I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
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Shevek parve sorpreso. — Be’, noi… Non so. Forse alle nostre sventure non si può sfuggire?
— Curioso — disse Pae, e sorrise in modo disarmante.
Shevek continuò a leggere. Uno dei giornali era scritto in una lingua ch’egli non conosceva, e uno addirittura in un altro alfabeto. Il primo veniva da Thu, spiegò Pae, e il secondo dal Benbili, una nazione dell’emisfero occidentale. Il giornale proveniente da Thu era ben stampato e aveva un aspetto assai sobrio; Pae spiegò che si trattava di una pubblicazione edita dal governo. — Qui in A-Io, vede, la gente istruita apprende le notizie per telefono, per radio e per televisione, e leggendo i settimanali. I giornali come questi vengono letti quasi esclusivamente dalle classi inferiori… sono scritti da semianalfabeti per semianalfabeti, come lei stesso ha potuto vedere. In A-Io c’è completa libertà di stampa, la qual cosa, inevitabilmente, comporta che si stampi un mucchio di robaccia. Il giornale thuviano è scritto molto meglio, ma riporta unicamente i fatti che il Presidio Centrale Thuviano desidera rendere noti. La censura è assoluta, in Thu. Lo stato è tutto, ed ogni cosa è per lo stato. Non è certamente il posto più adatto a un Odoniano, eh, signore?
— E questo giornale?
— Non ne ho idea. Il Benbili è una nazione arretrata. Laggiù c’è sempre qualche rivoluzione.
— Un gruppo di persone abitanti nel Benbili ci ha inviato un messaggio sulla lunghezza d’onda del nostro gruppo, poco prima che lasciassi Abbenay. Affermavano di essere Odoniani. Ci sono dei gruppi come quello, qui in A-Io?
— No, per quanto ne posso sapere io, dottor Shevek.
Il muro. Shevek ormai sapeva riconoscere il muro, quando arrivava vicino ad esso. Il muro era costituito dalla simpatia di questo giovanotto, dalla sua cortesia, dalla sua indifferenza.
— Ho l’impressione che lei abbia paura di me, Pae — disse d’improvviso, amichevolmente.
— Paura di lei, signore?
— Sì, poiché io sono, con la mia esistenza stessa, una testimonianza contro la necessità dello stato. Ma che c’è, di temibile? Io non le farò mai del male, Saio Pae, lei lo sa. Io, come persona, sono del tutto innocuo… anzi, senta, io non sono un dottore. Noi non usiamo titoli. Io mi chiamo Shevek, e basta.
— Lo so, mi scusi, signore. Ai nostri occhi, capisca, sembra una mancanza di rispetto. Non sembra giusto, ecco tutto… — Si scusava in modo accattivante, aspettandosi il perdono.
— Non può semplicemente accettarmi come un suo uguale? — chiese Shevek, guardandolo senza collera, ma anche senza mostrare di averlo perdonato.
Per una volta, Pae rimase imbarazzato. — Ma veramente, signore, lei è, lo sa, un uomo tanto importante…
— Non c’è allora motivo di cambiare le sue abitudini per me — disse Shevek. — Non importa. Pensavo che lei potesse essere lieto di liberarsi di una cosa non necessaria, tutto qui.
Dopo tre giorni di confino tra quattro mura, Shevek era carico di energie superflue, e quando ritornò libero sottopose a un notevole sforzo coloro che lo scortavano, nella sua sete iniziale di vedere tutto, e tutto insieme. Lo condussero a visitare l’Università, che era una città completa in se stessa, e la facoltà. Con i suoi dormitori, refettori, aule, sale di riunione, e così via, non era molto diversa da una qualsiasi comunità Odoniana, ad eccezione del fatto che era molto antica, esclusivamente maschile, incredibilmente lussuosa e non era organizzata federativamente, bensì gerarchicamente, dalla cima al fondo. Tuttavia, pensò, dava il senso di una comunità. Egli dovette ricordare a se stesso le differenze.
Venne condotto fuori in auto prese a nolo: macchine splendide, di un’eleganza bizzarra. Non ce n’erano molte per la strada: il noleggio era caro, e poche persone possedevano un’auto personale, poiché erano tassate pesantemente. Tutti quei lussi che, se fossero stati permessi liberamente al pubblico, avrebbero consumato risorse naturali insostituibili o avrebbero inquinato l’ambiente con prodotti di scarico, erano strettamente controllati per mezzo di leggi e di tasse. Le sue guide sottolinearono questi particolari, con un certo orgoglio. A-Io era da secoli all’avanguardia, gli dissero, nel controllo ecologico e nella preservazione delle risorse naturali. Gli eccessi del Nono Millennio erano storia antica, e il loro unico effetto duraturo era la scarsità di taluni metalli, che fortunatamente potevano essere importati dalla Luna.
Viaggiando in auto o in treno, egli vide paesi, case coloniche, cittadine; fortezze risalenti ai giorni del feudalesimo; le torri in rovina di Ae, antica capitale di un impero, vecchie di quarantaquattro secoli. Vide i campi coltivati, i laghi e le montagne della provincia AEana, cuore dell’A-Io, e, all’orizzonte settentrionale, le cime dei Monti Meitei, bianche e gigantesche. La bellezza della terra e il benessere dei suoi abitanti furono per lui una continua meraviglia. Le sue guide avevano ragione: gli urrasiani sapevano come usare il loro mondo. Gli era stato insegnato da bambino che Urras era una massa in suppurazione di ineguaglianza, iniquità e spreco. Ma tutta la gente che incontrava, e tutta la gente che vedeva, nei minimi paesini di campagna, era ben vestita, ben nutrita, e, contrariamente alle sue previsioni, assai industriosa. Non se ne stava ferma immobile, con lo sguardo torvo, in attesa che qualcuno le desse l’ordine di fare una certa cosa. Esattamente come gli anarresiani, si dava da fare, semplicemente, per fare ciò che andava fatto. La cosa lo rese perplesso. Egli aveva dato per certo che se aveste tolto a un essere umano il suo incentivo naturale verso il lavoro — la sua iniziativa, la sua spontanea energia creativa — e la aveste sostituita con una motivazione e una coercizione esterna, ne avreste fatto un lavoratore pigro e trascurato. Ma non erano certo dei lavoratori trascurati coloro che accudivano a quei bellissimi campi, o costruivano quelle auto superbe e quei treni comodissimi. Il richiamo e la pressione del profitto erano evidentemente, come sostituto dell’iniziativa naturale, assai più efficaci di quanto non avesse creduto.
Gli sarebbe piaciuto parlare con qualcuno di quei robusti, dignitosi individui ch’egli scorgeva nelle piccole città, per chiedere loro, per esempio, se ritenevano di essere poveri; poiché, se quelli erano i poveri, egli avrebbe dovuto cambiare il significato che aveva sempre attribuito alla parola. Ma pareva che non ce ne fosse mai il tempo, con tutto ciò che le sue guide desideravano mostrargli.
Le altre grandi città dell’A-Io erano troppo distanti per poterle raggiungere in una sola giornata di viaggio, ma egli venne condotto a Nio Esseia, a cinquanta chilometri dall’Università, varie volte. E laggiù venne tenuta in suo onore tutta una serie di ricevimenti. Egli non li apprezzò molto, poiché non corrispondevano affatto alla sua idea di una festa. Tutti erano molto educati e parlavano molto, ma non di cose interessanti; e sorridevano così tanto da parere ansiosi. Ma i loro abiti erano sgargianti, e in verità pareva che tutta la spensieratezza che mancava nel loro comportamento venisse messa nei vestiti, nel cibo, in tutte le diverse cose che bevevano, e nel mobilio e nella decorazione sovrabbondante dei palazzi, in cui si tenevano i ricevimenti.
Gli vennero mostrate le bellezze di Nio Esseia, città di cinque milioni di abitanti… un quarto della popolazione del suo pianeta natale. Lo portarono nella piazza del Campidoglio e gli mostrarono le alte porte bronzee del Direttorato, sede del Governo di A-Io; gli fu concesso di assistere a un dibattito nel Senato e a una riunione di un comitato di Direttori. Lo portarono allo Zoo, al Museo Nazionale, al Museo della Scienza e delle Industrie. Lo portarono in una scuola, dove affascinanti bambini in uniforme bianca e turchina cantarono per lui l’inno nazionale dell’A-Io. Gli fecero visitare una fabbrica di componenti elettroniche, un’acciaieria completamente automatizzata, e un impianto a fusione nucleare, in modo ch’egli potesse vedere con quale efficienza conduceva le proprie industrie energetiche e manufatturiere un’economia proprietaristica. Gli mostrarono un nuovo quartiere residenziale finanziato dal governo, in modo che egli potesse vedere come lo stato pensava al popolo. Lo accompagnarono in un viaggio su battello lungo l’estuario del Sua, affollato dei commerci marittimi di tutto il pianeta, fino al mare. Lo portarono all’Alta Corte di Giustizia, ed egli trascorse un’intera giornata ad ascoltare procedimenti civili e penali, esperienza che lo lasciò stupito e incredulo; ma gli altri ripetevano che doveva vedere ciò che era da vedere, e che doveva venire accompagnato dovunque chiedesse di andare. Quando chiese, con una certa diffidenza, se poteva vedere il luogo dove era sepolta Odo, lo portarono immediatamente al vecchio cimitero nel distretto Trans-Sua. Permisero perfino ad alcuni giornalisti dei quotidiani indecorosi di fotografarlo fermo nell’ombra dei grandi, antichi salici, intento a fissare la tomba disadorna e ben tenuta: