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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Roba leggera, per essere definita il vostro vino migliore,» disse alla donna con voce nasale e guardandola con aria altezzosa «ma potrebbe lavar via la puzza.» Lei lo fissò priva di espressione, poi andò a prendere un’alta caraffa di peltro che portò al suo tavolo senza dire una parola. Apparentemente Kireyin scambiò il suo silenzio per rispetto. Mastro Crossin, il tizio nella giacca macchiata di cibo, svitò i coperchi dei contenitori di legno e versò sul tavolo campioni privi di pula del grano che avevano da offrire in mucchietti, miglio giallo e avena marrone, l’orzo di un bruno appena più scuro. Non ci sarebbe stata pioggia prima del raccolto. «La migliore qualità, come puoi vedere» disse.

«Sì, la migliore.» Il sorriso scivolò via dal volto di comare Arnon, e lei lo mostrò di nuovo con uno sforzo. «Vendiamo solo la migliore.»

Per gente che decantava la propria mercanzia come la migliore, non parevano contrattare molto. Perrin in patria aveva visto uomini e donne vendere la tosatura della lana e il tabacco a mercanti giunti da Baerlon, e loro screditavano sempre le offerte degli acquirenti, a volte lamentandosi che stavano cercando di ridurli sul lastrico quando il prezzo era due volte quello dell’anno precedente, o perfino lasciando intendere che avrebbero potuto aspettare fino all’anno successivo per vendere. Era una danza tanto intricata quanto quelle di un giorno di festa.

«Suppongo che potremmo abbassare ulteriormente il prezzo per una quantità tanto ingente» disse un uomo dall’incipiente calvizie a Berelain, grattandosi la barba striata di grigio. Era tagliata corta, e tanto untuosa da aderirgli al mento. Solo a guardarlo, anche a Perrin veniva voglia di grattarsi la propria.

«È stato un inverno duro» borbottò una donna dal viso tondo. Solo due degli altri mercanti si preoccuparono di rivolgerle un’occhiataccia. Perrin appoggiò la sua coppa di vino su un tavolo accanto e si avvicinò al capannello nel mezzo della stanza. Annoura gli scoccò un penetrante sguardo d’avvertimento, ma diversi mercanti lo fissarono con curiosità. E con cautela. Gallenne aveva fatto di nuovo le presentazioni, ma a questa gente non era del tutto chiaro dove si trovasse Mayene con esattezza o quanto fosse potente, e per loro i Fiumi Gemelli significavano solo buon tabacco. Il tabacco dei Fiumi Gemelli era rinomato dappertutto. Se non fosse stato per la presenza di una Aes Sedai, i suoi occhi avrebbero potuto farli scappare. Tutti si azzittirono quando Perrin raccolse una manciata di miglio, le minuscole sfere lisce e di un vivido giallo nel suo palmo. Quel grano era la prima cosa pulita che aveva visto in città. Lasciando che i chicchi si spargessero di nuovo sul tavolo, prese il coperchio di uno dei contenitori. La filettatura intagliata nel legno era precisa e come nuova. Il coperchio avrebbe chiuso il contenitore ermeticamente. Gli occhi di comare Arnon scivolarono via dai suoi e lei si umettò le labbra.

«Voglio vedere il grano nei magazzini» disse. Metà delle persone al tavolo si agitò bruscamente.

Comare Arnon si tirò in piedi, infuriata. «Noi non vendiamo quello che non abbiamo. Puoi osservare i nostri braccianti caricare ogni sacco sui tuoi carri, se vuoi trascorrere ore al freddo.»

«Anch’io stavo per proporre una visita ai magazzini» si inserì Berelain. Alzandosi, prese i suoi guanti rossi dalla cintura e cominciò a infilarseli. «Non comprerei mai del grano senza aver visto prima il magazzino.»

Comare Arnon si afflosciò. L’uomo calvo mise la testa sul tavolo. Nessuno disse nulla, però. I mercanti scoraggiati non si preoccuparono di andare a prendere i loro mantelli prima di condurli in strada. La brezza si era intensificata fino a diventare vento, freddo come solo quello invernale poteva essere quando la gente stava già pregustando la primavera, ma loro parvero non notarlo. Le loro spalle ingobbite non avevano nulla a che fare col freddo.

«Possiamo andare adesso, lord Perrin?» chiese Flann ansioso quando Perrin e gli altri comparvero. «Questo posto mi mette voglia di fare un bagno.» Annoura nel passare gli scoccò un’occhiataccia che lo fece trasalire come uno dei mercanti. Flann cercò di risponderle con un sorriso tranquillizzante, ma fu un magro sforzo e troppo in ritardo e non riuscì a rivolgerlo ad altro che alla sua schiena.

«Non appena sarà possibile» rispose Perrin. I mercanti si stavano già affrettando lungo la strada, con le teste basse e senza guardare nessuno. Berelain e Annoura riuscivano a stare loro dietro senza che sembrassero correre, procedendo l’una con la stessa compostezza dell’altra, due signore eleganti fuori per una passeggiata, che non si curavano del sudiciume sotto i loro piedi, o del lezzo nell’aria, o della gente lurida che incrociandole le fissava e alle volte scappava via più in fretta che poteva. Gallenne aveva infine indossato il suo elmo e teneva apertamente l’elsa della spada con entrambe le mani, pronto a estrarla. Kireyin portava il proprio elmo contro l’anca, l’altra mano occupata dalla sua coppa di vino. Osservando con sprezzo la gente dal volto sporco che si affrettava lì attorno, annusò il vino come se fossero dei sali per cacciare via il fetore della città.

I magazzini erano situati in una strada lastricata poco più larga di un carro, fra le due mura di cinta cittadine. L’odore era meno forte qui, vicino al fiume, ma le strade battute dal vento erano vuote eccezion fatta per Perrin e gli altri. I cani scomparivano quando una città era ridotta alla fame, ma perché mai una città con tanto grano da vendere poteva trovarsi in quella situazione? Perrin indicò un magazzino a due piani scelto a caso, non dissimile da qualunque altro, un edificio di pietra privo di finestre con un’ampia coppia di porte di legno tenute chiuse da una sbarra anch’essa di legno che alla Chiatta dorata avrebbe potuto fungere da trave per il soffitto.

I mercanti si ricordarono all’improvviso di essersi dimenticati di portare degli uomini per sollevare le sbarre. Si offrirono di tornare indietro a prenderli. Lady Berelain e Annoura Sedai potevano riposarsi di fronte al fuoco alla Chiatta dorata nel frattempo. Erano certi che comare Vadere avrebbe acceso un fuoco. Le loro lingue ammutolirono quando Perrin mise una mano sotto la spessa trave e la sollevò dai supporti in legno. Quell’affare era pesante, ma lui indietreggiò reggendolo per avere spazio per girarsi e gettarlo in strada con uno schianto. I mercanti lo fissarono stupefatti. Era probabile che fosse la prima volta che vedevano un uomo in una giacca di seta fare qualcosa che poteva essere definito lavoro. Kireyin roteò gli occhi e annusò di nuovo il suo vino.

«Lanterne» disse debolmente comare Arnon. «Ci serviranno lanterne o torce, se...»

Un sfera di luce apparve fluttuando sopra la mano di Annoura, emettendo un bagliore tanto brillante nel grigio mattino da proiettare deboli ombre di ognuno sul selciato e sui muri di pietra. Alcuni dei mercanti sollevarono le mani per schermarsi gli occhi. Dopo un momento, mastro Crossin aprì la porta dando uno strattone a un anello di ferro.

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