I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
— Essa esiste — diceva Shevek, allargando le mani. — È reale. Io posso chiamarla un malinteso, ma non posso pretendere che non esista, o che una volta o l’altra non esisterà più. La sofferenza è la condizione a cui viviamo. E quando arriva, la riconosciamo. La riconosciamo come la verità. E, certamente, è giusto curare le malattie, prevenire la fame e l’ingiustizia, come fa l’organismo sociale. Ma nessuna società può cambiare la natura dell’esistenza. Non possiamo prevenire la sofferenza. Questo dolore qui e quel dolore là, certo, ma non il Dolore. Una società può alleviare soltanto la sofferenza sociale, la sofferenza innecessaria. Ma rimane il resto. La radice, la realtà. Tutti noi qui presenti conosceremo il dolore per cinquant’anni. E alla fine moriremo. Questa è la condizione a cui siamo nati. E io ho paura della vita! Ci sono dei momenti in cui io… ne ho molta paura. E la felicità sembra banale. E tuttavia mi chiedo se non sia tutto un malinteso: questo rincorrere la felicità, questa paura del dolore… Se invece di averne paura e di fuggirlo, si potesse… attraversarlo, portarsi al di là. Al di là di esso c’è qualcosa. È la nostra personalità, che soffre; e c’è un punto nel quale la personalità individuale, il «sé»… cessa. Non so come dirlo. Ma credo che la realtà… la verità che riconosco nella sofferenza e che dimentico nel benessere e nella felicità… credo che la realtà del dolore non sia un dolore. Se riuscite a superarlo. Se potete sopportarlo fino in fondo.
— La realtà della nostra vita sta nell’amore, nella solidarietà — disse la ragazza alta, dagli occhi dolci. — L’amore è la vera condizione della vita umana.
Bedap scosse il capo. — No. Shevek ha ragione — disse. — L’amore è semplicemente uno dei modi per superare il dolore, e come tale può fallire, può non avere successo. Ma il dolore non fallisce mai. Dunque, non abbiamo molta scelta sul fatto di sopportarlo o no! Lo sopportiamo, volenti o nolenti.
La ragazza dai capelli corti scosse il capo con veemenza. — No, non lo sopportiamo! Uno su cento, uno su mille compie l’intero tragitto, arriva dall’altra parte. Gli altri continuano a pretendere di essere felici, oppure, semplicemente, si rifugiano nell’ottusità. Noi soffriamo, sì, ma non abbastanza. E dunque soffriamo per niente.
— Che cosa dovremmo fare? — disse Tirin. — Batterci in testa col martello per un’ora al giorno, in modo da essere certi di soffrire abbastanza?
— State creando un culto del dolore — disse un altro. — Le mete Odoniane sono sempre positive, mai negative. La sofferenza non è funzionale, salvo che come avviso per l’organismo, contro un pericolo. Ma psicologicamente e socialmente è soltanto distruttiva.
— E allora, da che cosa sarebbe stata motivata, Odo, se non da un’eccezionale sensibilità nei riguardi della sofferenza… la sua e quella di altri? — obiettò Bedap.
— Ma tutto il principio della mutua assistenza è inteso per prevenire la sofferenza!
Shevek era seduto sul tavolo; le sue lunghe gambe dondolavano fuori del bordo, il suo viso aveva un’espressione attenta e pacata. — Avete mai visto morire qualcuno? — domandò agli altri. Molti di loro avevano già assistito alla morte, vuoi in domicilio, vuoi in servizio volontario presso un ospedale. Tutti, meno uno, avevano aiutato una volta o l’altra a seppellire i morti.
— C’era un uomo, quando ero in un campo nel Sudest. È stata la prima volta in cui ho visto qualcosa di simile. C’era qualche difetto nel motore dell’aereo: si è schiantato nel decollo e ha preso fuoco. Quando l’hanno estratto dai rottami, quell’uomo era tutto ustionato. È sopravvissuto per circa due ore. Non lo si sarebbe potuto salvare in alcun caso; non c’era ragione perché sopravvivesse tanto a lungo, nessuna giustificazione per quelle due ore. Noi aspettavamo un altro aereo con gli anestetici, dalla costa. Io rimasi con quell’uomo, insieme con due delle ragazze. Eravamo laggiù, avevamo fatto il carico dell’aeroplano. Non c’erano dottori. Non si poteva fare nulla per quell’uomo, eccetto che stare lì, stare con lui. Era traumatizzato, ma per la maggior parte del tempo conservò la conoscenza. Aveva dolori spaventosi, soprattutto nelle mani. Non credo che sapesse che il resto del suo corpo era completamente ustionato, sentiva soprattutto il dolore alle mani. Non si poteva toccarlo per confortarlo, pelle e carne venivano via al minimo tocco, e lui gridava. Non si poteva fare nulla per lui. Non c’era assistenza che gli si potesse dare. Forse sapeva che eravamo accanto a lui, non so. Ma il fatto che gli fossimo accanto, non gli servì assolutamente a nulla. Non si poteva fare nulla per lui. E fu allora che compresi… vedete… compresi che non puoi fare nulla per nessuno. Non possiamo salvarci mutuamente. O salvare noi stessi.
— E cosa ti rimane, allora? Isolamento e disperazione. Tu neghi la fratellanza, Shevek! — gridò la ragazza alta.
— No… no, niente affatto. Io cerco di esprimere quella che, secondo me, è in realtà la fratellanza. Essa comincia… essa comincia nella condivisione del dolore.
— E dove finirebbe?
— Non lo so. Ancora non lo so.
CAPITOLO 3
Quando Shevek si destò, dopo avere dormito senza interruzioni per tutta la sua prima mattina su Urras, aveva il naso intasato, la gola irritata e una tosse insistente. Ritenne di essersi preso un raffreddore — neppure l’igiene Odoniana era riuscita a evitare il raffreddore comune — ma il dottore che attendeva di eseguire su di lui un controllo medico completo, un uomo anziano e dall’aria solenne, gli disse che si trattava, molto probabilmente, di un attacco di febbre da fieno: una reazione allergica al pulviscolo e al polline di Urras, che non erano familiari al suo organismo. Gli prescrisse delle compresse e un’iniezione, che Shevek accolse con filosofia, e il vassoio della colazione, che Shevek accolse con appetito. Il dottore gli chiese ancora di non uscire dall’appartamento, poi se ne andò. Non appena ebbe terminata la colazione, Shevek si dedicò all’esplorazione di Urras, una stanza alla volta.
Il letto, un letto massiccio, montato su quattro piedini, con un materasso assai più soffice di quello della cuccetta della nave, con coperte complicate, alcune lisce e sottili, altre calde e spesse, e con un mucchio di cuscini che parevano nubi e cumuli, disponeva di un’intera stanza. Il pavimento era ricoperto di un tappeto cedevole ed elastico; c’erano una cassettiera di legno mirabilmente scolpito e lucidato, un ripostiglio abbastanza grande da accogliere gli abiti di un dormitorio per dieci persone. Poi c’era la grande stanza comune con il focolare, da lui già osservata la sera prima, e una terza stanza, che conteneva una vasca da bagno, un lavandino e un cesso complicatissimo. Questa stanza era destinata evidentemente al suo uso esclusivo, dato che la sua porta d’accesso dava sulla stanza da letto, e dato che conteneva soltanto una serie di oggetti da bagno, sebbene ciascuno di tali oggetti fosse lussuoso in un modo talmente sensuale da spingersi assai al di là del semplice erotismo e da costituire, secondo Shevek, qualcosa come l’insuperabile apoteosi dell’escrementale. Egli passò circa un’ora in questa terza stanza, occupato a usare ciascuno degli oggetti, a turno, e così raggiungendo, incidentalmente, un alto grado di pulizia personale. Lo spiegamento delle acque era meraviglioso. I rubinetti continuavano a versare finché non li si chiudeva; la vasca da bagno teneva sessanta litri; il cesso usava non meno di cinque litri d’acqua ogni volta. Ma in realtà la cosa non costituiva una sorpresa. La superficie di Urras era per cinque sesti composta d’acqua. Perfino i suoi deserti erano di ghiaccio, ai poli. Non c’era bisogno di economizzare; non c’era siccità… Ma dove finivano gli escrementi? Se lo chiese a lungo, inginocchiato accanto alla tazza del cesso, dopo aver studiato il meccanismo dello sciacquone. Probabilmente li filtravano in qualche impianto per la produzione di concime. Anche su Anarres c’erano delle comunità marine che usavano un simile sistema per il loro recupero. Si ripromise di chiedere informazioni su questo particolare, ma in seguito non se ne presentò mai l’occasione. C’erano molte domande ch’egli non fece mai, su Urras.