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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

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Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Tutto il gruppo esplose in una tonante risata. Chiswick rideva più forte di tutti a quella storiella, così divertente che gli faceva colare il muco dal naso, a incaccolare la sua barba grigia spelacchiata.

Arya rimase immobile tra le ombre della scala, a guardarlo, poi tornò nei sotterranei della Torre dei lamenti senza dire una sola parola. Quando Weese scoprì che lei non aveva chiesto se avevano vestiti da rammendare, le tirò giù le brache e la picchiò con il bastone fino a quando il sangue non le scorse giù lungo le cosce. Arya chiuse gli occhi, pensando a tutto quello che Syrio Forel le aveva insegnato e quasi non sentì niente.

Due notti dopo, Weese la mandò alla mensa dei baraccamenti a servire ai tavoli. Arya stava versando vino da una caraffa quando vide Jaqen H’ghar che mangiava a un altro tavolo. Arya si morse il labbro, si guardò attorno per vedere se Weese fosse lì vicino. Ma di Weese nemmeno l’ombra. “La paura uccide più della spada.”

Arya fece un passo avanti, poi un altro, poi un altro. E a ogni passo, si sentì sempre meno topo. Raggiunse la fine della panca, riempiendo una coppa dopo l’altra. C’era Rorge il senzanaso alla destra di Jaqen, ma era così ubriaco che non si rese conto di niente. Arya si protese in avanti.

«Chiswyck.» Fu un sussurro, nient’altro che un sussurro all’orecchio dell’uomo della città di Lorath. Non ci fu alcuna reazione. Forse Jaqen H’ghar non l’aveva nemmeno udita.

Una volta che la sua caraffa fu vuota, Arya corse giù nelle cantine per riempirla di nuovo dal rubinetto della botte. Quando tornò alla mensa, nessuno era morto di sete, nessuno aveva notato la sua breve assenza.

Il giorno seguente non accadde nulla, e nemmeno il giorno dopo quello. Il terzo giorno, Arya era di nuovo nelle cucine per prendere la cena di quelli di ser Gregor.

«Uno degli uomini della Montagna che cavalca è caduto dal camminamento delle mura, questa notte» stava dicendo Weese a una delle cuoche. «S’è spaccato il suo collo da scemo come un pezzo di legno.»

«Ubriaco?» domandò la donna.

«Non più del solito. Certi dicono che è stato lo spettro di Harren il Nero a buttarlo giù.» Dopo di che Weese emise un inarticolato grugnito nasale, a sottolineare la sua opinione in merito.

“Non è stato Harren il Nero” Arya avrebbe voluto urlare, ma non lo fece. “Sono stata io!” Le era bastato un sussurro per uccidere Chiswyck, e presto ne avrebbe uccisi altri due. “Sono io lo spettro di Harrenhal.” E quella notte, ebbe un nome in meno da odiare.

CATELYN

S’incontrarono in una spianata erbosa, costellata di funghi color grigio pallido e dei ceppi irregolari degli alberi abbattuti.

«Siamo i primi, mia signora» dichiarò Hallis Mollen.

Trattennero le redini dei cavalli e si fermarono in mezzo ai resti dei tronchi, nella vuota terra di nessuno tra i due eserciti. Il vessillo con il meta-lupo della Casa Stark sventolava in cima alla lancia che Hallis stringeva in pugno. Da qui, Catelyn non riusciva a vedere il mare, poteva però percepirne la vicinanza. L’odore della salsedine era forte nel vento che soffiava da est.

I carpentieri di Stannis Baratheon avevano distrutto la foresta per ricavarne il legname con cui costruire catapulte e torri d’assedio. Catelyn si domandò da quanto tempo era esistita quella foresta, e se anche Ned si fosse fermato a riposare all’ombra di quegli alberi, adesso svaniti, quando aveva condotto il suo esercito a sud, per spezzare l’assedio di Capo Tempesta. Lord Eddard Stark aveva vinto una grande battaglia, quel giorno, resa ancora più grande dal fatto che non era stata versata una sola goccia di sangue.

“Gli dei mi concedano di riuscire a fare lo stesso” invocò silenziosamente Catelyn. Gli uomini che le avevano giurato fedeltà ritenevano che fosse stata pazza a venire. «Questa non è la nostra guerra, mia lady» aveva dichiarato ser Wendel Manderly. «Sono certo che il re non vorrebbe affatto che sua madre si esponesse a tale rischio.»

«Siamo tutti a rischio.» Catelyn sentì che il tono della sua risposta era stato troppo sferzante. «Credi forse che voglia davvero trovarmi qui?» “È a Delta delle Acque che dovrei essere, accanto a mio padre morente. Oppure a Grande Inverno, insieme ai miei figli.” «Robb mi ha inviato a sud per parlare in suo nome, e tanto io farò.» Non sarebbe stato affatto facile portare la pace tra i due fratelli a confronto, Catelyn lo sapeva bene, eppure, per il bene del reame, il tentativo doveva essere fatto.

Oltre i campi inzuppati dalla pioggia e le colline pietrose, vedeva il grande castello di Capo Tempesta ergersi a sfidare il cielo, il mare invisibile dietro di esso. Al cospetto della torreggiante massa di pallida pietra grigia, l’esercito assediante di lord Stannis appariva piccolo e insignificante come un branco di topi che innalzavano minuscoli vessilli.

Le ballate narravano che Capo Tempesta era stata eretta in tempi antichi da Durran, il primo dei re della tempesta, il quale aveva conquistato il cuore della bella Elenei, figlia del dio del mare e della dea del vento. La notte delle loro nozze, nel cedere la sua purezza all’amore di un comune mortale, Elenei aveva condannato se stessa a un’identica morte. Ottenebrati dalla sofferenza, i suoi genitori avevano scatenato il loro furore: onde gigantesche e venti ciclonici si erano abbattuti sul castello di Durran. Gli amici, i fratelli, gli ospiti del re perirono tutti nel crollo delle mura della fortezza, oppure vennero spazzati via nelle profondità del mare. Elenei però protesse Durran con il suo abbraccio e lui sopravvisse. Alla fine della tempesta, quando l’alba tornò, Durran dichiarò guerra agli dei e giurò di ricostruire.

Costruì cinque altri castelli, ognuno più massiccio e più possente di quello su cui risorgeva, ma solo per vederli tutti e cinque spazzati via dai terribili venti che soffiavano dal golfo dei Naufragi, spingendo ondate simili a muraglie a flagellare la costa. I suoi lord lo implorarono di costruire nell’entroterra, i suoi sacerdoti gli dissero che doveva placare gli dei restituendo Elenei al mare, perfino la sua gente lo scongiurò di cedere. Durran fu sordo a qualsiasi invocazione. Costruì un settimo castello, il più massiccio di tutti. Si dice che furono i figli della foresta ad aiutarlo a costruirlo, configurando le pietre con i loro incantesimi; altri dicono che fu un bambino a dirgli come doveva fare, un bambino che crebbe e divenne Bran il Costruttore. Quale sia la versione veritiera, la conclusione fu la stessa: gli dei infuriati lanciarono contro la fortezza tempesta dopo tempesta, ma il settimo castello le sconfisse tutte. Così, Durran Dolore degli dei e la bella Elenei vissero insieme in quel castello fino alla fine dei loro giorni.

Gli dei però non dimenticano: venti ciclonici continuavano a dilagare dal mare Stretto, eppure, nei secoli, nelle decine di secoli dalla sua costruzione, Capo Tempesta aveva resistito come nessun’altra fortezza dell’Occidente. Le sue immani mura esterne s’innalzavano fino all’altezza di cento piedi, prive di qualsiasi apertura, prive addirittura di qualsiasi feritoia per gli arcieri. Muraglie arrotondate, ricurve, levigate, le cui pietre s’innestavano le une nelle altre in modo talmente perfetto da non creare la benché minima fessura, il benché minimo angolo, la benché minima apertura nella quale in vento potesse penetrare. Si diceva che quelle muraglie fossero spesse quaranta piedi nel loro punto più stretto, e quasi ottanta sul lato rivolto al mare, conformate con un doppio strato di pietre a racchiudere un nucleo interno di sabbia e ghiaia grossa. All’interno di quelle poderose mura, cucine, stalle e cortili erano protetti dalla furia dei venti e delle onde. Esisteva un’unica torre, a Capo Tempesta, una colossale torre a forma di tamburo, senza finestre dalla parte del mare, talmente enorme da alloggiare tutto quanto al suo interno: granai, baraccamenti, la sala dei banchetti, gli alloggi del lord. Sulla sommità, massicce merlature la facevano apparire da lontano come un pugno irto di rostri al termine di un braccio proteso verso l’alto.

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