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La corona di spade

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La corona di spade
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Rand distolse lo sguardo, che si posò su un vassoio coperto da un panno che si trovava sul tavolo. Solo pensare al cibo gli dava la nausea. Nandera non avrebbe dovuto lasciar entrare nessuno, che fosse folgorata! E Min meno che mai. Non lo aveva detto apertamente, ma aveva detto nessuno! «Min, io... non so cosa dire. Io...»

«Pastore, sembri un pezzo di carne che i cani si sono contesi. Adesso capisco perché Alanna era tanto agitata, anche se non so come facesse a esserne al correte. Mi ha praticamente implorato di venire a parlare con te, dopo che le Fanciulle l’hanno mandata via per la quinta volta. Nandera non avrebbe fatto entrare nemmeno me se non fosse stata in agitazione per il fatto che non stai mangiando e, in ogni caso, ho dovuto pregarla un po’. Mi sei debitore, campagnolo.»

Rand si fece indietro. Gli tornarono in mente immagini di sé stesso. Lui che le strappava i vestiti di dosso, che la prendeva come un animale. Le doveva molto più di quanto avrebbe mai potuto ripagare. Si passò una mano fra i capelli e si costrinse a guardarla. Adesso si era seduta a gambe incrociate sulla sedia, con le mani sulle ginocchia. Come faceva a guardarlo e rimanere così calma? «Min, non ci sono scuse per ciò che ho fatto. Se esistesse giustizia, dovrei finire al patibolo. Se potessi mi passerei la corda intorno al collo io stesso. Giuro che lo farei.» Quelle parole avevano un sapore amaro. Lui era il Drago Rinato e lei avrebbe dovuto attendere che giustizia venisse fatta dopo l’Ultima Battaglia. Quanto era stato sciocco il suo desiderio di sopravvivere a Tarmon Gai’don! Non lo meritava affatto.

«Di cosa stai parlando, pastore?» chiese lentamente Min.

«Di quello che ti ho fatto» grugnì lui. Come aveva potuto? E soprattutto a lei? «Min, so quanto dev’essere duro per te trovarti nella stessa stanza con me.» Come osava ricordare la morbidezza della pelle di Min, la dolcezza della sensazione del suo corpo? Dopo che le aveva strappato via i vestiti... «Non avrei mai pensato di essere un tale mostro, un animale.» Ma lo era. Si odiava per ciò che le aveva fatto e si odiava ancor di più perché voleva farlo ancora. «La sola scusa che ho è la follia. Cadsuane aveva ragione. Sento delle voci. Credevo fosse Lews Therin. Puoi... No. No, non ho il diritto di chiederti di perdonarmi, ma tu devi comunque capire che sono dispiaciuto, Min.» Lo era davvero. E le mani fremevano dal desiderio di carezzarle la schiena, le natiche, i fianchi. Era davvero un mostro. «Sono estremamente dispiaciuto. Almeno adesso lo sai..»

Min era rimasta immobile e lo fissava come se non l’avesse mai visto prima. Adesso poteva anche smettere di fingere di essere calma. Poteva dirgli quello che davvero pensava di lui, e per quanto sarebbe stato brutto, non lo sarebbe mai stato abbastanza.

«Allora è per questo che mi hai tenuta alla larga» disse alla fine Min. «Adesso ascoltami bene, testa di rapa, zuccone. Ero pronta a piangere fino a ridurmi in polvere perché avevo visto un morto di troppo e tu stavi per fare lo stesso, per lo stesso motivo. Quello che abbiamo fatto, mio agnellino innocente, è stato confortarci a vicenda. Gli amici si confortano in momenti del genere. Chiudi la bocca, contadino dei Fiumi Gemelli.»

Rand lo fece, ma solo per deglutire. Temeva che gli occhi gli sarebbero caduti sul pavimento. Quasi si strozzò mentre ripeteva quelle parole. «Conforto? Min, se la Cerchia delle Donne a casa ci sentisse definire conforto quello che è successo, si metterebbero in fila per spellarci, anche se fossimo cinquanta persone!»

«Almeno adesso parli al plurale» rispose cupa Min, poi si alzò e si diresse verso di lui agitando un dito minaccioso. «Pensi che io sia una bambola, contadino? Pensi che io sia troppo stupida per farti capire se non volessi essere toccata? Pensi che non avrei potuto fartelo capire senza mezzi termini?» Con la mano libera estrasse un pugnale da sotto la giubba, lo fece volteggiare e lo ripose senza mai rallentare. «Mi sembra di ricordare di averti strappato di dosso la camicia perché non te la stavi sfilando abbastanza in fretta per i miei gusti. Giusto per dimostrarti quanto poco volessi le tue braccia intorno a me! Ho fatto con te ciò che non avevo mai fatto con un altro uomo — e non pensare che non mi fossi mai sentita tentata! — e tu credi di essere il solo responsabile di tutto! Come se io non fossi stata presente!»

Rand colpì una sedia con i talloni e si accorse solo in quel momento che aveva indietreggiato per allontanarsi da lei. Min lo fissò torva e mormorò: «Non credo che mi piaccia il modo in cui mi stai guardando in questo momento.» A un tratto gli diede un calcio negli stinchi, gli piantò entrambe le mani sul petto e lo spinse. Rand cadde sulla sedia con tale forza che la fece quasi capovolgere. I riccioli di Min ondeggiarono quando la ragazza scosse il capo e si aggiustò la giubba di broccato.

«Forse è come dici tu, Min, ma...»

«Niente forse. È come dico io, pastore» lo interrupe lei decisa. «E se ti azzardi di nuovo a dire qualcosa di diverso, farai meglio a chiamare le Fanciulle o a incanalare, per quanto ti servirà, perché ti prenderò a pugni per tutta la stanza fino a quando non implorerai pietà. Hai bisogno di raderti. E di fare un bagno.»

Rand sospirò. Perrin aveva un matrimonio così sereno, con una moglie sorridente e gentile. Perché sembrava che lui attirasse solo donne che lo facevano girare come una trottola? Se solo avesse conosciuto le donne bene quanto le conosceva Mat avrebbe saputo cosa rispondere, ma invece era capace solo di goffaggini. «In ogni caso,» disse con cautela «c’è una sola cosa che posso fare.»

«E quale sarebbe?» Min incrociò le braccia sotto al seno e incominciò a battere il piede a terra in maniera molto minacciosa, ma Rand sapeva che era la cosa giusta da fare.

«Mandarti via.» Proprio come aveva fatto con Elayne e Aviendha. «Se avessi un minimo di controllo non avrei mai...» Il piede incominciò a battere più velocemente. Forse era meglio stare zitto. Confortare? Luce!

«Min, chiunque mi sia vicino è in pericolo. I Reietti non sono i soli che farebbero del male a qualcuno che mi è caro per nuocere a me. E ora sono anche io un problema. Non riesco più a controllare i miei nervi. Min, ho quasi ucciso Perrin! Cadsuane aveva ragione. Sto diventando pazzo, se non lo sono già. Devo mandarti via di modo che tu possa essere in salvo.»

«Chi è questa Cadsuane?» chiese Min, con una tale calma che Rand si stupì quando vide che stava ancora battendo il piede a terra. «Alanna ne parla come se fosse la Creatrice delle Sorelle. No. Non rispondere, non m’interessa.» Non gli aveva comunque lasciato il tempo per parlare. «Non m’importa nemmeno di Perrin. Faresti del male a me come lo faresti a lui. Io credo che quella vostra gran lite in pubblico fosse solo una messa in scena, ecco. Non m’importa dei tuoi nervi e non m’importa se sei pazzo. Non puoi esserlo del tutto, altrimenti non ti preoccuperesti tanto. Quello che invece m’importa...»

Min si piegò fino a quando quei grossi occhi scuri raggiunsero i suoi, non una gran distanza, e Rand vide di colpo una luce talmente furibonda in quello sguardo che abbracciò saidin, pronto a difendersi. «Mandarmi via per essere al sicuro?» gridò la ragazza. «Come osi? Che diritto hai di mandarmi via? Hai bisogno di me, Rand al’Thor! Se ti dicessi solo parte delle visioni che ho avuto su di te, la metà dei tuoi capelli si arriccerebbe e l’altra cadrebbe a terra! E tu osi mandarmi via! Lasci che le Fanciulle corrano tutti i rischi che vogliono e vuoi mandarmi via come una bambina?»

«Non amo le Fanciulle.» Mentre fluttuava nel vuoto privo di emozioni, Rand sentì le proprie parole lasciargli la bocca e lo stupore fece crollare il vuoto e scomparire saidin.

«Bene» rispose Min tirandosi su. Un lieve sorriso le fece incurvare le labbra. «Allora la discussione è chiusa.» Detto questo si sedette in grembo a Rand.

Aveva detto che lui non avrebbe mai fatto del male a Perrin come non l’avrebbe fatto a lei, ma adesso Rand doveva farle del male. Doveva, per il suo stesso bene. «Amo anche Elayne» disse senza mezzi termini. «E Aviendha. Vedi che cosa sono?» Stranamente, quelle dichiarazioni non sembrarono sconcertarla affatto.

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