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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Rhuarc, in piedi allo scoperto a circa quattrocento passi dalla montagnola, con il velo abbassato, era il solo Jindo in vista. Questo naturalmente non significava che non ce ne fossero. Rand diresse il cavallo accanto a Rhuarc e smontò. Il capoclan continuò a studiare l’edificio di pietra.

«Le capre» spiegò Aviendha preoccupata. «Gli incursori non si sarebbero lasciati dietro nessuna capra. Molte sono sparite, ma sembra quasi che al gregge sia stato consentito di sparpagliarsi.»

«Quattro giorni» concordò Rhuarc senza spostare gli occhi dagli edifici «o ne sarebbero rimaste di più. Perché non esce nessuno? Dovrebbero essere in grado di vedermi e riconoscermi.» Si avviò verso le costruzioni e non fece alcuna obiezione quando Rand si unì a lui in groppa a Jeade’en. Aviendha aveva una mano sul pugnale, e Mat, che le cavalcava alle spalle, teneva la lancia con il manico nero come se si aspettasse di doverla usare.

La porta era di legno rozzo, alcune assi corte e strette unite fra loro. Alcuni dei robusti sostegni erano rotti, spaccati da asce. Rhuarc esitò un momento prima di spingerla per aprirla. Guardò appena all’interno, per poi rivolgere lo sguardo sul paesaggio circostante.

Rand infilò la testa nella costruzione. Non c’era nessuno. L’interno, con la luce che entrava a raggi dalle feritoie per gli arcieri, era un’unica stanza e chiaramente non un’abitazione, solo un riparo per i pastori e una difesa in caso di attacchi. Non c’erano mobili, tavoli o sedie. Un camino sopraelevato si trovava sotto un foro fuligginoso per il fumo praticato sul soffitto. L’ampia crepa sul retro aveva degli scalini scolpiti nella roccia grigia. Il posto era stato saccheggiato. Letti e coperte, pentole, tutto era sparpagliato a terra, fra cuscini e guanciali squarciati. Un liquido era stato sparso ovunque, sulle pareti e anche sul soffitto, e si era asciugato diventando nero.

Quando Rand si accorse di cosa si trattava, scattò indietro, con la spada forgiata dal Potere che gli apparve in mano anche prima che ci pensasse. Sangue. Così tanto sangue. Qui si era verificato un macello, feroce più di qualsiasi cosa riuscisse a immaginare. Nulla si muoveva là fuori tranne le capre.

Aviendha uscì alla stessa velocità con cui era entrata. «Chi?» si chiese incredula con i larghi occhi azzurro verdi colmi di oltraggio. «Chi farebbe una cosa simile? Dove sono i corpi?»

«Trolloc» mormorò Mat. «A me sembra opera dei Trolloc.»

La donna sbuffò disgustata. «I Trolloc non entrano nella terra delle Tre Piegature, abitante delle terre bagnate. Solo ad alcuni chilometri dalla Macchia e raramente. Ho sentito che chiamano la terra delle Tre Piegature la Terra della Morte. Noi cacciamo i Trolloc, abitante delle terre bagnate, non sono loro a darci la caccia.»

Nulla si muoveva. Rand rilasciò la spada, spingendo via saidin. Era difficile. La dolcezza del Potere era quasi abbastanza da sopraffare la sensazione di sporco della contaminazione, la gaiezza assoluta era quasi abbastanza per far sì che non gli importasse. Mat aveva ragione, qualsiasi cosa dicesse Aviendha, ma era un lavoro vecchio, i Trolloc erano andati via. Trolloc nel deserto, in un luogo dove si era recato anche lui. Non era così sciocco da crederla una coincidenza. Ma se si convincono che io lo sia, forse diventeranno più imprudenti, pensò.

Rhuarc fece cenno ai Jindo di avanzare — sembrò che sorgessero dal terreno — e qualche attimo dopo apparvero gli altri, gli Shaido, i carri degli ambulanti e il gruppo delle Sapienti. La voce di quanto era stato trovato si diffuse rapidamente e fra gli Aiel la tensione divenne palpabile. Si muovevano come se si aspettassero un attacco imminente, forse da uno di loro. Gli esploratori si sparsero in ogni direzione. Mentre toglievano i finimenti ai muli, i conducenti dei cani si guardavano intorno nervosi e sembravano pronti a gettarsi sotto ai carri al primo grido.

Per un po’ tutto fu come in un formicaio agitato. Rhuarc si assicurò che gli ambulanti allineassero i carri al limitare del campo dei Jindo. Couladin divenne torvo, perché in quel modo ogni Shaido che volesse commerciare sarebbe dovuto andare dai Jindo, ma non discusse. Forse anche lui capiva che in questo momento una tale reazione avrebbe fatto danzate le lance. Gli Shaido montarono le tende a meno di un quarto di chilometro di distanza, come sempre con le Sapienti fra loro. Le Sapienti esaminarono l’interno dell’edificio, come anche Moiraine e Lan, ma se avevano raggiunto delle conclusioni, non le comunicarono a nessuno.

L’acqua di Imre Stand era una piccola fonte sul retro della crepa che alimentava un largo stagno rotondo — Rhuarc lo chiamava serbatoio — largo meno di due passi. Abbastanza per i pastori e per consentire ai Jindo di riempire alcune borracce. Nessuno Shaido si avvicinò; nella terra dei Taardad, i Jindo avevano diritto all’acqua per primi. Sembrava che alle capre bastassero le foglie spesse dei cespugli spinosi per acquisire umidità. Rhuarc assicurò a Rand che ci sarebbe stata molta più acqua alla fermata della notte seguente. Mentre i conducenti dei carri toglievano i finimenti alle pariglie di animali e si recavano a prendere secchi d’acqua dalle cisterne, Rand venne sorpreso dall’apparizione di Radere. Quando uscì dal suo carro, una giovane donna dai capelli scuri lo accompagnò, con un vestito di seta rossa e scarpette di velluto dello stesso colore, più adatti a un palazzo che al deserto. Una sottile sciarpa rossa indossata quasi come uno shoufa e un velo non la proteggevano dal sole e certamente non facevano nulla per nascondere la bellezza chiara del viso a forma di cuore. Appesa al forte braccio dell’ambulante, ondeggiava provocatoria mentre la portava a vedere la stanza cosparsa di sangue; Moiraine e le altre erano andate dove i gai’shain stavano montando il campo delle Sapienti. Quando la coppia uscì dalla costruzione, la giovane donna tremava delicatamente. Rand era certo che si trattava di finzione, proprio come era sicuro che aveva chiesto lei di vedere l’opera dei macellai. La dimostrazione di disgusto della donna durò due secondi, quindi si mise a guardare attentamente gli Aiel.

Sembrava che Rand fosse una delle cose che voleva vedere. Kadere era pronto a riportarla sul carro, invece la ragazza lo guidò da Rand; il sorriso affascinante stampato sulle labbra carnose era nascosto dal velo diafano. «Hadnan mi ha parlato di te» osservò con voce fumosa. Forse era aggrappata all’ambulante, ma gli occhi scuri esaminavano sfacciatamente Rand. «Tu sei quello di cui parlano gli Aiel. Colui che viene con l’Alba.» Keille e il menestrello uscirono dal secondo carro e rimasero in piedi a osservare la scena in lontananza. «Strano.» Il sorriso della ragazza divenne malizioso. «Credevo che fossi più bello.» Dando dei buffetti sulla guancia di Kadere, sospirò. «Questo caldo spaventoso è così logorante. Non metterci troppo.»

Kadere non parlò fino a quando la ragazza non ebbe salito gli scalini e fu nuovamente nel carro. Aveva rimpiazzato il cappello con una lunga sciarpa bianca legata in testa, con le estremità che gli scendevano sul collo. «Devi perdonare Isendre, buon signore. A volte è troppo... diretta.» La voce di Kadere era mitigata, ma gli occhi erano quelli di un uccello predatore. Esitò, quindi proseguì. «Io ho sentito altre cose. Che hai liberato Callandor dal Cuore della Pietra.»

Gli occhi dell’uomo non cambiarono mai. Sapeva di Callandor, sapeva che Rand era il Drago Rinato, sapeva che poteva manipolare l’Unico Potere. E gli occhi non cambiarono mai. Un uomo pericoloso. «E io ho sentito dire» rispose Rand «che non dovresti credere a nulla di quello che senti e solamente a metà di quello che vedi.»

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