Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
Cosa doveva rispondere a quelle parole un uomo senza suonare come un completo zuccone?
In ogni caso, gli altri si stavano già assiepando in prossimità dei cancelli, anche se non in una formazione ordinata, ora. Wynter e Alharra tallonavano Seonid come cani da guardia male assortiti, uno chiaro, l’altro scuro, ed entrambi pronti a squarciare gole in un batter d’occhio. Di certo avevano familiarità con So Habor. Kirklin, cavalcando accanto a Masuri, non pareva disposto nemmeno ad attendere che quell’occhio battesse: la sua mano era appoggiata sull’elsa della spada. Kireyin aveva una mano sul naso e uno sguardo torvo negli occhi che diceva che qualcuno l’avrebbe pagata per avergli fatto odorare questo lezzo. Anche Medore e Lattati parevano nauseati, ma Balwer si limitò a guardarsi attorno, inclinando la testa, poi condusse entrambi in una stradina laterale che conduceva a nord. Come aveva detto Berelain, ormai erano lì.
Gli stendardi colorati sembravano decisamente fuori posto mentre Perrin cavalcava attraverso le ristrette strade tortuose della città. Alcune erano piuttosto ampie per le dimensioni di So Habor, ma parevano compresse, come se gli edifici di pietra da entrambi i lati in qualche modo incombessero più alti dei loro due o tre piani e, per di più, fossero sul punto di crollare sulle loro teste. L’immaginazione le faceva sembrare anche fiocamente illuminate. Doveva essere l’immaginazione. Il cielo non era così grigio. Le persone riempivano lo sporco lastricato di pietra, ma non abbastanza da tener conto di tutte le fattorie abbandonate nella zona, e tutti andavano di fretta, a testa bassa. Non si precipitavano verso qualcosa, ma lontano da qualcosa. Nessuno guardava nessun altro. Con un fiume praticamente alle loro porte, si erano anche dimenticati come lavarsi. Perrin non vedeva una faccia senza uno strato di sporcizia o un indumento che non pareva essere stato indossato per meno di una settimana, e per un duro lavoro nel fango. Il fetore non fece che peggiorare quanto più si addentrarono nella città. Supponeva che ci si potesse abituare a tutto, col tempo. La cosa peggiore era la quiete. I villaggi erano silenziosi, a volte, anche se non così immobili come i boschi, ma in una città c’era sempre un debole mormorio, il suono di negozianti che mercanteggiavano e gente che se ne andava in giro per i propri affari. So Habor non sussurrava nemmeno. Pareva a malapena respirare.
Ottenere indicazioni migliori era difficile, dal momento che molte persone schizzavano via se rivolgevano loro la parola, ma alla fine smontarono davanti a quella che sembrava una locanda prospera, tre piani di pietre grigie ben allineate sotto un tetto d’ardesia, con un’insegna appesa fuori ad annunciare LA CHIATTA DORATA. Il cartello aveva perfino un tocco di doratura sulle lettere e sul grano impilato alto e scoperto sulla chiatta, come non sarebbe mai stato se avesse dovuto viaggiare per davvero. Non apparve nessuno stalliere dalle scuderie accanto alla locanda, perciò i portabandiera dovettero provvedere ai cavalli, un compito che non li rese felici. Tod mise così tanta attenzione nello scrutare i flussi di gente sporca che si affrettava lungo la strada e ad accarezzare l’elsa della sua spada corta, che per poco Resistenza non gli staccò un paio di dita quando lui prese le redini dello stallone. Pareva che il Mayenese e il Ghealdano desiderassero avere lance, invece di stendardi. Flann sembrava solo avere lo sguardo stralunato. Malgrado il sole del mattino, la luce pareva ombrosa. Entrare nella locanda non migliorò le cose.
A una prima occhiata, la sala comune confermava la prosperità della locanda, con tondi tavoli lucidati, vere e proprie sedie al posto delle panche e un alto soffitto di travi robuste. Le pareti erano dipinte con campi d’orzo, avena e miglio, che maturavano sotto un sole splendente, e un orologio dipinto con colori vividi si trovava sulla mensola intagliata sopra un ampio caminetto di pietra bianca. Il focolare era freddo, e l’aria gelida quasi quanto l’esterno. L’orologio era scarico e la lucidatura smorzata. Su ogni cosa c’era uno strato di polvere. Le uniche persone nella stanza erano sei uomini e cinque donne stretti alle loro bevande attorno a un tavolo ovale, più grande degli altri, posto nel mezzo della sala.
Uno degli uomini balzò in piedi con un’imprecazione, il volto che impallidiva sotto lo sporco, quando Perrin e gli altri entrarono. Una donna grassoccia con flosci capelli untuosi si portò la coppa di peltro alla bocca e provò a tracannarla così veloce che si versò il vino sul mento. Forse erano i suoi occhi. Forse.
«Cos’è successo in questa città?» chiese Annoura con decisione, gettando indietro il suo mantello come se un fuoco stesse ardendo nel caminetto. Lo sguardo calmo che fece passare fra le persone al tavolo le gelò tutte quante. All’improvviso Perrin si rese conto che né Masuri né Seonid l’avevano seguito dentro. Dubitava fortemente che stessero aspettando in strada con i cavalli. Cosa stessero facendo assieme ai loro Custodi era un mistero.
L’uomo che era balzato in piedi diede uno strattone al colletto della sua giacca con un dito. Quella giacca una volta era stata di eccellente lana blu, con una fila di bottoni dorati fino al collo, ma pareva che ci avesse rovesciato del cibo sul davanti per un po’ di tempo. Forse più di quello che aveva ingurgitato lui. Era un altro la cui pelle pendeva floscia. «S-successo, Aes Sedai?» balbettò.
«Sta’ zitto, Mycal!» si affrettò a esclamare una donna smunta. Il suo abito scuro era ricamato sull’alto colletto e lungo le maniche, ma lo sporco rendeva i colori incerti. I suoi occhi erano infossati. «Cosa ti fa pensare che sia successo qualcosa, Aes Sedai?»
Annoura avrebbe continuato, ma Berelain si inserì quando l’Aes Sedai fece per aprire di nuovo bocca. «Stiamo cercando i mercanti di grano.» L’espressione di Annoura non mutò, ma la sua bocca si richiuse con un sonoro schiocco.
Le persone attorno al tavolo si scambiarono lunghe occhiate. La donna smunta studiò Annoura per un momento, passando velocemente a Berelain e ovviamente considerando le sete e le gocce di fuoco. E il diadema. Allargò le sue gonne in una riverenza. «Siamo la gilda dei mercanti di So Habor, mia signora. Quello che rimane di...»
Interrompendosi, trasse un profondo, tremante respiro. «Sono Rahema Arnon, mia signora. Come possiamo servirti?»
I mercanti parvero rasserenarsi un po’ nell’apprendere che i loro visitatori erano venuti per grano e altre cose che potevano fornire, olio per lampade e per cucinare, fagioli e aghi e chiodi per ferri di cavallo, stoffa e candele e un’altra dozzina di cose di cui l’accampamento aveva bisogno. Perlomeno divennero un po’ meno timorosi. Qualunque mercante normale che avesse udito la lista di Berelain avrebbe dovuto reprimere un sorriso avido, ma questo gruppetto...
Comare Arnon urlò alla locandiera di portare del vino – «il vino migliore; presto, su; presto» – ma quando una donna dal naso lungo fece capolino esitante nella sala comune, comare Arnon dovette precipitarsi ad afferrarla per la manica sudicia per impedire che scomparisse di nuovo. Il tizio con la giacca macchiata di cibo chiamò qualcuno di nome Sperai perché portasse dei campioni, ma dopo aver gridato tre volte senza ottenere alcuna risposta, proruppe in una risata nervosa e schizzò in una stanza sul retro, per tornare un momento dopo con tre grossi contenitori cilindrici che appoggiò sul tavolo, ancora ridendo nervosamente. Gli altri esibirono un assortimento di sorrisi forzati mentre indicavano con inchini e riverenze un posto a sedere per Berelain a capo del tavolo ovale, uomini e donne dai volti untuosi che continuavano a grattarsi apparentemente senza rendersene conto. Perrin si infilò i guanti d’arme dietro la cintura e restò in piedi contro una parete dipinta a osservare.
Avevano convenuto di lasciare le contrattazioni a Berelain. Era disposta ad ammettere, pur riluttante, che lui ne sapeva di più sulla carne di cavallo, ma lei aveva negoziato trattati che coprivano la vendita di produzioni annuali di olio di pesce. Annoura aveva mostrato un lieve sorriso alla proposta che un campagnolo arricchito potesse partecipare. Non lo chiamava a quel modo – poteva rivolgersi a lui come ‘mio signore’ con altrettanta cortesia quanto Masuri o Seonid – tuttavia era chiaro che riteneva che alcune faccende andassero chiaramente oltre le sue capacità. Non stava sorridendo in quel momento, in piedi dietro Berelain e intenta a studiare i mercanti come per memorizzarne le facce. La locandiera portò del vino, in calici di peltro che avevano visto uno strofinaccio per l’ultima volta settimane prima se non mesi, ma Perrin si limitò a scrutare nel suo e a rimestare la coppa. Comare Vadere, la locandiera, aveva sporco sotto le unghie e incastrato fra le nocche come parte della sua pelle. Perrin notò che anche Gallenne, in piedi con la schiena contro la parete opposta e con una mano sull’elsa della sua spada, si limitava a tenere in mano la coppa, e Berelain la sua non la toccò nemmeno. Kireyin annusò il suo vino, poi lo tracannò e disse a gran voce a comare Vadere di portargliene una caraffa.