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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Non era un lungo tragitto, e dovettero guadare delle strade fangose solo in quattro punti. Si era parlato di ponteggi di legno, tanto alti da poterci cavalcare sotto, ma questi avrebbero conferito all’accampamento una stabilità che nessuno voleva. Perfino le Sorelle che ne parlavano non premevano mai perché fossero costruiti. Il che non lasciava loro che guadare lentamente, stando attente a tenere ben alzati gonne e mantello per non arrivare inzaccherate fino alle ginocchia. Quantomeno le folle rimanenti scomparvero quando si avvicinarono al Consiglio. La zona lì attorno era vuota come sempre, o quasi.

Nisao e Carlinya erano già in attesa di fronte al grande padiglione di tela con le sue pareti laterali rattoppate, la minuta Gialla che si mordicchiava il labbro inferiore e scrutava Egwene con aria ansiosa. Carlinya era la calma personificata, occhi freddi e mani ripiegate alla cintura. A parte il fatto che si era dimenticata il suo mantello, del fango macchiava l’orlo ricamato a volute della sua pallida gonna, e la sua chioma di riccioli scuri aveva decisamente bisogno di essere pettinata. Rivolgendole le loro riverenze, la coppia si unì ad Anaiya e alle altre due, a poca distanza dietro Egwene. Tutte quante mormoravano piano, i frammenti che Egwene percepiva erano solo innocui commenti sul tempo o su quanto a lungo avrebbero dovuto aspettare. Questo non era un posto in cui mostrarsi connesse a lei troppo da vicino. Beonin giunse lungo la strada di corsa, il suo respiro affannato che si condensava, e si arrestò di colpo, fissando Egwene prima di unirsi alle altre. La tensione attorno ai suoi occhi era ancora più evidente di prima. Forse pensava che questo avrebbe influenzato i suoi negoziati. Ma sapeva che le discussioni sarebbero state un inganno, solo uno stratagemma per prendere tempo. Egwene controllò il proprio respiro e svolse alcuni esercizi da novizia, tuttavia nessuno di essi lenì il suo mal di testa. Non erano mai d’aiuto.

Non c’era segno di Sheriam fra le tende in nessuna direzione, ma non erano precisamente sole sulle assi fuori dal padiglione. Akarrin e le altre cinque Sorelle che erano andate con lei, una per ogni Ajah, stavano attendendo in un capannello sull’altro lato dell’ingresso. Molte di loro offrirono delle riverenze distratte a Egwene, tuttavia si tennero a distanza. Forse erano state avvisate di non dire nulla finché non avessero parlato davanti al Consiglio. Egwene avrebbe potuto semplicemente esigere che le facessero il loro rapporto così su due piedi, certo. E loro avrebbero potuto perfino presentarlo, all’Amyrlin. Era probabile che l’avrebbero fatto. D’altro canto, le relazioni di un’Amyrlin con le Ajah erano sempre delicate, spesso includendo l’Ajah di sua provenienza. Quasi tanto delicate quanto quelle col Consiglio. Egwene si costrinse a sorridere e a rivolgere loro un educato cenno col capo. E se stava digrignando i denti dietro quel sorriso, be’, ciò l’aiutava a tenere la bocca serrata.

Non tutte le Sorelle parevano consce della sua presenza. Akarrin, slanciata nel suo semplice abito di lana marrone e un mantello con un ricamo verde sorprendentemente elaborato, stava fissando il nulla, annuendo fra sé ogni tanto. Sembrava stesse ripassando quello che avrebbe detto all’interno. Akarrin non era forte nel Potere, poco più di Siuan semmai, ma solo un’altra delle sei, Therva, una donna magra in gonne per cavalcare striate di giallo e un mantello bordato sempre di giallo, era pari a lei. Questo era un preoccupante indicatore di quanto le Sorelle fossero state spaventate da quello strano faro di saidar. Le Sorelle più forti si sarebbero dovute fare avanti per l’incarico che gli era stato affidato, ma tranne per la stessa Akarrin, c’era stata una notevole carenza di entusiasmo. Le sue compagne parevano averne ancora meno. Shana di norma manteneva un profondo riserbo malgrado gli occhi che la facevano apparire perennemente sgomenta, ma ora sembrava pronta a diventare irrazionale per la preoccupazione. Scrutò verso l’entrata del Consiglio, chiusa da pesanti lembi, e le sue mani giocherellavano col suo mantello come se non riuscisse a tenerle ferme. Reiko, una corpulenta Azzurra arafelliana, teneva gli occhi bassi, ma i campanellini fra i suoi lunghi capelli scuri tintinnavano debolmente come se stesse scuotendo il capo all’interno del cappuccio. Solo la faccia dal lungo naso di Therva esibiva un aspetto di assoluta serenità, del tutto imperturbata e incrollabile, tuttavia questo di per sé era un cattivo segno. La Gialla era eccitabile di natura. Cosa avevano visto? A cosa miravano Moria e le altre due Adunanti?

Egwene tenne sotto controllo la sua impazienza: era chiaro che il Consiglio non si trovava ancora in seduta. Si stava radunando, ma diverse Adunanti la superarono ed entrarono nel grande padiglione, nessuna di fretta. Salita esitò come se potesse parlare, ma poi si limitò ad abbassare le ginocchia prima di sollevare il suo scialle con la frangia gialla sulle spalle e farsi strada all’interno. Kwamesa guardò Egwene oltre la punta del suo lungo naso mentre le faceva la riverenza e rivolse la stessa occhiata nell’esaminare brevemente Anaiya e le altre, ma del resto la magra Grigia guardava chiunque dall’alto in basso. Non era alta, ma cercava di sembrarlo. Berana, il suo volto una maschera di alterigia e grandi occhi marroni gelidi come la neve, si soffermò per offrire la sua fredda riverenza a Egwene e fissare accigliata Akarrin. Dopo un lungo momento, forse rendendosi conto che Akarrin non l’aveva nemmeno vista, si lisciò le gonne bianche ricamate d’argento, si aggiustò lo scialle lungo le braccia in modo che la frangia pendesse per bene, e scivolò attraverso i lembi d’ingresso come se si fosse trovata per caso ad andare in quella direzione. Tutte e tre erano fra le Adunanti che Siuan aveva indicato come troppo giovani. Come Malind ed Escaralde. Ma Moria era Aes Sedai da centotrent’anni. Per la Luce, grazie a Siuan ora cercava cospirazioni dappertutto!

Proprio quando Egwene cominciava a pensare che la testa le sarebbe scoppiata per la frustrazione, se non per l’emicrania, Sheriam apparve all’improvviso, tenendo sollevati mantello e gonne mentre procedeva quasi di corsa attraverso la sporca fanghiglia della strada.

«Sono terribilmente dispiaciuta, Madre» disse senza fiato, affrettandosi a incanalare per ripulirsi dal fango che si era schizzata addosso. «Ho sentito che il Consiglio stava per entrare in seduta e sapevo che mi avresti cercata, perciò sono venuta il più rapidamente possibile. Sono davvero spiacente.» Dunque Siuan la stava ancora cercando.

«Ora sei qui» disse Egwene in tono deciso. La donna doveva essere proprio dispiaciuta per offrirle delle scuse di fronte alle altre, Akarrin e le sue compagne più che Anaiya e il resto. Perfino quando la gente sapeva che non era così, tendeva a prenderti per quello che apparivi, e la Custode degli Annali non si sarebbe dovuta far vedere mentre si scusava e si torceva le mani. Di certo lei lo sapeva. «Va’ avanti e annunciami.»

Traendo un profondo respiro, Sheriam gettò indietro il cappuccio del suo mantello, si aggiustò la stretta stola azzurra e varcò i lembi dell’ingresso. La sua voce risuonò chiaramente nelle frasi rituali. «Ecco che arriva, ecco che arriva...»

Egwene quasi non aspettò che terminasse – «...la Fiamma di Tar Valon, l’Amyrlin Seat» – prima di incedere fra l’anello di bracieri e le lampade su sostegni addossati alle pareti del padiglione. Le lampade diffondevano una buona luce, e i bracieri, che oggi emanavano un aroma di lavanda, riscaldavano l’intero spazio. Il freddo non era una cosa spiacevole quando si poteva sentire un vero tepore. La disposizione del padiglione seguiva regole antiche, modificate solo lievemente per adattarsi al fatto che non si stavano incontrando nella Torre Bianca, nella grande camera circolare chiamata il Consiglio della Torre. All’estremità opposta, una panca semplice ma ben lucidata era posta in cima a una piattaforma squadrata coperta da un tessuto a strisce nei sette colori delle Ajah. Quello e la stola attorno al collo di Egwene erano di certo gli unici posti nell’accampamento dove l’Ajah Rossa aveva una sua rappresentanza. Alcune Azzurre avevano voluto che il colore fosse rimosso – dal momento che pareva che Elaida avesse fatto ridipingere il vero trono dell’Amyrlin Seat e fatto filare una nuova stola senza l’azzurro – ma Egwene si era rifiutata. Se lei doveva essere di tutte le Ajah o di nessuna, allora sarebbe stata di tutte le Ajah. Lungo i vividi tappeti a strati che servivano per coprire il terreno, due file di panche si allontanavano oblique dall’ingresso a gruppi di tre, in cima a casse coperte di stoffa nei colori delle Ajah. Be’, sei delle Ajah. Per tradizione, le due Adunanti più anziane potevano reclamare i posti più vicini all’Amyrlin Seat per le loro Ajah, perciò quelli erano assegnati a Gialle e Azzurre. Dopodiché tutto stava a chi giungeva per prima e a dove desiderava sedere, la prima arrivata sceglieva sempre il posto per la propria Ajah.

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