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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Ser Dontos si avvicinò sul suo grottesco cavallo ricavato da un manico di scopa. Da quando era arrivato al torneo troppo ubriaco per montare in sella, re Joffrey aveva decretato che, da quel momento in poi, sarebbe stato sempre in sella.

«Sii forte» le bisbigliò, dandole una stretta al braccio.

Joffrey era in piedi al centro dell’assembramento. In pugno, stringeva una balestra istoriata. Ai suoi lati c’erano ser Boros e ser Meryn. Alla sola vista dei due cavalieri della Guardia reale, Sansa si sentì aggrovigliare le viscere. Si prostrò davanti al re.

«Maestà.»

«Inginocchiarti ormai non ti salverà» disse il re. «Alzati. Ti trovi qui per rispondere dell’ultimo tradimento perpetrato da tuo fratello.»

«Maestà, qualsiasi cosa abbia fatto mio fratello, il traditore, io non ho parte alcuna. Tu questo lo sai, t’imploro…»

«Fatela alzare!»

Il Mastino la rimise in piedi, non senza una certa gentilezza.

«Ser Lancel» abbaiò Joff «dille dell’ennesimo oltraggio.»

Sansa aveva sempre considerato Lancel Lannister un giovane attraente e di buone maniere. Ma nello sguardo che lui le lanciò non c’era né gentilezza né compassione.

«Servendosi di qualche turpe stregoneria, tuo fratello ha guidato un’orda di mostri all’attacco dell’esercito di ser Stafford Lannister, a nemmeno tre giorni di cavallo da Lannisport. Migliaia di validi uomini sono stati macellati nel sonno senza nemmeno la possibilità di alzare la spada. Dopo la strage, i barbari del Nord hanno banchettato con la carne dei caduti.»

Sansa sentì l’orrore stringerle la gola.

«Hai niente da dire?» chiese Joffrey.

«Maestà» mormorò ser Dontos «la povera piccola è sconvolta oltre ogni dire.»

«Silenzio, giullare!» Joffrey sollevò la balestra e la puntò dritto in faccia a Sansa. «Voi Stark siete innaturali quanto i vostri lupi. Non ho dimenticato come quel tuo mostro mi ha sbranato.»

«È stato il lupo di Arya, non il mio» rispose Sansa. «Lady non ti aveva mai fatto nulla di male. Ma tu l’hai uccisa lo stesso.»

«No, tuo padre l’ha uccisa. Io però ho ucciso lui. Vorrei averlo fatto con le mie mani. Ho ucciso un uomo anche più grosso di tuo padre, la notte scorsa. Sono venuti alle porte del castello gridando il mio nome, chiedendo pane… Nemmeno fossi un miserabile fornaio. Ma ho dato loro una bella lezione. Ho colpito quello che urlava più forte proprio alla gola.»

«Ed è morto?» con il rostro di ferro del dardo della balestra puntato in mezzo agli occhi, per Sansa fu difficile trovare qualcos’altro da dire.

«Ma certo che è morto. Gli ho piantato il mio dardo in gola. C’era una donna che lanciava pietre. Ho colpito anche lei, ma solo al braccio» la fronte aggrottata, Joffrey abbassò la balestra. «Dovrei piantare un dardo anche nella tua, di gola. Ma mia madre dice che se io lo facessi loro ucciderebbero mio zio Jaime. Invece, verrai punita. Dopodiché, faremo sapere a tuo fratello che cosa ti accadrà se lui non si arrende. Mastino, colpiscila.»

«No! Lasciate che lo faccia io!» Ser Dontos si fece avanti, con la corazza di latta che sbatacchiava.

Era armato di una mazza ferrata, la cui palla era un melone. “Caro Florian!” Sansa avrebbe voluto baciarlo, pur con la pelle chiazzata, le vene scoppiate e tutto il resto. Ser Dontos le girò intorno al galoppo, spronando il suo manico di scopa. «Traditrice!» urlava. «Traditrice!» La colpì sulla testa con il melone. Sansa si ritrasse, proteggendosi il capo con le mani. Al secondo colpo, aveva già tutti i capelli impiastricciati di succo. La gente rideva. Dontos continuò ad andare all’attacco. Il melone andò in pezzi. “Ridi, Joffrey” implorava mentre grumi di polpa viscida colavano giù per il viso e per la gola di Sansa, inzuppando il suo abito di seta. “Ridi e sii soddisfatto…”

Re Joffrey non rise. Non si concesse neppure lo spettro di un sorriso. «Boros. Meryn.»

Ser Meryn Trant prese Dontos per un braccio e lo scaraventò lontano. Il giullare finì a gambe levate con il manico di scopa, il melone spaccato e tutto il resto. Ser Boros afferrò Sansa.

«Non sulla faccia» precisò Joffrey. «Voglio che rimanga graziosa.»

Boros le affondò un pugno nel ventre, facendole uscire tutta l’aria che aveva in corpo. Sansa si piegò in avanti, come uno stelo reciso da una falce. Ser Boros la prese per i capelli, sguainò la spada. Per un momento spaventoso, Sansa fu certa che le avrebbe tagliato la gola. Boros la colpì alle cosce con il piatto della lama. Sansa ebbe l’impressione che le gambe le si spezzassero a metà per la violenza del colpo. Urlò. Gli occhi le si riempirono di lacrime. “Presto sarà finita.” Ma poco dopo perse il conto dei colpi.

«Basta così» sentì che diceva la voce roca del Mastino.

«Dico io quando basta, cane» rispose il re. «Boros, denudala.»

La mano carnosa di Boros afferrò il bordo del corpetto e diede un brutale strattone. La seta si lacerò, esponendo il corpo di Sansa fino alla vita. Lei cercò di coprirsi i seni con le mani. Da qualche parte, chissà dove, vennero sghignazzate laide, crudeli.

«Picchiala a sangue! E poi vedremo se a suo fratello piace…»

«Che cosa sta succedendo qui?»

La voce del Folletto era sferzante come uno schioccare di frusta. Di colpo, Sansa fu libera. Cadde nuovamente in ginocchio, con le braccia raccolte al petto, il respiro mozzato.

«È questo il tuo concetto di cavalleria, ser Boros?» continuò Tyrion Lannister, inferocito. C’era il suo mercenario con lui, e anche uno dei suoi barbari delle montagne, quello con l’occhio bruciato. «Quale genere di cavaliere colpisce fanciulle indifese?»

«Quello che serve il suo re, Folletto.»

Ser Boros sollevò minacciosamente la spada e ser Meryn venne a fargli da spalla, estraendo la lama dal fodero.

«Fate attenzione con quelle» il mercenario del nano sembrava addirittura divertito. «Sarebbe un vero peccato sporcare di sangue tutti quei bei mantellini bianchi.»

«Date a questa ragazza qualcosa con cui coprirsi» ordinò il Folletto.

Sandor Clegane si tolse la cappa e la gettò a Sansa. Lei se la strinse al petto, i pugni contratti nella lana bianca. Le maglie erano larghe, la tessitura ruvida, eppure il mantello del Mastino le parve più soffice del velluto.

«La fanciulla diventerà la tua regina» disse il Folletto, rivolgendosi a Joffrey. «Non hai alcun rispetto per il suo onore?»

«La sto punendo.»

«Per quale crimine? Non ha combattuto con suo fratello.»

«Ha sangue di lupo nelle vene.»

«E tu hai il cervello di un’oca.»

«Non puoi parlarmi a questo modo. Il re fa come gli pare.»

«Davvero? Anche Aerys Targaryen ha fatto come gli pareva. Tua madre ti ha mai detto che cosa gli è successo?»

Ser Boros Blount emise un suono inarticolato. «Nessuno minaccia sua Grazia in presenza della Guardia reale!»

«Non sto affatto minacciando il re» rispose Tyrion Lannister marcando un sopracciglio. «Sto educando mio nipote. Bronn, Timett: la prossima volta che ser Boros apre bocca… sgozzatelo.» Sogghignò. «Ecco, ser Boros, questa è una minaccia. Capito la differenza?»

La faccia di ser Boros diventò paonazza: «La regina verrà informata di tutto ciò!».

«Me lo auguro. Anzi, perché aspettare? Joffrey, mandiamo subito a chiamare tua madre, che ne dici?»

Il re arrossì.

«Maestà, non risponde?» insisté il Folletto. «Molto bene. Impara a usare di più le orecchie e meno la lingua. Altrimenti, il tuo regno sarà ancora più corto di me. Con la turpe brutalità non conquisterai mai l’amore della tua gente… Né quello della tua regina.»

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