Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
«Stiamo perdendo tempo» disse Perrin. «Apri il passaggio, Neald.»
L’Asha’man gli rivolse un sogghigno e accarezzò i suoi baffi incerati – Neald sogghignava fin troppo da quando erano stati trovati gli Shaido; forse non vedeva l’ora di venire a uno scontro con loro – fece un sogghigno e un gesto ampolloso con una mano. «Come tu comandi» disse con voce allegra, e la familiare sferzata di luce argentea comparve, allargandosi in un buco nell’aria.
Senza aspettare nessun altro, Perrin vi cavalcò attraverso giungendo in un campo ammantato di neve, circondato da un muricciolo di pietra, in una campagna ondulata che pareva quasi priva di alberi, paragonata alla foresta che si era lasciato alle spalle; si trovava solo a poche miglia da So Habor, a meno che Neald non avesse commesso un errore sostanziale. In tal caso, Perrin pensò che avrebbe potuto strappargli dalla faccia quegli stupidi baffi. Come faceva quell’uomo a essere allegro?
Presto, però, stava cavalcando a ovest sotto un plumbeo cielo nuvoloso lungo una strada innevata, con i carri dalle alte ruote che procedevano in fila dietro di lui e le ombre del primo mattino che si allungavano davanti a loro. Resistenza strattonò le redini, bramando correre, ma Perrin lo mantenne a un’andatura costante, non più veloce di quella che riuscivano a mantenere i cavalli da tiro. I Mayenesi di Gallenne dovettero attraversare i campi accanto alla strada per mantenere il loro anello attorno a lui e Berelain, e questo implicò oltrepassare i muretti di pietra grezza che dividevano un campo dall’altro. Alcuni avevano dei cancelli tra la proprietà di un contadino e un’altra, probabilmente per consentire di condividere le bestie per l’aratura, ma superarono altri saltandoli presuntuosamente con i pennacchi delle lance che svolazzavano, rischiando le zampe degli animali e i propri colli. Per la verità, di quegli ultimi a Perrin importava poco.
Wil e i due stolti che recavano la testa di lupo e l’aquila rossa si unirono al portabandiera mayenese dietro le Aes Sedai e i Custodi, ma gli altri uomini dei Fiumi Gemelli si disposero in fila fiancheggiando la linea dei carri. C’erano fin troppi carretti perché venti uomini li potessero sorvegliare, tuttavia i carrettieri si sarebbero sentiti più a loro agio nel vederli. Non che qualcuno si aspettasse dei briganti, o degli Shaido, se era per quello, ma nessuno si sentiva al sicuro fuori dalla protezione dell’accampamento. In ogni caso, qui sarebbero stati in grado di vedere qualunque minaccia molto prima che li raggiungesse. Le basse colline ondulate non consentivano una visuale molto distante, ma era un territorio agricolo, con solide case di pietra dal tetto di paglia e granai sparpagliati fra i campi, e non c’erano zone selvagge da nessuna parte. Perfino la maggior parte delle macchie di alberi abbarbicati ai pendii erano boschi cedui per la legna da ardere. Ma quello che Perrin notò all’improvviso fu che la neve sulla strada davanti a lui non era fresca, tuttavia le uniche tracce erano quelle dell’avanguardia di Gallenne. Nessuno si muoveva attorno a quelle case e a quei granai scuri; non c’era fumo che si levava da nessuno degli spessi camini. La campagna pareva del tutto immobile e vuota. I peli dietro il suo collo si mossero, come per rizzarsi.
Un’esclamazione da una delle Aes Sedai gli fece lanciare un’occhiata sopra la spalla e seguire il dito di Masuri che indicava a nord una sagoma che volava in cielo. A un primo sguardo poteva essere confusa con un grosso pipistrello, che si librava verso est su lunghe ali palmate, un pipistrello ben strano con quel collo lungo e una lunga coda sottile che si trascinava dietro. Gallenne sbraitò un’imprecazione e premette il proprio cannocchiale contro l’occhio. Perrin poteva vedere bene la creatura anche senza aiuto, e perfino distinguere la figura di un essere umano aggrappato alla sua schiena, che la montava come fosse un cavallo.
«Seanchan» mormorò Berelain, e sia la sua voce sia il suo odore erano preoccupati.
Perrin si girò sulla sella per osservare il volo della creatura finché il bagliore del sole non lo costrinse a distogliere lo sguardo. «Non ha nulla a che fare con noi» disse. Se Neald aveva commesso un errore, l’avrebbe strangolato.
26
A So Habor
Come al solito, Neald, che era dovuto restare a mantenere aperto il passaggio finché Kireyin e i Ghealdani non l’avevano attraversato, aveva collocato il buco nell’aria molto vicino a dove puntava. Lui e Kireyin li raggiunsero al galoppo proprio mentre Perrin arrivava in cima a un’altura e si fermava con la città di So Habor di fronte a sé, sull’altra sponda di un piccolo fiume sormontato da un paio di ponti ad arco in legno. Perrin non era un soldato, ma seppe fin da subito perché Masema aveva lasciato in pace quel posto. Addossata al fiume, la città aveva due imponenti cinte murarie di pietra costellate di torri, quella interna più alta di quella esterna. Un paio di chiatte erano assicurate a un lungo molo che correva lungo l’argine del fiume da ponte a ponte, tuttavia gli ampi cancelli dei ponti, rinforzati con liste di ferro e ben chiusi, parevano gli unici accessi in quella distesa di scabra pietra grigia, sormontata da bastioni per tutta la sua lunghezza. Costruita per tenere alla larga avidi nobili confinanti, So Habor avrebbe avuto scarso timore della marmaglia del Profeta perfino se fossero giunti a migliaia. A chiunque avesse voluto irrompere nella città sarebbero occorse macchine d’assedio e pazienza, e Masema era più a proprio agio nel terrorizzare cittadine e villaggi privi di mura o difese.
«Be’, sono lieto di vedere gente sulle mura laggiù» disse Neald.
«Stavo cominciando a pensare che chiunque in questo paese fosse morto e sepolto.» Pareva che stesse scherzando solo in parte, e il suo sogghigno sembrava forzato.
«Sempre che siano abbastanza vivi da vendere grano» mormorò Kireyin nella sua voce nasale annoiata. Si slacciò l’elmo argenteo con piume bianche e lo appoggiò sull’alto pomello della sua sella. Il suo sguardo superò Perrin e si soffermò brevemente su Berelain prima di girarsi per rivolgersi alle Aes Sedai nel medesimo tono stanco.
«Abbiamo intenzione di starcene seduti qui o di andare laggiù?»
Berelain inarcò un sopracciglio nella sua direzione, un’occhiata pericolosa, che ogni uomo con un po’ di cervello avrebbe notato. Kireyin non la notò.
I peli sul collo di Perrin stavano ancora tentando di rizzarsi, ancor di più ora che aveva visto la città. Forse era solo la parte di lui che era lupo, a cui le mura non piacevano. Ma credeva di no. La gente in cima alle mura li indicò e qualcuno teneva in mano dei cannocchiali. Quelli, perlomeno, sarebbero stati in grado di distinguere chiaramente gli stendardi. Tutti avrebbero potuto vedere i soldati, con i pennacchi sulle lance che sventolavano con la brezza mattutina. E quei pochi primi carri che si estendevano lungo la strada fin fuori dalla loro visuale. Forse tutta la gente delle fattorie era ammassata in città. «Non siamo venuti qui per starcene seduti» disse.
Erano state Berelain e Annoura a stabilire il metodo di approccio a So Habor. Il lord o la lady del luogo aveva di certo sentito dei saccheggi degli Shaido non molte miglia a nord della loro posizione, e poteva anche aver udito della presenza del Profeta nell’Altara. Una qualunque di queste voci era sufficiente a rendere chiunque cauto; assieme, potevano far arrivare la gente a scagliare frecce prima di chiedere ai loro bersagli di farsi riconoscere. In ogni caso, era altamente improbabile che in un primo momento avrebbero accolto soldati stranieri attraverso i loro cancelli. I lancieri rimasero spiegati lungo l’altura, a mostrare che questi visitatori possedevano una forza armata degna di nota perfino se sceglievano di non impiegarla. Non che So Habor sarebbe stata troppo impressionata da un centinaio di uomini, ma le armature brunite dei Ghealdani e quelle rosse delle Guardie Alate lasciavano intendere che quei visitatori non erano truffatori vagabondi. Gli uomini dei Fiumi Gemelli non avrebbero impressionato nessuno finché non li avessero visti utilizzare i loro archi, perciò rimasero indietro coi carri, per rinfrancare lo spirito dei carrettieri. Era tutta un’elaborata messinscena senza senso, come un uccello che arruffa le penne, ma Perrin era un fabbro di campagna, anche se lo chiamavano lord. La Prima di Mayene e una Aes Sedai avrebbero saputo come comportarsi in una situazione del genere.