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READ-E-BOOK » Научная фантастика » I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
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I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]

Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:

Due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Il primo, quasi desertico, non ha mai favorito gli insediamenti umani finché non vi sono giunti i seguaci di Odo, in contrasto insanabile con la società del benessere che prospera su Anarres. Da allora, gli Odoniani hanno creato una società di sopravvivenza, consona ai loro ideali: una «fratellanza» da cui sono esclusi i concetti di proprietà, di governo e di autorità. I contatti fra i due pianeti sono limitati e un muro chiude il porto franco in cui scendono le navi spaziali anarresiane, salvaguardando gli «anarchici», i nullatenenti di Urras, dalle idee (non meno che dai microbi) di Anarres.
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Il fisico anziano dell’Istituto si chiamava Mitis, ed era una donna. Ella non dirigeva in quel momento i corsi di fisica, poiché tutti i lavori amministrativi rotavano anno per anno tra i venti incaricati permanenti, ma lavorava già da vent’anni laggiù, e tra tutti aveva la miglior mente. C’era sempre una sorta di spazio psicologico vuoto intorno a Mitis, come l’assenza di folla intorno alla cima di una montagna. La mancanza di ogni tipo di accentuazione dell’autorità, e di ogni tipo di misure per farla rispettare, rendevano evidente l’autorità quando ci si trovava davvero alla sua presenza. Ci sono persone in cui l’autorità è innata; certi imperatori hanno davvero i vestiti nuovi.

— Ho inviato il tuo articolo sulla Frequenza Relativa a Sabul, ad Abbenay — disse a Shevek nel suo modo brusco e amichevole. — Ti interessa la risposta?

Spinse sul piano del tavolo un pezzo stracciato di carta; evidentemente si trattava di un angolo di un foglio più grande. Sopra, in minuscole lettere tracciate a penna, c’era un’equazione:

ts / 2 (R) = 0

Shevek si appoggiò alla superficie del tavolo con le mani e osservò il pezzo di carta, con lo sguardo fisso. Aveva gli occhi chiari, e la luce proveniente dalla finestra li colmava in modo da farli parere trasparenti come l’acqua. Aveva diciannove anni. Mitis ne aveva cinquantacinque. E ora lo osservava con compassione e ammirazione.

— Ecco cosa mancava — disse lui. La sua mano incontrò una matita sulla tavola. Cominciò a scrivere sul frammento di carta. Mentre scriveva, il suo volto pallido, inargentato di peluria corta e sottile, divenne rosso.

Mitis aggirò silenziosamente il tavolo per andarsi a sedere. Aveva disturbi circolatori alle gambe, e non poteva stare in piedi a lungo. Quel movimento disturbò Shevek. Egli alzò gli occhi, con un’espressione di fastidio nello sguardo.

— Posso finirlo in un giorno o due — disse.

— Sabul desidera vedere i risultati, quando avrai finito.

Ci fu una pausa. Il colore di Shevek tornò normale, ed egli ridivenne consapevole della presenza di Mitis, ch’egli amava molto. — Perché hai mandato a Sabul quel mio articolo? — le chiese. — Con quel buco dentro! — Sorrise; il piacere di avere colmato il buco logico del ragionamento lo rendeva raggiante.

— Pensavo che potesse trovare il punto dove ti sbagliavi. Io non c’ero riuscita. E inoltre, volevo fargli vedere cosa stai facendo… Ti chiederà di andare laggiù ad Abbenay, sai.

Il giovanotto non rispose.

— Tu, vuoi andare?

— Non ancora.

— Così pareva anche a me. Ma devi andare. Per i libri, per le menti che potrai trovare laggiù. Non sprecherai la tua intelligenza in un deserto! — Mitis parlò con passione. — È tuo dovere cercare il meglio, Shevek. Non permettere mai a un falso egalitarismo di danneggiarti. Lavorerai con Sabul, è bravo, ti farà lavorare sodo. Ma dovrai essere libero di trovare il filone che desideri seguire. Resta qui ancora una stagione, poi vai. E fai attenzione, ad Abbenay. Mantieniti libero. Ogni centro comporta potere. Tu stai per recarti nel centro di tutto. Io non conosco bene Sabul; non posso dire nulla contro di lui, ma tieni in mente soprattutto una cosa: sarai un uomo suo.

Le forme singolari dei pronomi e aggettivi possessivi erano usate, in pravico, soprattutto come forme enfatiche: l’uso colloquiale le evitava. Un bambino piccolo poteva dire «la mia mamma», ma presto imparava a dire «la madre». Per dire: «Questo è il mio e quello è il tuo», in pravico si diceva: «lo uso questo, tu usi quello.» Le parole di Mitis: «Sarai un uomo suo» avevano un suono strano. Shevek la fissò sorpreso.

— Hai un lavoro da fare — disse Mitis. Aveva gli occhi scuri: ora lampeggiarono, come per l’ira. — Fallo! — Poi uscì dalla stanza, poiché un gruppo la attendeva in laboratorio. Confuso, Shevek abbassò gli occhi sul frammento di carta. Pensò che Mitis intendesse dirgli di fare in fretta a correggere le equazioni. Soltanto molto tempo più tardi comprese cosa avesse inteso dirgli in realtà.

La notte precedente la sua partenza per Abbenay, gli altri studenti organizzarono una festa in suo onore. Le festicciole erano frequenti, bastava il minimo pretesto, ma Shevek fu sorpreso nel vedere con quanta energia gli altri la organizzarono, e si chiese perché fosse una così bella festa. Poiché gli altri non lo influenzavano, egli non si era mai accorto di avere influenza su di loro; non aveva idea del fatto che gli altri lo amassero.

Molti di loro dovevano avere risparmiato sulle proprie razioni quotidiane, in vista della festa, per giorni e giorni. C’erano incredibili quantità di cibo. L’ordinazione di pasticceria era così grande che il fornaio del refettorio aveva dato libero corso alla propria fantasia e aveva prodotto raffinatezze inedite: cialde speziate, piccoli quadrati dal gusto pizzicante, per accompagnare il pesce affumicato, frittelle dolci, unte e appetitose. C’erano succhi di frutta, frutta conservata della regione del Mare Kerano, minuscoli gamberetti, montagnole di patatine fritte, dolci. L’abbondanza e la ricchezza del cibo era intossicante. Tutti erano molto allegri, e alcuni finirono con lo star male.

Ci furono imitazioni e altri intrattenimenti, alcuni preparati, altri improvvisati. Tirin si mise addosso tutta una raccolta di stracci, tolti dal secchio della riciclazione, e prese a girare in mezzo a loro come l’Urrasiano Povero, il Mendicante: una delle parole iotiche che tutti avevano imparato studiando storia. — Datemi del denaro - gemeva, agitando la mano sotto il loro naso. — Denaro! Denaro! Perché non mi date del denaro? Non ne avete? Bugiardi! Sporchi proprietaristi! Profittatori! Guardate tutto quel cibo: come l’avete preso, se dite di non avere denaro? — Infine si mise in vendita. — Ombratemi, ombratemi, per solo un po’ di denaro — si mise a ripetere in tono suadente.

— Non si dice ombrare, si dice comprare — lo corresse Rovab.

— Ombratemi, compratemi, chi se ne frega, guardate che corpo affascinante, non lo desiderate? — ripeteva Tirin, agitando i fianchi magri, e battendo le palpebre. Alla fine venne ucciso pubblicamente con un coltello per il pesce e riapparve vestito normalmente. Tra di loro c’erano bravi suonatori d’arpa e cantanti, e ci fu molta musica e danza, ma ancora di più ci furono parole. Parlavano tutti come se l’indomani dovessero diventare muti.

Con il proseguire della notte i giovani amanti si allontanarono per copulare, nelle stanze singole; altri, colti dal sonno, si recarono nei dormitori; infine rimase soltanto un piccolo gruppo, fra i bicchieri vuoti, le lische di pesce e le briciole di pane: tutta pulizia da fare prima del mattino. Ma al mattino mancavano ancora varie ore. Parlarono. E mentre parlavano mangiucchiavano questo e quello. C’erano Bedap e Tirin e Shevek, un paio di altri ragazzi, tre ragazze. Parlarono della rappresentazione spaziale del tempo sotto forma di ritmo, e della connessione delle antiche teorie delle Armonie Numeriche con la moderna fisica temporale. Parlarono dello stile preferibile per nuotare sulle lunghe distanze. Parlarono del fatto se la loro fanciullezza fosse stata felice. Parlarono sulla natura della felicità.

— La sofferenza è un malinteso — disse Shevek, piegato in avanti, con gli occhi chiari spalancati. Era ancora magro, con grandi mani, orecchie sporgenti, giunture nodose, ma nel pieno della salute e delle forze, da giovane adulto, era assai bello. I capelli, color sabbia come quelli degli altri, erano fini e dritti: li portava alla loro piena lunghezza e li teneva discosti dalla fronte con un nastro. Di tutti i presenti, soltanto uno portava un’acconciatura diversa: una ragazza dagli zigomi alti e dal naso largo; si era tagliata i capelli neri in modo da formare una calotta lucente intorno al capo. Questa ragazza fissava ora Shevek con uno sguardo serio e fermo. Le sue labbra erano unte per avere mangiato le frittelle, e sul mento c’era una briciola.

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