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I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]

Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:

Due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Il primo, quasi desertico, non ha mai favorito gli insediamenti umani finché non vi sono giunti i seguaci di Odo, in contrasto insanabile con la società del benessere che prospera su Anarres. Da allora, gli Odoniani hanno creato una società di sopravvivenza, consona ai loro ideali: una «fratellanza» da cui sono esclusi i concetti di proprietà, di governo e di autorità. I contatti fra i due pianeti sono limitati e un muro chiude il porto franco in cui scendono le navi spaziali anarresiane, salvaguardando gli «anarchici», i nullatenenti di Urras, dalle idee (non meno che dai microbi) di Anarres.
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— E Odo stessa? …

— Teoria. E niente vita sessuale dopo l’uccisione di Asieo, vero? Comunque ci possono essere sempre delle eccezioni. Ma per la maggior parte delle donne, l’unica relazione con un uomo è avere. Avere o essere avuta.

— E tu credi che siano differenti dagli uomini, in questo?

— Non lo credo: lo so. Ciò che vuole un uomo, è la libertà. Ciò che vuole una donna, è la proprietà. Ti può lasciar andare soltanto se può barattarti con qualcosa d’altro. Tutte le donne sono proprietariste.

— Be’, è una gran brutta cosa da dire su metà della razza umana — disse Shevek, chiedendosi se l’uomo avesse ragione. Beshun aveva pianto fino a star male quando egli era stato incaricato di nuovo al Nordovest; aveva gridato e pianto, e aveva cercato di fargli dire che non poteva vivere senza di lei; aveva ripetuto che non poteva vivere senza di lui e che dovevano diventare compagni. Compagni, come se lei fosse stata capace di rimanere sei mesi di fila con lo stesso uomo!

La lingua parlata da Shevek, l’unica che conosceva, non aveva termini possessivi per l’atto sessuale. In pravico non aveva senso per un uomo dire che aveva «avuto» o «posseduto» una donna. La parola più vicina come significato a «fottere», e provvista anch’essa di un uso secondario come ingiuria, era un termine preciso: significava violentare. Il verbo solitamente usato, e che richiedeva un soggetto plurale, si può tradurre soltanto con un termine neutro come copulare. Significa qualcosa fatto da due persone, e non fatto, o avuto, da una persona sola. Questa cornice di parole non poteva contenere la totalità dell’esperienza, esattamente come ogni altra cornice, e Shevek avvertiva l’esistenza di un’area non compresa in essa, anche se non era perfettamente certo della natura di tale area. Certo egli aveva sentito di avere Beshun, di possederla, in alcune di quelle notti stellate, nella Polvere. Ed ella aveva sentito di possedere lui. Ma entrambi si erano sbagliati; anche Beshun, nonostante la sua sentimentalità, lo sapeva; alla fine gli aveva dato, sorridendo, il bacio dell’addio, e l’aveva lasciato andare. Lei non lo aveva avuto. Il corpo stesso di lui, nel suo primo scoppio di passione sessuale adulta, lo aveva posseduto, certo… e aveva posseduto lei. Ma la cosa era conclusa. Era successa. Non sarebbe mai più accaduto (egli pensava, a diciott’anni, seduto con un amico di viaggio nello scalo dei camion di Stagno a mezzanotte, davanti a un bicchiere di succo di frutta dolce e sciropposo, in attesa di trovare un passaggio su un convoglio diretto a nord), non sarebbe mai più potuto accadere. Molte cose sarebbero ancora successe, ma egli non si sarebbe fatto cogliere fuori guardia una seconda volta, stendere a terra, sconfiggere. La sconfitta, la resa, avevano le loro estasi. Forse Beshun non avrebbe mai cercato una gioia esterna ad esse. E perché avrebbe dovuto farlo? Era stata lei, nella sua libertà, a liberare lui.

— Sai, non sono d’accordo — disse a Vopek, un uomo dal viso affilato, che faceva il chimico agricolo ed era diretto ad Abbenay. — Io penso che siano soprattutto gli uomini, coloro che devono imparare ad essere anarchici. Le donne invece non devono impararlo.

Vopek scosse il capo. — Si tratta dei figli — disse. — Avere bambini. Le rende proprietariste. Non vogliono rinunciare. — Sospirò. — Un contatto e via, fratello, questa è la regola. Non lasciarti mai prendere in proprietà.

Shevek sorrise e sorbì il succo di frutta. — No di certo — disse.

Era una gioia ritornare all’Istituto Regionale, rivedere le basse alture ricoperte a macchie da cespugli di holum dalle foglie color del bronzo, gli orti, i domicili, i dormitori, le officine, le aule, i laboratori tra cui era vissuto da quando aveva tredici anni. Per lui, il ritorno avrebbe avuto sempre la stessa importanza del viaggio di partenza. Andare via non gli era sufficiente: gli bastava soltanto a metà, ed egli doveva tornare indietro. Forse, in questa tendenza, si adombrava già la natura dell’immensa esplorazione ch’egli avrebbe compiuto in direzione dei margini del comprensibile. Probabilmente non si sarebbe mai avviato lungo quell’impresa pluriennale se non avesse avuto la fonda certezza che fosse possibile il ritorno, anche se egli stesso non fosse dovuto ritornare: che in realtà nella natura stessa del viaggio, come in una circumnavigazione del globo, era implicito il ritorno. Non scenderai due volte allo stesso fiume, né potrai tornare nuovamente a casa. Ed egli lo sapeva: anzi, era questa la base della sua visione del mondo. Eppure, da una simile accettazione della transitorietà, egli aveva sviluppato la sua vasta teoria, in cui ciò che è più mutabile veniva mostrato essere più pieno di eternità, e in cui la tua relazione con il fiume, e la relazione del fiume con te, e con se stesso, risulta essere insieme più complessa e più rassicurante di una mera mancanza di identità. Tu puoi davvero tornare a casa, così afferma la Teoria Temporale Generale, purché tu comprenda che «casa» è un luogo in cui non sei mai stato.

Egli era lieto, dunque, di tornare al luogo che, entro i termini in cui egli ne aveva avuta, o desiderato, una, si avvicinava maggiormente a una casa. Ma trovò i suoi amici, laggiù, alquanto privi di esperienza. Egli era maturato molto, nell’anno precedente. Alcune delle ragazze si erano tenute alla pari con lui, o l’avevano superato: erano diventate donne. Egli si limitò, comunque, ad avere contatti estremamente cauti e formali con le ragazze, poiché non cercava, ora come ora, un’altra dose di sesso; aveva altro da fare. Notò che anche le ragazze più brillanti, come ad esempio Rovab, si comportavano in modo altrettanto cauto; nei laboratori, nelle squadre di lavoro e nelle stanze comuni del dormitorio si comportavano come buone amiche, ma niente di più. Le ragazze intendevano completare il loro addestramento e cominciare le ricerche o trovare un incarico di loro piacimento prima di avere figli; non si sentivano più soddisfatte dalle sperimentazioni sessuali dell’adolescenza. Desideravano una relazione matura, non una relazione sterile; ma non ora, non ancora.

Queste ragazze erano buone colleghe, amichevoli e indipendenti. I ragazzi dell’età di Shevek, invece, parevano essersi fermati al limitare di una fanciullezza che diventava un po’ lisa e arida. Erano iper-intellettuali. Non parevano intenzionati a dedicarsi né al lavoro né al sesso. A sentir parlare Tirin, pareva che fosse stato lui a inventare la copulazione, ma tutte le sue relazioni erano con ragazze di quindici o sedici anni; si ritraeva da quelle della sua età. Bedap, che non era mai stato molto attivo dal punto di vista sessuale, accettava l’omaggio di un ragazzo più giovane, che nutriva un’infatuazione idealistico-omosessuale nei suoi riguardi, e tanto gli bastava. Pareva non prendere nulla sul serio, era divenuto ironico e misterioso. Shevek si sentì isolato dalla sua amicizia. Nessuna amicizia resisté: anche Tirin era troppo egocentrico, e negli ultimi tempi troppo capriccioso, per ricostituire l’antico sodalizio… se Shevek avesse avuto l’intenzione di ricostituirlo. Ma, in realtà, Shevek non ne aveva l’intenzione. Diede il benvenuto all’isolamento, con tutto il cuore. Non pensò mai che il riserbo incontrato in Bedap e Tirin potesse essere una reazione; che il suo carattere, gentile ma ormai già eccezionalmente ermetico, potesse creare intorno a sé un suo proprio ambiente circostante: un ambiente che richiedeva o una grande forza, o una grande devozione, per farsi sopportare. In verità, l’unica cosa notata da Shevek fu ch’egli, finalmente, aveva tempo per lavorare.

Giù nel Sudest, dopo essersi assuefatto alla continua fatica fisica, e dopo avere smesso di sprecare il cervello sulle lettere in codice e di sprecare lo sperma in polluzioni notturne, gli erano cominciate a venire delle idee. E adesso era libero di lavorare su di esse, per vedere se contenevano qualcosa d’importante.

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