Crocevia del crepuscolo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #10
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Crocevia del crepuscolo». Краткое содержание книги:
19
Sorprese
Per tradizione, l’Amyrlin veniva informata della seduta del Consiglio, tuttavia nulla prescriveva che dovessero attendere lei prima di iniziare la sessione, il che voleva dire che poteva mancare poco tempo. Egwene voleva balzare in piedi e marciare dritto verso il grande padiglione prima che Moria e le altre due potessero far scattare qualunque sorpresa avessero in mente. Le sorprese nel Consiglio di rado erano belle. Quelle di cui venivi a conoscenza in ritardo erano peggio. Tuttavia bisognava seguire protocolli che erano leggi, non usanze, riguardo l’ingresso dell’Amyrlin nel Consiglio, perciò rimase dov’era e mandò Siuan a prendere Sheriam in modo da poter essere annunciata adeguatamente dalla Custode degli Annali. Siuan le aveva detto che in realtà si trattava di avvertire le Adunanti della sua presenza – c’erano sempre delle faccende di cui potevano voler discutere senza che l’Amyrlin lo sapesse – e dal suo tono non pareva proprio che stesse facendo una battuta.
In ogni caso, non c’era alcuno scopo nel recarsi al Consiglio finché non fosse potuta entrare. Frenando la propria impazienza, appoggiò la testa alle mani e si massaggiò le tempie mentre tentava di leggere ancora un po’ dei rapporti delle Ajah. Malgrado quello sgradevole té, o forse proprio per via di esso, il suo mal di testa faceva tremolare le parole sulla pagina ogni volta che batteva le palpebre, e Anaiya e le altre due certo non aiutavano.
Un attimo dopo che Siuan fu uscita, Anaiya gettò all’indietro il suo mantello, sistemandosi sullo sgabello rimasto libero – non parve oscillare sotto di lei, gambe diseguali o meno – e cominciò a speculare su quello a cui mirassero Moria e le altre. Non era una donna fantasiosa, perciò le sue supposizioni erano piuttosto misurate, date le circostanze. Misurate, ma non per questo meno inquietanti.
«Le persone spaventate fanno cose sciocche, Madre, perfino le Aes Sedai,» mormorò, appoggiando le mani sulle ginocchia «ma almeno puoi star certa che Moria sarà decisa riguardo a Elaida, perlomeno nel lungo periodo. Attribuisce a Elaida la responsabilità della morte di ogni Sorella dopo la deposizione di Siuan. Moria vuole che Elaida riceva una frustata per ogni singola Sorella prima di andare dal boia. Una donna dura, più dura perfino di Lelaine, per certi versi. Più risoluta, comunque. Non si farà scrupoli per cose di fronte a cui Lelaine potrebbe tirarsi indietro. Temo molto che premerà per un attacco alla città il prima possibile. Se i Reietti si stanno muovendo così apertamente e su scala così vasta, allora meglio una Torre ferita ma unita che una Torre divisa. Perlomeno, temo che sia il modo in cui la vede Moria. Dopotutto, per quanto vogliamo evitare che le Sorelle si uccidano fra loro, non sarebbe la prima volta. La Torre dura da lungo tempo, ed è guarita da molte ferite. Possiamo guarire anche da questa.»
La voce di Anaiya si addiceva alla sua faccia, cordiale, paziente e confortante, ma quelle affermazioni stridevano come unghie su una lavagna. Luce, per quanto Anaiya dicesse che questo era ciò che temeva da parte di Moria, pareva decisamente d’accordo con quella opinione. Era ponderata, imperturbabile e mai avventata con le parole. Se lei era favorevole a un attacco, quante altre lo erano?
Come al solito, Myrelle era tutto fuorché posata. Vivace e focosa erano aggettivi che la descrivevano meglio. Non avrebbe riconosciuto la pazienza se l’avesse morsa sul naso. Camminava avanti e indietro quanto le consentiva lo spazio ristretto della tenda, scalciando le sue gonne color verde intenso e qualche volta dando un calcio a uno degli sgargianti cuscini impilati contro la parete prima di voltarsi per un nuovo giro. «Se Moria è tanto spaventata da premere per un attacco, allora la paura l’ha fatta uscire di testa. Una Torre troppo ferita non sarebbe in grado di ergersi contro i Reietti o chiunque altro. È Malind che dovrebbe preoccuparti. Continua a far notare che Tarmon Gai’don potrebbe abbattersi su di noi da un giorno all’altro. L’ho sentita dire che quello che abbiamo percepito potrebbero essere i primi colpi dell’Ultima Battaglia. E che potrebbe avvenire qui, per di più. Quale posto migliore da colpire di Tar Valon, per l’Ombra? Malind non ha mai temuto di prendere decisioni difficili, o di ritirarsi quando lo riteneva necessario. Abbandonerebbe Tar Valon e la Torre all’istante se pensasse che ciò potrebbe mantenere in vita armeno alcune di noi per Tarmon Gai’don. Lei proporrà di togliere l’assedio e fuggire dove i Reietti non possano trovarci finché non saremo pronte per contrattaccare. Se sottopone la questione al Consiglio nel modo giusto, potrebbe perfino ottenere il consenso maggioritario in appoggio.» Quel solo pensiero fece danzare ancora più forte le parole sulla pagina di fronte a Egwene. Morvrin, il suo volto tondo inflessibile, si limitò a piantare i pugni sulle anche abbondanti; replicava a ogni suggerimento con una risposta lapidaria. «Non ne sappiamo abbastanza da essere sicuri che si trattasse dei Reietti», «Non puoi saperlo finché non lo dice», «Forse sì e forse no», «Una supposizione non è una prova.» Si diceva che non credesse che fosse mattina finché non vedeva il sole con i suoi occhi. La sua voce decisa non tollerava stupidaggini e specialmente il balzare a conclusioni. Anche quello non leniva certo una testa dolorante. Non si stava opponendo ai suggerimenti, in effetti: stava solo mantenendo la mente aperta. Una mente aperta poteva andare in ogni direzione, quando bisognava giungere a un punto fermo.
Egwene richiuse la cartella sui rapporti con un sonoro schiocco. Fra il sapore disgustoso che aveva in bocca e l’acuto pulsare nella sua testa – per non parlare di quelle voci incessanti! – non riusciva a concentrarsi comunque su ciò che leggeva. Le tre Sorelle la guardarono sorprese. Aveva messo in chiaro da molto tempo che era lei a comandare, ma cercava di non mostrare collera. Giuramenti di fedeltà o meno, una giovane donna che si lasciava andare alla collera poteva fin troppo facilmente essere liquidata come imbronciata. La qual cosa la faceva arrabbiare ancora di più, il che acuiva il suo mal di testa, che a sua volta...
«Ho aspettato abbastanza» disse, compiendo uno sforzo per mantenere la propria voce calma. Il suo mal di testa vi aggiunse una lieve punta di asprezza, però. Forse Sheriam pensava di doversi incontrare con lei al Consiglio.
Raccogliendo il suo mantello, uscì a grandi passi nel freddo mentre ancora se lo stava drappeggiando attorno alle spalle, e Morvrin e le altre due esitarono solo un momento prima di seguirla. Accompagnarla al Consiglio poteva far sembrare che fossero il suo seguito, ma si supponeva che dovessero sorvegliarla, e lei sospettava che perfino Morvrin fosse interessata a sentire quello che Akarrin aveva da riferire e cosa avevano intenzione di trame Moria e le altre.
Nulla di troppo difficile da trattare, sperava Egwene, nulla di ciò che pensavano Anaiya e Myrelle. Se necessario, avrebbe potuto tentare di applicare la Legge di Guerra, ma perfino se avesse avuto successo, governare per editti aveva i suoi svantaggi. Quando la gente doveva obbedirti per una cosa, trovava sempre modi per divincolarsi su altre, e quanto più veniva costretta a obbedire, tanti più posti trovava per divincolarsi. Era un equilibrio naturale a cui non si poteva sfuggire. Peggio ancora, aveva imparato l’assuefazione che dava l’avere persone che balzavano a ogni sua parola. Arrivavi a considerarlo l’ordine naturale delle cose, e quando poi non saltavano, venivi colto alla sprovvista. Inoltre, con la testa che le martellava – stava martellando, ora, non pulsando, anche se forse non in modo così secco – con quel suo mal di testa, era pronta a redarguire chiunque solo la guardasse storto. Perfino il fatto di doverle obbedire non veniva accettato di buon grado dalle persone.
Il sole era dritto sopra di loro, una sfera dorata in un cielo azzurro cosparso da nuvole bianche, ma non proiettava calore, solo deboli ombre e uno sbrilluccichio sulla neve dove non era stata calpestata. L’aria era gelata come vicino al fiume. Egwene ignorò il freddo, rifiutando di lasciarsi toccare da esso, ma solo i morti avrebbero potuto non esserne consapevoli, con il fiato di ognuno che si condensava davanti alla faccia. Era l’ora del pasto di metà giornata, tuttavia non era possibile nutrire così tante novizie allo stesso tempo, perciò Egwene e la sua scorta dovevano comunque muoversi fra ondate di donne biancovestite che si toglievano dal loro cammino con un salto e sobbalzavano in una riverenza lì per strada. Adottò un passo tale che di solito si lasciavano alle spalle i capannelli di novizie ancora prima che allargassero le gonne.