Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Sansa arrossì. Era una domanda rude. Ma non era nulla in confronto all’essere stata denudata a forza davanti a tutta la Fortezza Rossa. «No, mio signore.»
«Molto meglio così. Se può darti conforto, non ho alcuna intenzione di darti in sposa a Joffrey. Dopo tutto quello che è successo, temo che nessun matrimonio potrà mai riconciliare gli Stark e i Lannister. Peccato, davvero. Questo matrimonio dinastico era una delle migliori idee che re Robert avesse avuto… Se solo Joffrey non avesse mandato tutto in malora.»
Sansa sapeva che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole le s’impigliarono in gola.
«Sei diventata improvvisamente silenziosa, Sansa» Tyrion Lannister la stava osservando. «Non è forse questo che vuoi? La rottura del fidanzamento?»
«Io, ecco…» di nuovo, Sansa si ritrovò senza sapere che cosa dire. “Sarà un tranello? Verrò punita ancora, se dico la verità?” Rimase a fissare la brutale, prominente arcata sopraccigliare del nano, il suo duro occhio nero, il suo astuto occhio verde, i denti storti, la barba ispida. «Io voglio solo essere leale.»
«Leale» ripeté il Folletto. «E lontana da tutti i Lannister. Non credo proprio di poterti biasimare per questo. Quando avevo la tua età, volevo anch’io stare lontano da tutti i Lannister.» Le sorrise. «Mi dicono che visiti il parco degli dei quasi ogni giorno. A che cosa innalzi le tue preghiere, Sansa?»
“Prego per la vittoria di Robb. E per la morte di Joffrey… E prego di tornare a casa. A Grande Inverno.” «Prego che la guerra possa avere fine.»
«Credo che verrai esaudita molto presto. Ci sarà un’altra battaglia, tra tuo fratello Robb e il lord mio padre. E questo risolverà la questione.»
“Robb lo batterà. Ha battuto tuo zio Stafford e tuo fratello Jaime. Batterà anche lord Tywin.”
Ma l’espressione di Sansa era come un libro aperto, tanta fu la facilità con cui il nano lesse le sue speranze.
«Non contare troppo su Oxcross, mia signora» le disse. «Una battaglia non è la guerra, e il lord mio padre di certo non è mio zio Stafford. La prossima volta che visiterai il parco degli dei, prega che tuo fratello abbia la saggezza di fare atto di sottomissione. Quando il Nord avrà fatto ritorno alla pace del re, ti manderò a casa.» Il Folletto scivolò giù dal davanzale della finestra dove si era seduto. «Puoi dormire qui, questa notte, se vuoi. Metterò i miei uomini a montare la guardia, qualora i Corvi di Pietra…»
«No» riuscì in qualche modo a gorgogliare Sansa. Se fosse rimasta là, chiusa nella Torre del Primo Cavaliere, sotto la sorveglianza degli uomini del nano, come avrebbe mai fatto ser Dontos a darle la libertà?
«Preferisci le Orecchie nere? Se una donna ti farà sentire più al sicuro, ti darò Chella.»
«Ti prego, mio signore, no. I barbari mi spaventano.»
«Spaventano anche me» sogghignò Tyrion. «Ma l’importante è che spaventano molto di più Joffrey e quel groviglio di serpenti velenosi e di cani sbavanti che lui chiama Guardia reale. Con Chella o Timett al tuo fianco, ti garantisco che nessuno oserà torcerti un capello.»
«Preferisco riposare nel mio letto.» E poi venne un’altra menzogna. Talmente naturale, talmente giusta, che Sansa la lasciò andare senza esitazione. «È stato in questa torre che vennero sterminati tutti gli uomini di mio padre. I loro spettri mi darebbero terribili incubi. E vedrei dappertutto il loro sangue…»
«So bene che cosa sono gli incubi, Sansa» Tyrion Lannister scrutò il suo viso. «Forse sei più saggia di quello che pensavo. Permettimi almeno di scortarti fino alle tue stanze.»
CATELYN
Le tenebre erano fitte quando raggiunsero il villaggio. Aveva un nome, quel luogo? Catelyn si trovò a domandarselo. Se così era, gli abitanti, fuggendo, lo avevano portato via con sé, insieme a tutti i loro beni, perfino le candele che illuminavano il piccolo tempio. Ser Wendel Manderly accese una torcia e le fece strada oltre la bassa porta.
All’interno, le sette pareti erano fessurate, deformate. “Dio è uno solo” le aveva insegnato septon Osmynd molto tempo prima, quando lei era ancora una bambina. “Con sette aspetti. Così come il tempio è un solo edificio, con sette pareti.” I templi ricchi avevano statue dei Sette Dei e altari per ciascuno di loro. A Grande Inverno, septon Chayle aveva appeso maschere a ognuna delle pareti. In questo tempio abbandonato, Catelyn non trovò altro che rozze immagini tracciate a carbone. Ser Wendel sistemò la torcia in una nicchia vicino alla porta, poi se ne andò ad aspettare fuori assieme a ser Robar Royce.
Catelyn studiò i volti tracciati sulla pietra. Il Padre era barbuto, come sempre. La Madre sorrideva, dolce e protettiva. La spada del Guerriero era levata accanto al viso. Lo stesso valeva per il martello del Fabbro. La Vergine era bella, la Vecchia era rugosa e saggia. E poi c’era il settimo volto…
Lo Sconosciuto.
Non era né uomo né donna. E al tempo stesso era sia uomo che donna. Eterno straniero in terra straniera, viandante da luoghi remoti, meno umano e più umano, estraneo e inconoscibile. Qui, il settimo volto era un ovale nero, solamente un’ombra con le stelle per occhi. Catelyn si sentì a disagio. In questo tempio avrebbe avuto ben scarso conforto.
S’inginocchiò di fronte alla Madre. «Mia signora, rivolgi il tuo sguardo materno alla battaglia che si sta preparando. Sono tutti figli tuoi, qui. Risparmiali, se puoi. E risparmia anche i miei figli. Veglia su Robb, Bran e Rickon. Vorrei soltanto poter essere con loro.»
L’occhio sinistro della Madre era solcato da una crepa. Pareva che l’immagine stesse piangendo. All’esterno, Catelyn poteva udire la voce baritonale di ser Wendel, e le pacate risposte di ser Robar; i due parlavano della battaglia imminente. Per il resto, il silenzio della notte era assoluto. Neppure il canto di un grillo, neppure lo stormire di una foglia. Anche gli dei tacevano.
“Ti hanno mai risposto gli dei, Ned? Quando ti inginocchiavi davanti all’albero del cuore, ti hanno mai udito?” si chiedeva Catelyn.
La fiamma della torcia baluginò sui muri. Il gioco di luci e ombre diede ai volti una parvenza di vita, distorcendoli, mutandoli. Nei grandi templi delle città, le statue dei Sette Dei avevano le facce che gli scultori avevano dato loro. Ma qui dentro, le immagini tracciate con il carbone erano talmente primitive da essere pressoché prive di fattezze definibili. Avrebbero potuto essere chiunque. A Catelyn, il Padre fece tornare in mente il volto di suo padre, che giaceva nel letto di morte a Delta delle Acque. Il Guerriero avrebbe potuto essere Renly o Stannis, Robb o Robert, Jaime Lannister o Jon Snow. Per un istante, per un breve istante, credette addirittura di vedere il volto di Arya tra quelle linee scalene. Un improvviso colpo di vento irruppe dalla porta aperta, alimentando il fuoco della torcia. I volti dentro i volti svanirono, spazzati via in un’unica vampata arancione.
Il fumo le fece lacrimare gli occhi. Catelyn se li fregò usando la parte inferiore del palmo delle mani solcate dalle cicatrici. Tornò a guardare la Madre. E fu sua madre che vide. Lady Minisa Tully era morta di parto, tentando di dare a lord Hoster un secondo figlio maschio. Il bambino era morto con lei. Dopo di allora la vita sembrava aver abbandonato in parte anche Hoster. “Era sempre così calma” Catelyn ricordò le mani morbide di sua madre, il sorriso pieno di calore. “Quanto diverse sarebbero state le nostre vite… Se fosse vissuta.” Si domandò che cosa lady Minisa avrebbe pensato di sua figlia maggiore, nel vederla inginocchiata in quel luogo, in quel momento. “Ho percorso mille e mille leghe… In nome di che cosa? Chi ho servito? Ho perduto le mie figlie, Robb non mi vuole accanto a sé, Bran e Rickon mi considerano senz’altro una madre distante, snaturata. Non sono stata nemmeno accanto a Ned quando è morto…”