I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
Nonostante la testa pesante, si sentiva abbastanza bene, e desideroso di attività. Le stanze erano talmente calde ch’egli rinunciò a vestirsi, e continuò a girare nudo per l’appartamento. Si recò alle finestre della camera più grande e rimase lì fermo, a guardare fuori. La stanza era molto in alto. La sua prima reazione fu di sorpresa: si tirò indietro, poiché non era abituato a edifici di altezza superiore a un piano. Era come guardare giù da un dirigibile; ci si sentiva distaccato dalla terra, dominante, non coinvolto in quanto vi accadeva. Le finestre si affacciavano sulle cime di un boschetto e, al di là di questo, si scorgeva un edificio bianco con una aggraziata torre di forma quadrata. Dietro all’edificio, il terreno digradava a formare un’ampia vallata. Tutta la superficie era coltivata, poiché le innumerevoli macchie di verde che la coloravano erano rettangolari. E anche dove il verde svaniva nella distanza azzurrina, si potevano distinguere le righe nere delle strade, delle siepi divisorie e dei filari d’alberi: una rete altrettanto fine quanto il sistema nervoso di un organismo vivente. E infine si innalzavano delle montagne, che facevano da limite alla valle, una piega blu dopo l’altra, morbide e scure sotto il grigio pallido, ininterrotto, del cielo.
Era il più bel panorama che Shevek avesse visto. La delicatezza e la vitalità dei colori, la mescolanza del disegno rettilineo umano con i margini robusti, proliferanti, della natura, la varietà e l’armonia degli elementi, davano un’impressione di complessa integrità quale egli non aveva mai visto, ad eccezione, forse, di quella adombrata in piccola scala su taluni volti umani sereni e pensosi.
Paragonata a questa, qualsiasi scena che Anarres potesse offrire, perfino la Piana di Abbenay, e i massicci dei Ne Theras, era poca cosa: appariva spoglia, arida, approssimativa. I deserti del Sudovest possedevano la bellezza nella loro vastità, ma era una bellezza ostile, senza tempo. Anche là dove Anarres era coltivata in modo più estensivo, il paesaggio pareva un abbozzo senz’arte, in gesso giallo, a paragone con questa piena magnificenza di vita, ricca sia di storia sia di stagioni a venire, inesauribile.
Ecco come dovrebbe essere un mondo, pensò Shevek.
E in qualche punto, là fuori, in quello splendore verde e azzurro, qualcosa stava cantando: una piccola voce acuta, che iniziava e poi cessava, incredibilmente dolce. Di che cosa si trattava? Una piccola voce, chiara e imprevedibile, una musica sospesa nell’aria.
Egli ascoltò, e il respiro gli si fermò nella gola.
Ci fu un bussare alla porta. Voltandosi incuriosito, nudo così come si trovava, e volgendo le spalle alla finestra, Shevek disse: — Venga avanti!
Entrò un uomo, portando sulle braccia vari pacchetti. Si arrestò non appena varcata la soglia. Shevek attraversò la stanza in direzione del nuovo venuto, e pronunciò il proprio nome, secondo il costume anarresiano; insieme, secondo il costume urrasiano, tese la mano.
L’uomo, che pareva sulla cinquantina e che aveva il volto solcato da rughe, consumato, disse una frase di cui Shevek non afferrò neppure una parola, e non strinse la mano che gli veniva offerta. Forse erano i pacchetti a impedirglielo, ma egli non fece mossa di spostarli per liberarsi la mano. Il suo viso aveva un’espressione estremamente seria. Era possibile che fosse in imbarazzo.
Shevek, che era certo di avere imparato i modi di salutare degli urrasiani, era sconcertato. — Venga avanti — ripeté, e quindi aggiunse, dato che gli urrasiani erano avvezzi a usare titoli ad ogni piè sospinto: — Signore!
L’uomo se ne uscì con un’altra delle sue frasi incomprensibili, e intanto scivolò verso la camera da letto. Questa volta Shevek riconobbe alcune parole iotiche, ma non riuscì a capire le altre che le accompagnavano. Non cercò di fermare l’uomo, dato che pareva intenzionato a recarsi in camera da letto. Forse si trattava di un compagno di stanza? Ma c’era un letto solo. Shevek lasciò perdere la cosa e tornò alla finestra, e l’uomo si affrettò a entrare nella stanza; Shevek lo sentì muoversi lì dentro ancora per alcuni minuti. Proprio mentre Shevek era giunto alla conclusione che si trattava di qualche lavoratore che faceva il turno di notte e che usava quella stanza durante il giorno, come a volte si faceva in caso di temporanei sovraffollamenti dei domicili, l’uomo riapparve dalla stanza. Disse qualche parola («Ecco fatto, signore», forse?) e piegò la testa in un modo alquanto bizzarro, come se credesse che Shevek, che distava da lui almeno cinque metri, stesse per dargli un pugno in faccia. Poi se ne andò. Shevek rimase fermo accanto alla finestra, intento a comprendere lentamente come per la prima volta qualcuno gli avesse rivolto un inchino.
Entrò nella camera da letto e scoprì che il letto era stato rifatto.
Lentamente, pensosamente, si rivestì. Si stava infilando le scarpe quando udì battere all’uscio una seconda volta.
Si trattava di un gruppo di persone, che entrarono in modo assai diverso dal precedente; entrarono in modo normale, pensò Shevek, come se avessero il diritto di trovarsi lì, o in qualsiasi altro posto in cui piacesse loro di andare. L’uomo con i pacchetti si era comportato in modo esitante, era entrato in modo quasi furtivo. E tuttavia il suo volto, le sue mani, i suoi abiti corrispondevano all’idea che Shevek aveva dell’aspetto di un normale essere umano: vi corrispondevano molto più che non l’aspetto dei nuovi venuti. L’uomo furtivo si era comportato in modo strano, ma era sembrato un anarresiano. I quattro che erano giunti ora si comportavano come anarresiani. ma il loro aspetto, con quel loro viso rasato e quei vestiti sgargianti, pareva quello di individui appartenenti a una specie diversa, di un altro mondo.
Shevek riuscì a riconoscere Pae in uno di essi; gli altri erano persone che erano rimaste accanto a lui per tutta la sera precedente. Spiegò di non avere afferrato bene i loro nomi, ed essi ripeterono le presentazioni, con un sorriso: dottor Chifoilisk, dottor Oiie e dottor Atro.
— Oh, accidenti! — esclamò Shevek. — Atro! Come sono lieto di incontrarti! — Posò le mani sulle spalle dell’uomo più anziano e gli baciò la guancia, prima che gli venisse in mente che quel saluto fraterno, comunissimo su Anarres, qui forse era inaccettabile.
Atro, invece, lo abbracciò a sua volta con trasporto, e lo fissò con occhi grigi e lucidi. Shevek si accorse che era quasi cieco. Mio caro Shevek — disse, — benvenuto in A-Io… benvenuto su Urras… benvenuto a casa!
— Per tanti anni ci siamo scritti soltanto delle lettere, distruggendoci reciprocamente le teorie!
— Tu sei sempre stato il miglior distruttore. Ecco, tieni, ti devo dare una cosa. — Il vecchio si frugò nelle tasche. Sotto la toga universitaria di velluto indossava una giacca, e sotto di essa un panciotto, poi, sotto ancora, una camicia, e probabilmente un altro strato di indumenti ancora. Ciascuno di questi, e anche i calzoni, aveva tasche. Shevek rimase a guardare, affascinato. Atro che esplorava in successione sei o sette tasche, ciascuna delle quali conteneva alcuni oggetti di sua proprietà, e poi tirava fuori un piccolo cubo di metallo giallo montato su un pezzo di legno levigato. — Ecco — disse, portandoselo davanti agli occhi. — Il tuo premio. Il premio Seo Oen, sai già. L’assegno ti è stato versato nel conto. Tieni. Nove anni di ritardo, ma è meglio tardi che mai. — Gli tremavano le mani mentre consegnava a Shevek l’oggetto.