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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Setacciare era un procedimento laborioso. Fino all’ultimo sacco doveva essere aperto e svuotato in canestri di vimini grandi e piatti, e per ciascuno di essi ci volevano due persone per agitare le granaglie o i fagioli. Il vento freddo portava via le larve in una pioggia di macchioline nere, e uomini e donne provvisti di ventagli a due mani contribuivano alle raffiche. Una rapida corrente spazzava via tutto quello che veniva sospinto nel fiume, ma presto la neve sulla sponda venne calpestata e la poltiglia grigia coperta da uno strato di insetti morti o morenti per il freddo, nonché da una generosa patina di avena e orzo punteggiati di fagioli rossi. C’era sempre un nuovo strato a rimpiazzare quello che i piedi schiacciavano nella neve. Quello che rimaneva nei canestri pareva più pulito, anche se non del tutto, quando veniva versato di nuovo nei rozzi sacchi di iuta, che erano stati rivoltati e battuti forte con bastoni dai bambini per scrollare via i parassiti. I sacchi riempiti di nuovo andavano nei carri dei Cairhienesi non appena le sommità venivano annodate, ma le pile di quelli vuoti crescevano a un ritmo prodigioso.

Perrin era appoggiato sul pomello della sella di Resistenza, cercando di calcolare se ci volessero due carichi interi dai magazzini per riempire uno dei suoi carri di grano, quando Berelain gli si accostò sulla sua giumenta, tenendo il suo mantello scarlatto chiuso contro il vento con una mano guantata di rosso. Annoura arrestò il suo cavallo a pochi passi di distanza, il suo volto senza età liscio e indecifrabile. L’Aes Sedai pareva concedere loro una certa riservatezza, tuttavia era abbastanza vicina da udire qualunque cosa più forte di un sussurro anche senza trucchi col Potere. Volto liscio o meno, il suo naso aquilino oggi le conferiva un aspetto da predatore. Le sue trecce con perline assomigliavano alla cresta abbassata di qualche strana aquila.

«Non puoi salvare tutti» disse calma Berelain. Lontano dal puzzo della città, il suo odore era pungente di urgenza e affilato di rabbia.

«Alle volte devi scegliere. So Habor è compito di lord Cowlin. Lui non aveva il diritto di abbandonare la sua gente.» Non era arrabbiata con lui, dunque.

Perrin si accigliò. Lei pensava che lui si sentisse colpevole? Messi sulla bilancia contro la vita di Faile, i problemi di So Habor non smuovevano i piatti di un capello. Ma lui voltò il suo baio in modo da guardare le grigie mura della città al di là del fiume, non i fanciulli dagli occhi vacui che impilavano i sacchi vuoti. Un uomo faceva quello che poteva. Quello che doveva. «Annoura ha un’opinione su cosa stia accadendo qui?» bofonchiò. Piano, ma in qualche modo non aveva dubbi che l’Aes Sedai avesse udito.

«Non ho idea di cosa pensi Annoura» replicò Berelain, non facendo alcuno sforzo per abbassare la propria voce. Non solo non le importava crii potesse essere in ascolto: voleva essere udita. «Non è più disponibile come un tempo. Come pensavo fosse un tempo. Sta a lei aggiustare quello che ha rotto.» Senza guardare la Aes Sedai, si voltò e cavalcò via.

Annoura rimase indietro, occhi immobili sul volto di Perrin. «Tu sei ta’veren, sì, ma sei solo un filo nel Disegno, come me. Alla fine, persino il Drago Rinato è soltanto un filo da intrecciare nel Disegno. Nemmeno un filo ta’veren sceglie come essere intrecciato.»

«Quei fili sono persone» disse Perrin in tono stanco. «Talvolta forse le persone non vogliono essere intrecciate nel Disegno senza avere voce in capitolo.»

«E tu pensi che questo faccia qualche differenza?» Non attendendo una risposta, lei sollevò le redini e spronò la sua giumenta bruna dalle caviglie snelle dietro Berelain, a un galoppo che fece svolazzare il mantello alle sue spalle.

Non era l’unica Aes Sedai a voler scambiare qualche parola con Perrin.

«No» rispose deciso a Seonid dopo averla ascoltata, dando delle pacche sul collo a Resistenza. Era il suo cavaliere ad aver bisogno di essere calmato, però. Voleva andarsene lontano da So Habor. «Ho detto no e intendo no.»

Lei sedette rigida sulla sua sella, una donna minuta e pallida intagliata nel ghiaccio. Tranne i suoi occhi, scuri tizzoni ardenti, e il fatto che trasudava una furia oltraggiata che a malapena riusciva a trattenere. Seonid era blanda come latte annacquato con le Sapienti, ma lui non era una Sapiente. Dietro di lei, lo scuro volto di Alharra era una roccia, del grigio che striava i suoi ricci capelli neri come brina. La faccia di Wynter era rossa sopra i suoi baffi ricurvi. Dovevano accettare quello che succedeva fra la loro Aes Sedai e le Sapienti, ma Perrin non era... Il vento faceva svolazzare attorno i loro mantelli da Custode, lasciando le mani libere per le spade, nel caso ne avessero avuto bisogno. Increspandosi nel vento, i mantelli mutarono in tonalità di grigio e marrone, azzurro e bianco. Era più facile da sopportare che vederli far sparire parti di un uomo. Un po’ più facile.

«Se devo, manderò Edarra a riportarti indietro» la avvertì. Il viso di lei rimase freddo, i suoi occhi roventi, tuttavia fu attraversata da un tremito che fece dondolare la piccola gemma bianca che le pendeva sulla fronte. Non per paura di quello che le Sapienti avrebbero fatto se avessero dovuto portarla indietro, solo per l’offesa da parte di Perrin, che rese il suo odore come una spina uncinata. Si stava abituando a offendere le Aes Sedai. Non una consuetudine da uomini saggi, ma pareva che non ci fosse modo di evitarlo.

«E tu?» chiese a Masuri. «Anche tu vuoi rimanere a So Habor?»

La donna esile era nota per andare dritti al punto, diretta come una Verde nonostante fosse una Marrone, ma disse calma: «Non manderesti Edarra anche per me? Ci sono parecchi modi per servire, e non possiamo sempre scegliere quelli che vorremmo.» Il che, a pensarci bene, poteva essere il punto, in un certo senso. Perrin non aveva ancora idea del perché lei avesse fatto visita a Masema in segreto. Forse sospettava che lui sapesse? Il volto di Masuri era una maschera mite. Kirklin mostrava un’espressione annoiata, ora che erano fuori da So Habor. Riusciva a sembrare ingobbito pur stando seduto sulla sella eretto, senza una preoccupazione al mondo o un pensiero in testa. Chi avesse pensato questo di Kirklin sarebbe stato decisamente in errore. I cittadini lavoravano meccanicamente mentre il sole saliva più in alto, come gente che voleva perdersi nel compito che aveva per le mani temendo di essere sopraffatta dai ricordi una volta che si fosse fermata. Perrin decise che So Habor lo stava facendo volare troppo di fantasia. Nondimeno, pensava di avere ragione. L’aria oltre le mura pareva ancora troppo fioca, come se la città fosse coperta da una nube che la offuscava.

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