Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
«Comunque è un bene che tu sia con me» proseguì. Un peccato che i selvaggi aiel stessero ancora trattenendo Pera, anche se lei avrebbe dovuto interrogare la Bianca su quale fosse esattamente il perché avesse giurato prima di poter essere ritenuta affidabile. Prima del viaggio a Cairhien, non aveva saputo di condividere qualcosa con Pera. Un vero peccato che nessuna del suo cuore fosse con lei, ma era stata l’unica a essere inviata a Cairhien, e non metteva in discussione gli ordini che riceveva più di quanto Fearil contestasse quelli che lei gli impartiva.
«Penso che presto un po’ di persone dovranno morire.» Non appena avesse deciso quali. Fearil chinò il capo e una scossa di piacere fluì per il legame. Lui adorava uccidere. «Nel frattempo, ucciderai chiunque minacci il Drago Rinato. Chiunque.» Dopotutto, le era diventato perfettamente chiaro mentre lei stessa era prigioniera dei selvaggi. Il Drago Rinato doveva arrivare a Tarmon Gai’don, altrimenti come avrebbe fatto il Sommo Signore a sconfiggerlo lì?
25
Quando indossare gioielli
Perrin camminava con impazienza su e giù per i tappeti a fiori che fungevano da pavimento per la tenda, scrollando le spalle dallo sconforto nella giacca di scura seta verde, che aveva indossato di rado da quando Faile gliel’aveva fatta cucire. Diceva che l’elaborato ricamo argenteo si addiceva alle sue spalle, ma l’ampia cintura che reggeva l’ascia al suo fianco, una disadorna come l’altra, non faceva altro che indicare che era uno sciocco che faceva finta di essere qualcosa di più. Alle volte si stringeva di più i guanti d’arme, oppure guardava torvo il suo mantello orlato di pelliccia, steso sullo schienale di una sedia e pronto da mettere. Per due volte estrasse un foglio di carta dalla manica e lo spiegò per studiare lo schizzo della mappa di Malden mentre passeggiava avanti e indietro. Quella era la cittadina dove Faile era tenuta prigioniera.
Jondyn, Get e Hu avevano raggiunto gli abitanti di Malden in fuga, ma l’unica cosa utile che avevano ottenuto era stata la mappa, e farli fermare il tempo che serviva per tracciarla era stata un’impresa. Quelli abbastanza forti per combattere erano morti o indossavano il bianco da gai’shain per gli Shaido; quelli che erano fuggiti erano i vecchi e i giovanissimi, i malati e gli storpi. Stando a Jondyn, il pensiero che qualcuno potesse obbligarli a tornare a combattere gli Shaido non aveva fatto altro che accelerare i loro passi a nord verso l’Andor e la salvezza. La mappa era un enigma, col suo dedalo di strade, la fortezza della lady e la grande cisterna nell’angolo nordorientale. Lo tentava con numerose possibilità. Ma erano possibilità solo se avesse trovato una soluzione all’enigma più complesso che la mappa non mostrava: l’enorme massa di Shaido che circondava la cinta muraria della cittadina, per non parlare di quattro o cinquecento Sapienti in grado di incanalare. Perciò rimise la mappa nella manica e continuò a camminare.
La stessa tenda a strisce rosse lo irritava quanto la mappa, così come il mobilio, le sedie dai bordi dorati che potevano essere piegate in modo da essere trasportate e il tavolo con la superficie mosaicata che invece non poteva, lo specchio a figura intera e la toletta con specchiera e perfino le cassapanche borchiate di ottone poste in fila lungo una parete esterna. Fuori c’era a malapena la luce e tutte le dodici lampade erano accese, gli specchi che scintillavano. I bracieri che avevano tenuto lontano il freddo pungente della notte ancora contenevano alcune braci. Aveva perfino fatto tirar fuori e appendere alle aste del soffitto due arazzi di seta, decorati con file di uccelli e fiori. Aveva lasciato che Lamgwin gli spuntasse la barba e gli radesse le guance e il collo; si era lavato e aveva indossato indumenti puliti. Aveva fatto predisporre la tenda come se Faile stesse per tornare da un momento all’altro da una cavalcata. Tutto in modo che chiunque l’avrebbe guardato vedendo un dannato lord, si sarebbe sentito colmo di fiducia. E ogni minima cosa gli ricordava che Faile non era là fuori a cavalcare. Sfilandosi uno dei suoi guanti d’arme, frugò nella tasca della sua giacca e fece scorrere le dita lungo la corda di cuoio grezzo infilata lì dentro. Trentadue nodi, ora. Non aveva bisogno che gli venisse ricordato, ma alle volte giaceva sveglio una notte intera nel letto in cui Faile non c’era, contando quei nodi. In qualche modo erano diventati una connessione con lei. Comunque stare sveglio era meglio degli incubi.
«Se non ti siedi, sarai troppo stanco per cavalcare a So Habor perfino con l’aiuto di Neald» disse Berelain, suonando lievemente divertita. «Solo guardarti mi spossa.»
Lui riuscì a non lanciarle un’occhiataccia. In un vestito per cavalcare blu scuro, con una spessa collana d’oro costellata di gocce di fuoco attorno al collo e la stretta corona di Mayene con un falco dorato in volo sopra la sua fronte, la Prima di Mayene era seduta, con le mani conserte attorno ai guanti rossi che teneva in grembo, sul suo mantello cremisi steso su una delle sedie pieghevoli. Pareva compassata quanto una Aes Sedai e odorava paziente. Perrin non capiva perché avesse smesso di odorare come se lui fosse un agnello grasso intrappolato nei rovi pronto per essere divorato da lei, ma provò quasi gratitudine nei suoi confronti. Era bello avere qualcuno con cui parlare su quanto gli mancava Faile. Lei ascoltò e assunse un odore di solidarietà.
«Voglio essere qui se... quando Gaul e le Fanciulle porteranno alcuni prigionieri.» Quella parola subito corretta gli provocò una smorfia quanto il ritardo. Era come se dubitasse. Presto o tardi avrebbero catturato alcuni Shaido, tuttavia a quanto pareva non era una faccenda semplice. Prendere prigionieri non sarebbe servito a nulla, a meno che non fossero riusciti a portarli via, e gli Shaido erano incauti solo se paragonati ad altri Aiel. Anche Sulin era stata paziente nello spiegarglielo. Ma per Perrin stava diventando difficile essere paziente.
«Cosa sta trattenendo Arganda?» grugnì.
Come se il nome del Ghealdano l’avesse infine evocato, Arganda entrò dai lembi d’ingresso, il suo volto come pietra e gli occhi infossati. Pareva che avesse dormito poco quanto Perrin. L’uomo basso indossava la sua corazza d’argento ma non l’elmo. Non si era ancora rasato e una peluria brizzolata gli ingrigiva il mento. Penzolando da una mano avvolta in un guanto d’arme, un pingue borsello di cuoio tintinnò quando lo posò sul tavolo accanto ai due che erano già lì. «Dal forziere della regina» disse con amarezza. Negli ultimi dieci giorni poche delle parole che aveva pronunciato non erano state amare. «Abbastanza per coprire la nostra quota e oltre. Ho dovuto mettere tre uomini a guardia dello scrigno, dopo aver rotto la serratura. Ora che è spaccata, è una tentazione anche per i più onesti di loro.»
«Bene, bene» disse Perrin, cercando di non suonare impaziente. Non gli sarebbe importato nemmeno se Arganda avesse dovuto mettere cento uomini a guardia del forziere della regina. Il borsello di Perrin era il più piccolo dei tre, e aveva raggranellato ogni pezzo d’oro e d’argento che era riuscito a trovare per riempirlo. Gettandosi sulle spalle il suo mantello, raccolse i borselli e oltrepassò l’uomo uscendo nella mattinata grigia.
Con suo disgusto, l’accampamento aveva assunto un’aria più permanente, anche se non era nei progetti originari, e non c’era nulla che lui potesse fare al riguardo. Molti degli uomini dei Fiumi Gemelli ora dormivano al riparo delle tende, di tela rattoppata marrone pallido invece che a strisce rosse come la sua, ma ciascuna abbastanza grande per otto o dieci uomini, con le loro armi ad asta malassortite ammassate fuori; mentre gli altri avevano convcrtito i loro ripari temporanei fatti di ramoscelli in piccole ma solide capanne di rami di sempreverdi intrecciati. Le tende e le capanne formavano file serpeggianti nella migliore delle ipotesi, del tutto diverse dalle strade diritte che si vedevano fra Ghealdani e Mayenesi; tuttavia pareva comunque simile a un villaggio, con sentieri e viuzze fra la neve calpestata fino alla nuda, gelida terra. Un semplice anello di pietre circondava ogni fuoco da campo, dove capannelli di uomini se ne stavano infagottati nei loro mantelli col cappuccio tirato contro il freddo, in attesa della colazione. Era quello che Perrin aveva visto muoversi stamattina in quelle pentole di ferro nero. Con così tanti uomini a cacciare, la selvaggina disponibile stava diminuendo e il resto cominciava a scarseggiare. Erano perfino arrivati a cercare le scorte di ghiande degli scoiattoli per macinarle e allungare la farina d’avena, ma con l’inverno così avanzato tutte quelle che trovavano erano secche, se andava bene. L’amaro miscuglio riempiva lo stomaco, se così si poteva dire, ma bisognava essere davvero affamati per ingurgitarlo. Molte delle facce che Perrin poteva vedere stavano osservando con bramosia le pentole. Gli ultimi carretti stavano procedendo rumorosi attraverso un varco fra l’anello di pali appuntiti che circondavano l’accampamento, i carrettieri cairhienesi imbacuccati fino alle orecchie e ingobbiti come scuri sacchi di lana. Tutto quello che i carri avevano trasportato era stato ammassato al centro del campo. Vuoti, sobbalzavano nei solchi lasciati da quelli più avanti, un’unica fila che scompariva nella foresta circostante. La comparsa di Perrin con Berelain e Arganda alle sue spalle causò un certo subbuglio, anche se non fra gli uomini affamati dei Fiumi Gemelli. Alcuni fecero dei cauti cenni col capo nella sua direzione – uno o due sciocchi si profusero perfino in rozzi inchini! – ma la maggior parte cercava di non guardarlo quando Berelain era nelle vicinanze. Idioti. Cocciutissimi idioti! Ma c’erano anche molte altre persone, radunate a poca distanza dalla tenda a strisce rosse, che si affollavano nelle viuzze fra le altre tende. Un soldato mayenese, senza armatura e in giacca grigia, giunse di corsa con la giumenta bianca di Berelain, inchinandosi e piegandosi per reggerle la staffa. Annoura era già in sella a una lucida giumenta tanto scura quanto la cavalcatura di Berelain era pallida. Con le sottili trecce adornate di perline che le uscivano dal cappuccio del mantello fino a penderle sopra il torace, l’Aes Sedai pareva a malapena notare la donna che si supponeva dovesse consigliare. La schiena rigida, scrutò con attenzione le basse tende aiel, dove nulla si muoveva tranne i sottili pennacchi di fumo ondeggianti che si levavano dagli appositi fori. Gallenne, con elmo e pettorale rossi e la benda sull’occhio, suppliva con quello sano alla disattenzione della Sorella tarabonese. Non appena Berelain apparve, sbraitò un ordine che fece irrigidire come statue cinquanta delle Guardie Alate, le lunghe lance con la punta d’acciaio e i pennacchi rossi dritti ai loro fianchi, e quando lei montò in sella, Gallenne impartì loro un altro comando al quale anch’essi salirono a cavallo con un movimento così fluido da sembrare all’unisono.