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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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Con uno sforzo, Egwene riuscì a non sospirare. Appena. Halima non chiedeva altro che un giaciglio nella tenda di Egwene, in modo da poter essere a disposizione quando lei avesse avuto uno dei suoi mal di testa, e dormire lì doveva aver comportato delle difficoltà con i suoi compiti per Delana. Inoltre a Egwene piacevano i suoi modi spicci e diretti. Era molto facile parlare con Halima e dimenticarsi per un po’ di essere l’Amyrlin Seat, una rilassatezza di cui non poteva godere nemmeno con Siuan. Si era battuta con tanta forza per essere riconosciuta come Aes Sedai e Amyrlin, e la sua stretta su quel riconoscimento era troppo tenue. Ogni svista nell’essere Amyrlin avrebbe reso più semplice la successiva, e quella dopo, e quella dopo ancora, finché non sarebbe stata considerata di nuovo come una bambina che stava giocando. Ciò rendeva Halima un lusso da conservare gelosamente, e questo oltre a ciò che le sue dita riuscivano a fare per i mal di testa di Egwene. Con sua irritazione, però, ogni altra donna nell’accampamento pareva condividere l’opinione di Siuan, con la possibile eccezione di Delana. La Grigia sembrava troppo moralista per avere alle proprie dipendenze una sottana facile, qualunque fosse la riconoscenza che poteva nutrire nei suoi confronti. In ogni caso, che la donna desse la caccia agli uomini o li facesse addirittura cadere ai propri piedi, non era questo il punto ora.

«Temo di avere del lavoro da sbrigare, Halima» disse sfilandosi i guanti. Una montagna di lavoro, la maggior parte dei giorni. Sul tavolo non c’era ancora segno dei rapporti di Sheriam, ovviamente, ma li avrebbe inviati presto, assieme ad alcune richieste che pensava meritassero la sua attenzione. Solo alcune: dieci o dodici appelli per riparazioni o lamentele, per ognuna delle quali ci si aspettava che Egwene emettesse il giudizio dell’Amyrlin. Questo non si poteva fare senza un accurato esame delle domande, non se voleva prendere una decisione giusta. «Forse potresti cenare con me.» Se fosse riuscita a terminare in tempo per non limitarsi a mangiare alla scrivania proprio lì nel suo studio. Era quasi già mezzogiorno. «Allora potremo parlare.»

Halima si mise a sedere di colpo, gli occhi che dardeggiavano e le labbra piene premute assieme, ma il suo cipiglio scomparve rapido com’era giunto. Delle braci rimanevano nei suoi occhi, però. Se fosse stata un gatto, avrebbe avuto la schiena inarcata e la coda come uno scovolo per bottiglie. Mettendosi in piedi in modo aggraziato sui tappeti, si lisciò il vestito sopra le anche. «Molto bene, allora. Se sei certa di non volere che io rimanga.»

Con un tempismo sorprendente, un sordo pulsare cominciò dietro gli occhi di Egwene, un’avvisaglia fin troppo familiare di un feroce mal di testa, ma lei scosse comunque il capo e ripeté che aveva del lavoro da fare. Halima esitò ancora un momento, la sua bocca si serrò di nuovo e strinse le mani a pugno fra le gonne, poi afferrò il suo mantello di seta orlato di pelliccia dall’appendiabiti e uscì a grandi passi dalla tenda senza curarsi di mettere l’indumento attorno alle spalle. Avrebbe potuto prendersi un malanno, andandosene in giro così con quel freddo.

«Quel temperamento da pescivendola la farà finire nei guai, presto o tardi» borbottò Siuan prima che i lembi d’ingresso smettessero di oscillare. Guardando accigliata nella direzione verso cui Halima si era allontanata, spostò il suo scialle attorno alle spalle con uno strattone.

«Quella donna si trattiene in tua presenza, ma non ha remore a prendere me a male parole. Me o chiunque altra. L’hanno udita urlare contro Delana. Chi ha mai sentito di una segretaria che urla contro il suo datore di lavoro, e una Sorella, per di più? Un’Adunante! Non capisco perché Delana la tolleri.»

«Di certo sono affari di Delana.» Mettere in discussione le azioni di un’altra Sorella era proibito quanto interferire con esse. Solo secondo le usanze, non per legge, ma alcune usanze erano forti quanto la legge. Di sicuro non c’era bisogno che lei lo ricordasse a Siuan. Massaggiandosi le tempie, Egwene si mise a sedere con cautela nella sedia dietro il suo scrittoio, ma quella dondolò comunque. Progettata per ripiegarsi in modo da poter essere trasportata su un carro, le gambe avevano l’abitudine di flettersi quando non avrebbero dovuto, e nessuno dei carpentieri era stato in grado di aggiustarle nonostante ripetuti tentativi. Anche il tavolo era pieghevole, ma si reggeva in modo ben più saldo. Egwene desiderò aver avuto l’opportunità di acquistare una sedia nuova nel Murandy, ma c’erano state così tante cose da comprare e non abbastanza soldi per una sedia, dal momento che già ne aveva una. Perlomeno aveva acquistato un paio di lampade su sostegni e una da tavolo, tutte e tre in semplice ferro dipinto di rosso ma con buoni specchi privi di bolle. La buona illuminazione non pareva aiutarla con i suoi mal di testa, tuttavia era meglio che cercare di leggere con una manciata di candele di sego e una lanterna.

Se Siuan aveva preso le sue parole come un rimprovero, questo non la intimidì di certo. «Non è soltanto irritabile. Una o due volte pensavo che fosse sul punto di colpirmi. Suppongo che abbia abbastanza buonsenso dal trattenersi, ma qui non ci sono solo Aes Sedai. Sono convinta che in qualche modo abbia tentato di rompere il braccio a un carrettiere. Lui dice di essere caduto, ma a me sembra che menta, con quegli occhi che si muovono di continuo e la bocca che si contrae. Non gli piacerebbe ammettere che una donna gli ha piegato un braccio dietro la schiena, no?» «Lascia stare, Siuan» disse Egwene in tono stanco. «E probabile che quell’uomo abbia cercato di prendersi qualche libertà.»

Doveva essere così. Lei non riusciva a capire come Halima avrebbe potuto rompere il braccio di un uomo. In qualunque modo venisse descritta quella donna, muscolosa non era certo un termine adatto. Invece di aprire la cartella sbalzata che Siuan aveva messo sul tavolo, appoggiò le mani da entrambi i lati del plico, in modo da tenerle lontane dalla testa. Forse se avesse ignorato il dolore, stavolta se ne sarebbe andato. Inoltre, tanto per cambiare, aveva delle informazioni da scambiare con Siuan. «Pare che alcune delle Adunanti stiano parlando di intavolare negoziati con Elaida» esordì.

Senza tradire alcuna espressione, Siuan si tenne in equilibrio su uno dei due traballanti sgabelli a tre gambe di fronte al tavolo e ascoltò assorta – solo le sue dita si muovevano, carezzando lievemente le sue gonne – finché Egwene non ebbe terminato. Poi strinse le mani a pugno e bofonchiò una sequela di maledizioni piuttosto forti perfino per lei, cominciando con l’augurio che tutta quella marmaglia soffocasse a morte mangiando interiora di pesce vecchie di una settimana e poi precipitasse giù per il fianco della collina. Il fatto che tali imprecazioni provenissero da un volto tanto giovane e grazioso non fece che renderle peggiori.

«Suppongo che tu abbia ragione nel lasciare che la cosa vada avanti» borbottò una volta scemata la sua invettiva. «Questi discorsi si diffonderanno, ora che sono iniziati, e in questo modo potrai prevenirli e approfittarne. Beonin non dovrebbe sorprendermi, presumo. È ambiziosa, ma ho sempre pensato che sarebbe tornata a sgattaiolare da Elaida se Sheriam e le altre non le avessero inculcato un po’ di spina dorsale.» Con la voce che accelerava, Siuan fecalizzò gli occhi su Egwene come per cercare di conferire maggiore peso alle proprie parole. «Magari quella di Varilin e le altre fosse una sorpresa, Madre. Senza contare le Azzurre, sei Adunanti da cinque Ajah sono fuggite dalla Torre dopo il colpo di mano di Elaida.» Nel dire quelle parole, la sua bocca si contrasse lievemente. «E qui abbiamo una da ciascuna di quelle cinque. Ero nel Tel’aran’rhiod la scorsa notte, nella Torre...»

«Spero che tu sia stata cauta» la interruppe bruscamente Egwene. Siuan pareva conoscere a malapena il significato della parola cautela, a volte. I pochi ter’angreal per i sogni in loro possesso avevano file di Sorelle che sospiravano per utilizzarli, perlopiù per far visita alla Torre, e nonostante a Siuan non era precisamente impedito il loro uso, in realtà era quasi come se lo fosse. Avrebbe potuto mettere per sempre il suo nome nelle liste senza che il Consiglio le concedesse anche una sola notte. Anche mettendo da parte le Sorelle che attribuivano a Siuan la colpa primaria per lo scisma nella Torre – a tale proposito, non era stata riaccettata con la stessa cordialità di Leane, né coccolata da nessuno – a parte ciò, troppe si ricordavano dei suoi insegnamenti severi, quando lei era una delle poche che sapevano come usare i ter’angreal del sogno. Siuan non era molto tollerante nei confronti degli sciocchi (e chiunque si comportava come tale le prime volte nel Tel’aran’rhiod), perciò ora doveva prendere in prestito il turno di Leane quando voleva visitare il Mondo dei Sogni; e se una Sorella l’avesse vista lì, quel ‘quasi come se lo fosse’ sarebbe diventato un’interdizione assoluta. O peggio, avrebbe dato il via a una ricerca per scoprire chi le aveva prestato il ter’angreal, che sarebbe potuta terminare con lo smascherare Leane.

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