano. Di norma gli acquirenti portavano i propri carri ai magazzini , o nel peggiore dei casi il grano e i fagioli secchi dovevano essere trasportati fino al molo, ma Perrin non aveva intenzione di mandare i suoi carrettieri dentro So Habor. O nessun altro, se era per quello. Qualunque cosa non andasse in quella città, poteva essere contagiosa. Comunque, i carrettieri erano già a disagio così, guardando accigliati la gente della città, persone che non parlavano mai, ma ridevano nervosamente quando incontravano per caso lo sguardo di qualcuno. I mercanti dai volti sporchi che sovrintendevano ai lavori non erano meglio. A Cairhien, la nazione di cui erano nativi i carrettieri, i mercanti erano persone pulite e rispettabili, perlomeno esteriormente, che di rado si agitavano bruscamente quando qualcuno si muoveva ai margini della loro visuale. Fra mercanti con la tendenza a guardare con sospetto chiunque non conoscessero e cittadini che riattraversavano di malavoglia i ponti, chiaramente riluttanti a tornare dentro le proprie mura, i carrettieri erano sulle spine. Si radunarono in piccoli capannelli, uomini e donne pallidi abbigliati di scuro, che tenevano le mani serrate sull’elsa dei pugnali che portavano alla cintura e scrutavano gli alti abitanti del luogo come se fossero dei folli assassini. Perrin cavalcava attorno lentamente, osservando come procedeva il setaccio, esaminando le file di carri che si estendevano fin sull’altura e fuori vista in attesa di essere caricati, oppure i carri grandi e piccoli e le carriole della città che procedevano lungo i ponti. Si assicurò di essere in bella vista. Non era certo del perché farsi vedere tranquillo potesse calmare i nervi della sua gente, tuttavia pareva che fosse così. Abbastanza da non cominciare a correre, perlomeno, anche sé continuavano a guardare in cagnesco i cittadini di So Habor. Anche questi ultimi si mantenevano a distanza, ed era meglio così. Se la gente di Cairhien avesse sentito dire che alcune di queste persone potevano non essere vive, la metà di loro avrebbe frustato i cavalli del suo carro per scappare in quel preciso istante. E molti di quelli rimasti avrebbero potuto non aspettare che facesse buio. Quel genere di racconto poteva abbindolare chiunque, giunta la notte. Il timido sole, quasi nascosto dalla coltre grigia, si trovava ancora a metà del suo percorso verso lo zenit, tuttavia era sempre più ovvio che avrebbero dovuto trascorrere la notte lì. Forse più di una. La sua mascella si accavallò dallo sforzo di non digrignare i denti, e perfino Neald prese a evitare le sue occhiatacce. Non parlò in malo modo a nessuno, però. Voleva solo farlo.