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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Accertati che non ci sia una prossima volta» disse Egwene in tono assente, la sua attenzione sul calice di Kairen. La linea di bianco saliva in modo lento e costante. Quando Leane effettuava questo flusso, il ferro nero diventava bianco cuendillar come se venisse immerso rapidamente nel latte. Per Egwene stessa, il cambiamento era più veloce di un battito di ciglia, da nero a bianco in un lampo. Dovevano occuparsene Kairen e Leane, ma perfino Leane era a malapena abbastanza veloce. A Kairen serviva tempo per migliorare. Giorni?

Settimane? Quanto fosse necessario, perché qualunque cosa in meno significava il disastro, per le donne coinvolte e per gli uomini che sarebbero morti combattendo nelle strade di Tar Valon e forse per la Torre. All’improvviso Egwene fu lieta di aver approvato il suggerimento di Beonin. Dire a Kairen il motivo per cui doveva darsi da fare di più avrebbe potuto spronare i suoi sforzi, ma questo era un altro segreto da mantenere finché non fosse arrivato il momento giusto per svelarlo al mondo.

18

Una chiacchierata con Siuan

Daishar era già stato condotto via quando Egwene lasciò la tenda, naturalmente, ma la stola a sette colori che pendeva dall’apertura del suo cappuccio funzionava meglio di un volto da Aes Sedai per farsi largo tra la folla. Si mosse fra onde di riverenze, con un occasionale inchino accennato da un Custode o da un artigiano che aveva qualche incombenza fra le tende delle Sorelle. Alcune novizie strillarono alla vista della stola dell’Amyrlin, e intere famiglie si affrettavano a scendere dalle assi, rivolgendole le loro profonde riverenze dal pantano della strada. Dato che lei era stata costretta a ordinare una punizione per alcune donne dei Fiumi Gemelli, fra le novizie si era sparsa la voce che l’Amyrlin era severa quanto Sereille Bagand ed era meglio evitare di incorrere nella sua collera, che poteva divampare come un incendio. Non che la maggior parte di loro conoscesse abbastanza la storia da avere una vera idea su chi fosse stata Sereille, ma il suo nome era stato un sinonimo di rigidità ferrea nella Torre per un centinaio d’anni, e le Ammesse facevano in modo che le novizie assimilassero informazioni del genere. Era un bene che il cappuccio di Egwene le nascondesse la faccia. Dopo la decima volta che una famiglia di novizie balzava via dalla sua strada come lepri spaventate, stava digrignando i denti così forte che vedere il suo volto avrebbe rafforzato la sua reputazione di masticare ferro e sputare chiodi. Aveva la terribile sensazione che, fra cento anni, le Ammesse avrebbero usato il suo nome per spaventare le novizie proprio come ora utilizzavano quello di Sereille. Ovviamente prima c’era la piccola questione di assicurarsi la Torre Bianca. Le irritazioni di poco conto dovevano attendere. Pensava quasi di poter sputare chiodi senza bisogno del ferro.

Le folle si diradarono fino a scomparire del tutto attorno allo Studio dell’Amyrlin, che nonostante il nome non era altro che una tenda di tela a punta con pareti marroni rattoppate. Come il Consiglio, era un posto da evitare a meno di una buona ragione o di essere stati convocati. A nessuno veniva semplicemente chiesto di recarsi al Consiglio della Torre o allo Studio dell’Amyrlin. L’invito più innocuo a entrambi era una convocazione, un fatto che trasformava quella semplice tenda in un rifugio. Attraversando i lembi d’ingresso, si tolse il mantello con una sensazione di sollievo. Un paio di bracieri diffondevano nella tenda un tepore delizioso, paragonato all’esterno, e con pochissimo fumo. Una punta di aroma dolce aleggiava dalle erbe secche che erano state sparse sulle braci incandescenti.

«Per come quelle sciocche ragazze si comportano, si potrebbe pensare che io...» cominciò con un brontolio, poi si interruppe all’improvviso.

Non fu sorpresa nel vedere Siuan in piedi accanto allo scrittoio in un disadorno abito di lana blu, di taglio elegante ma semplice, un’ampia cartella di cuoio trattato contro il petto. Molte delle Sorelle parevano ancora credere, come Delana, che si fosse ridotta a istruire Egwene nel protocollo e a sbrigare faccende, in entrambi i casi controvoglia; ma lei era sempre lì ogni mattina presto, cosa che finora pareva essere passata inosservata. Siuan sì che era stata un’Amyrlin che masticava il ferro, anche se nessuna che non l’avesse conosciuta in precedenza ci avrebbe creduto. Le novizie la indicavano tanto spesso quanto Leane, ma con l’aria di chi stesse dubitando che lei fosse davvero chi dicevano le Sorelle. Graziosa, se non proprio bella, con una bocca delicata e capelli scuri lucenti fino alle spalle, Siuan sembrava perfino più giovane di Leane, solo di qualche anno più vecchia di Egwene. Senza lo scialle con la frangia azzurra drappeggiato attorno alle spalle avrebbero potuto prenderla per una delle Ammesse. Quella era la ragione per cui non andava mai in giro senza, per evitare errori imbarazzanti. I suoi occhi non erano cambiati più del suo spirito, comunque, ed erano gelide trivelle azzurre puntate verso la donna la cui presenza era una sorpresa. Halima era di certo benvenuta, tuttavia Egwene non si era aspettata di vederla stesa sui cuscini dai colori vividi impilati lungo un lato della tenda, con la testa appoggiata a una mano. Se Siuan era graziosa, il genere di giovane donna – giovane all’apparenza, perlomeno – a cui sia donne sia uomini sorridevano, Halima era sbalorditiva, con grandi occhi verdi in un volto perfetto e un seno sodo e pieno; il genere che faceva deglutire gli uomini e accigliare le altre donne. Non che Egwene si accigliasse o credesse alle storie riportate da donne gelose sul modo in cui Halima attirava gli uomini con la sua sola presenza. Dopotutto era il suo aspetto, e non poteva farci nulla. Ma perfino se la sua posizione come segretaria di Delana era ovviamente dovuta a un gesto di carità da parte della Sorella Grigia – una campagnola poco istruita, Halima tracciava le sue lettere con la goffaggine di un bambino piccolo –

Delana di solito la teneva occupata tutto il giorno con qualche genere di lavoro inventato. Di rado compariva prima dell’ora di andare a letto, e quasi sempre lo faceva perché aveva sentito che Egwene aveva uno dei suoi mal di testa. Nisao non riusciva a porvi rimedio perfino usando la nuova Guarigione, ma i massaggi di Halima facevano meraviglie anche quando Egwene arrivava a piagnucolare dal dolore.

«Le ho detto che non avresti avuto tempo per le visite stamattina, Madre» disse Siuan in tono brusco, ancora studiando la donna sui cuscini mentre prendeva il mantello di Egwene con la mano libera. «Ma se invece di aprire la bocca avessi giocato a Labirinto di fili da sola non avrebbe fatto differenza.» Appendendo il mantello sul rustico appendiabiti, sbuffò di disprezzo. «Forse se indossassi delle brache e avessi i baffi, mi darebbe ascolto.» Siuan pareva credere a ogni diceria sui supposti saccheggi di Halima fra gli artigiani e i soldati più avvenenti.

Stranamente, Halima sembrava divertita per la propria reputazione. Anzi, sembrava piacerle. Rise, un suono basso e di gola, e si stirò sui cuscini come un gatto. Aveva una spiacevole preferenza per i corpetti a taglio basso, cosa incredibile con quel tempo, e quasi prorompeva fuori dalle sue sete verdi striate di blu. Gli abiti di seta non erano proprio i più consueti per una segretaria, ma la carità di Delana era profonda, oppure lo era il suo debito verso Halima.

«Sembri preoccupata stamane, Madre,» mormorò la donna dagli occhi verdi «e ti sei allontanata così presto per la tua cavalcata, cercando di non svegliarmi. Pensavo che avresti gradito parlare. Non avresti così tanti mal di testa se confidassi più spesso le tue preoccupazioni. Almeno sai che con me puoi parlare.» Osservando Siuan, che la stava scrutando con sdegno, Halima emise un’altra fumosa risata. «E sai che non voglio nulla da te, come qualcun altro.» Siuan sbuffò di nuovo, e assunse di proposito un’aria indaffarata appoggiando la cartella sullo scrittoio proprio tra il calamaio e la boccetta di sabbia. Giocherellò perfino col poggiapenna.

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