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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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L’uomo si scostò di scatto e collassò su Perrin, che spinse via il corpo floscio e respirò a pieni polmoni l’aria dolce della notte.

Faile lanciò di lato un ciocco di legna da ardere e si strofinò il lato della testa. «Non credeva valesse la pena di preoccuparsi di me dopo avermi colpita» sussurrò.

«Un idiota» mormorò Perrin in risposta. «Ma forte.» Avrebbe avuto la sensazione di quelle dita attorno al collo per giorni. «Stai bene?»

«Certo. Non sono una statuetta di porcellana.»

Perrin suppose che in fondo non lo fosse.

Tirando su in fretta l’uomo incosciente e appoggiandolo sul lato di una tenda dove sperava che nessuno lo avrebbe trovato presto, gli tolse il mantello bianco e lo legò mani e piedi con la corda di riserva per l’arco. Un fazzoletto trovato in tasca al tipo servì come bavaglio. Non molto pulito, ma non era colpa sua. Sollevando l’arco sopra la testa, Perrin si sistemò il mantello sulle spalle. Se qualcun altro li vedeva, forse lo avrebbero scambiato per uno di loro. Sul mantello c’era un nodo d’oro di rango, sotto al sole raggiato. Un ufficiale. Anche meglio.

Adesso camminava fra le tende allo scoperto e con passo veloce. Nascosto o no, qualcuno poteva trovare quel tipo e dare l’allarme in qualsiasi momento. Faile gli correva accanto come la sua ombra, investigando il campo alla ricerca di segni di vita con la stessa solerzia di Perrin. Le ombre proiettate dalla luna oscuravano gli spazi fra le tende anche per i suoi occhi.

Avvicinandosi a quella dei prigionieri rallentò, per non far agitare le guardie; un uomo con il mantello bianco era in piedi da un lato, e la lancia splendente di un altro spuntava da dietro.

Di colpo la punta della lancia svanì. Non vi fu alcun suono. Cadde semplicemente.

Un momento dopo due chiazze di oscurità divennero Aiel velati, nessuna delle due figure abbastanza alta per essere Gaul. Prima che la guardia potesse muoversi, una di loro balzò in aria, colpendolo in viso. L’uomo cadde in ginocchio e l’altra Fanciulla roteò, aggiungendo un altro calcio. La guardia cadde inanimata. Accovacciandosi le Fanciulle si guardarono intorno, lance pronte, per vedere se avevano svegliato qualcuno.

Alla vista di Perrin con un mantello bianco, quasi lo attaccarono, finché non videro Faile. Una scosse il capo e sussurrò all’altra, che sembrò ridere in silenzio.

Perrin si disse che non doveva sentirsi contrariato, ma prima Faile lo aveva salvato dallo strangolamento e adesso da una lancia nel fegato. Per qualcuno che in teoria doveva essere a capo di un salvataggio, stava facendo una bella figura.

Aprendo i lembi della tenda infilò la testa all’interno. Era anche più buio che fuori. Mastro Luhan era addormentato davanti all’entrata, le donne raggruppate insieme verso il fondo della tenda. Perrin mise una mano sulla bocca di Haral Luhan. Quando questi aprì gli occhi di scatto si appoggiò un dito sulle labbra. «Sveglia le altre» sussurrò Perrin. «Piano. Vi porteremo fuori da qui.» Negli occhi di mastro Luhan vi fu un lampo di riconoscimento. Annuì.

Arretrando fuori dalla tenda, Perrin rimosse il mantello dalla guardia priva di sensi. L’uomo ancora respirava — raucamente e schiumando dal naso rotto — ma essere maneggiato non lo svegliò. Adesso dovevano sbrigarsi. Gaul era lì, con il mantello dell’altra guardia. I tre Aiel guardavano le altre tende con cautela. Faile praticamente ballava dall’impazienza.

Quando mastro Luhan portò fuori sua moglie e le altre donne, che si guardavano attorno nervose nella luce lunare, Perrin mise velocemente uno dei mantelli sulle spalle del fabbro. Era piccolo — Haral Luhan sembrava un tronco d’albero — ma doveva andar bene. L’altro venne messo sulle spalle di Alsbet Luhan. Non era grossa come il marito, ma pur sempre grossa come un uomo. All’inizio il suo viso rotondo parve sorpreso, ma poi annuì; togliendo l’elmetto conico alla guardia svenuta, lo indossò, incalzandolo sopra la treccia spessa. Le due guardie che avevano legato e imbavagliato con pezzi di lenzuolo vennero messe nella tenda.

Scappare da dove erano venuti era impossibile; Perrin lo sapeva fin dall’inizio. Anche se mastro e comare Luhan avessero potuto muoversi silenziosamente — cosa di cui dubitava — Bode ed Eldrin erano abbracciate una all’altra in completo stupore per il salvataggio. Solo i mormorii della madre evitavano che scoppiassero a piangere di sollievo. Perrin lo aveva pianificato. Aveva bisogno di cavalli, sia per allontanarsi velocemente dal campo sia per far proseguire gli altri. Ce n’erano alcuni legati ai picchetti.

Gli Aiel erano avanti seguiti da Faile con le donne Cauthon, Haral e Alsbet in fondo al gruppo. A un’occhiata casuale sembravano tre Manti Bianchi che scortavano quattro donne.

I cavalli ai picchetti erano sorvegliati, ma solo dal lato distante dalle tende. In fondo perché dovevano sorvegliare i cavalli dagli uomini che li cavalcavano? Certamente rendeva l’incarico di Perrin più facile. Si limitarono a camminare verso la fila di cavalli più vicina alle tende, tutti legati dalla semplice corda del morso, e Perrin ne sciolse uno a testa, a esclusione degli Aiel. La parte più difficile fu far salire comare Luhan sul cavallo privo di sella; servirono entrambi, Perrin e mastro Luhan, e la donna continuava a tirarsi in basso la gonna per coprire le ginocchia. Natti e le ragazze se la cavarono con facilità, e Faile naturalmente. Le guardie che in teoria dovevano sorvegliare i cavalli continuavano la ronda regolare, gridandosi a vicenda, che tutto andava bene nella notte.

«Quando ve lo ordino» iniziò Perrin, e qualcuno nel campo gridò, ancora una volta, più forte; un corno risuonò e degli uomini urlanti sciamarono fuori dalle tende. Se avessero scoperto che i prigionieri erano spariti o l’uomo svenuto che li aveva attaccati, non faceva differenza. «Seguitemi!» gridò Perrin, affondando i talloni nello scuro castrone che si era scelto. «Cavalcate!»

Era una corsa furiosa, ma Perrin cercava di tener d’occhio tutti. Mastro Luhan cavalcava male quasi quanto la moglie, la coppia rimbalzava ovunque, cadendo quasi da cavallo mentre gli animali correvano. Una delle due ragazze, Bode o Eldrin, gridava a squarciagola, per l’eccitazione o forse il terrore. Fortunatamente le guardie non si aspettavano problemi provenienti dall’interno del campo. Un uomo con il mantello bianco che stava scrutando l’oscurità si voltò appena in tempo per togliersi dalla traiettoria dei cavalli al galoppo con un grido stridulo quasi quanto quello della ragazza Cauthon. Altri corni risuonarono alle loro spalle, assieme a grida di ordini lanciati nella notte, molto prima che raggiungessero la copertura del boschetto. Non che ormai ci fosse molto da coprire.

Tam aveva fatto salire tutti in sella come aveva chiesto Perrin. O ordinato. Perrin si lanciò dal castrone su Stepper. Verin e Tomas erano i soli a non agitarsi in sella e i loro cavalli i soli che non danzassero nervosamente con i cavalieri. Abell stava tentando di abbracciare la moglie e le figlie tutte simultaneamente, mentre ridevano e piangevano assieme. Mastro Luhan cercava di stringere ogni mano che raggiungeva. Tranne quelle degli Aiel. Verin e il Custode si congratulavano con tutti, come se la faccenda fosse finita.

«Perrin, sei proprio tu!» esclamò comare Luhan. Quel viso tondo sembrava strano sotto all’elmetto, di traverso per via della treccia. «Cos’è quella cosa che hai in faccia, giovanotto? Ti sono più che grata, ma non ti vorrei alla mia tavola che assomigli a...»

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