Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Quello che invece ricordava bene era lord Cerwyn. Le sue terre si stendevano vicino a Grande Inverno, così lui e suo figlio Cley venivano spesso in visita. Ma per uno strano scherzo del destino, fu proprio lui l’unico dei prigionieri a non farsi mai vedere. Lord Cerwyn era confinato a letto in una cella della torre, per rimettersi da una ferita ricevuta in battaglia. Per giorni e giorni Arya cercò di escogitare un modo per aggirare le guardie allo scopo di vederlo. Se lui l’avesse riconosciuta, il suo onore gli avrebbe imposto di aiutarla. Un lord aveva con sé dell’oro, questo era certo. Forse avrebbe potuto usarlo per pagare uno dei mercenari di lord Tywin perché accompagnasse Arya a Delta delle Acque. Suo padre, lord Eddard, diceva sempre che un mercenario era pronto a tradire chiunque se il prezzo era giusto.
Le tre donne dai lunghi mantelli grigi con cappuccio apparvero un mattino e caricarono un cadavere sul loro carro. Erano i mantelli grigi delle Sorelle del silenzio. Il corpo era avvolto da una cappa della seta più fine, ornata con l’emblema di un’ascia da battaglia. Arya domandò di chi si trattasse, e una delle guardie le rispose che lord Cerwyn era morto. Quelle parole furono per lei come un calcio nel ventre. “Non sarebbe mai riuscito ad aiutarti comunque.” Arya rimase a fissare le donne in grigio guidare il carro oltre le porte della fortezza. “Non è stato in grado di aiutare nemmeno se stesso, stupido topo che non sei altro.”
Riprese quindi a strigliare, sgattaiolare e origliare. Presto, lord Tywin avrebbe marciato su Delta delle Acque, udì mormorare. O forse si sarebbe diretto a sud, verso Alto Giardino, compiendo una mossa che nessuno si sarebbe aspettato. No, invece, sarebbe andato a difendere Approdo del Re: era Stannis la più grave delle minacce. Aveva inviato Gregor Clegane e Vargo Hoat a distruggere Roose Bolton, in modo da rimuovere quella daga puntata contro la sua schiena. Aveva poi inviato corvi messaggeri al Nido dell’Aquila: voleva infatti sposare lady Lysa. Arryn e impossessarsi così della sua Valle. Aveva comprato una tonnellata d’argento con la quale forgiare spade magiche con cui uccidere i mostri degli Stark. Stava scrivendo a lady Stark per trattare la pace, e lo Sterminatore di re sarebbe presto tornato libero.
Corvi messaggeri andavano e venivano ogni giorno, ma lord Tywin passava la maggior parte delle sue giornate a porte chiuse, in riunione con il suo Concilio di guerra. Di lui, Arya ebbe solo fugaci visioni, e sempre da lontano. Lo vide camminare lungo le mura insieme a tre maestri e al prigioniero grasso con i baffoni cespugliosi. Un’altra volta, lo vide uscire a cavallo con i suoi lord alfieri per visitare l’accampamento. Spesso però, il lord di Lannister si appartava sotto una delle arcate della galleria coperta. Rimaneva immobile, a osservare gli uomini che si addestravano nel cortile sottostante, le dita intrecciate sul pomello d’oro massiccio dell’elsa della sua spada lunga. Oro, era quello che lord Tywin amava più di qualsiasi altra cosa, dicevano. Perfino quando cacava, Arya udì scherzare uno degli scudieri, cacava oro. Il lord di Lannister appariva forte per un uomo della sua età, con baffi biondo aureo e la testa calva. Nel suo volto c’era qualcosa che ad Arya faceva tornare in mente suo padre, pur non essendoci alcuna rassomiglianza con lui. “Una faccia da lord, tutto lì.” Ricordò un giorno in cui aveva udito la lady sua madre dire a suo padre di mettersi “la faccia da lord” e di andare a sistemare una qualche faccenda. Suo padre aveva riso a quella frase. Ad Arya riusciva però impossibile immaginare che lord Tywin Lannister potesse ridere per una qualsiasi ragione.
Un pomeriggio, mentre aspettava in coda per attingere un secchio d’acqua dal pozzo, udì i cardini della Porta est che cigolavano. Un gruppo di uomini superò la saracinesca a rostri conducendo i cavalli al passo. C’era una manticora sullo scudo del loro capo. Arya sentì l’odio tornare a sorgerle dentro come un’ondata di veleno.
Alla luce del giorno, ser Amory Lorch appariva molto meno pauroso che non al chiarore rossastro delle torce, ma continuava ad avere gli occhietti porcini che lei ricordava. Una delle donne disse che Lorch e i suoi uomini avevano fatto tutto il giro dell’Occhio degli Dei, dando la caccia a Beric Dondarrion e massacrando ribelli. “Noi non eravamo ribelli” rimuginò Arya. “Eravamo Guardiani della notte, e i Guardiani della notte non si schierano con nessuno.” Ser Amory però aveva con sé meno uomini di quanti lei ricordasse durante l’assalto al fortino, e parecchi di quelli ancora vivi erano feriti. “Spero che le vostre ferite s’infettino. Spero che tutti voi possiate morire.”
Poi vide i tre che chiudevano la colonna. Rorge indossava un mezzo elmo nero con una larga protezione nasale che quasi riusciva a nascondere i resti del suo naso mozzato. Mordente gli cavalcava pesantemente al fianco, in sella a un destriero che sembrava crollare da un momento all’altro sotto il suo peso. Il suo corpo era disseminato di ustioni non ancora cicatrizzate che lo rendevano ancora più mostruoso.
Jaqen H’ghar, invece, non aveva abbandonato il suo eterno sorriso. I suoi abiti erano ancora sporchi e laceri ma, chissà come, aveva trovato il modo di lavarsi i capelli e di spazzolarseli. Gli fluivano sulle spalle in un’onda rossa e bianca splendente. Le ragazze attorno al pozzo ridacchiarono, piene di ammirazione.
“Avrei dovuto lasciare che il fuoco li divorasse. Gendry me l’aveva detto, avrei dovuto starlo a sentire.” Se non avesse gettato loro quell’ascia nel carro dov’erano tenuti ai ceppi, sarebbero morti tutti e tre. Per un momento ebbe paura, ma i tre la superarono senza degnarla di un’occhiata. Solamente lo sguardo di Jaqen H’ghar passò su di lei, ma non si fermò, come se neppure l’avesse vista. “Non può riconoscermi. Arry era un duro ragazzino con una spada, Donnola è una ragazza grigia con un secchio.”
Passò il resto della giornata a strigliare i gradini nella Torre dei lamenti. Al tramonto, aveva le mani scorticate e sanguinanti, e le braccia talmente indolenzite che le tremavano mentre riportava il secchio giù nelle cantine. Troppo sfinita perfino per mangiare, Arya chiese licenza a Weese e si trascinò fino al suo mucchio di paglia per mettersi a dormire.
«Weese» prese comunque a sussurrare i nomi dell’odio «Dunsen, Chiswyck, Polliver, Raff Dolcecuore, Messer Sottile e il Mastino. Ser Gregor, ser Amory, ser Ilyn, ser Meryn, re Joffrey, regina Cersei.» Pensò se aggiungere tre nuovi nomi alla lista, ma scivolò nel sonno prima di prendere una decisione.
Stava sognando lupi che correvano nella foresta quando una mano forte le coprì la bocca, simile a una pietra calda, solida e letale. Arya si sveglio di soprassalto, lottando disperatamente.
«Questa ragazza non dice nulla.» La voce al suo orecchio era poco più di un sussurro. «Questa ragazza tiene le sue labbra chiuse, nessuno può sentire. E gli amici possono parlare in segreto, vero?»
Con il cuore che le martellava in petto, Arya riuscì ad annuire impercettibilmente.
Jaqen H’ghar allontanò la mano. Il sotterraneo era nero come la pece e Arya non era in grado di distinguere il suo volto, anche se si trovava a un palmo di distanza. Ma poteva sentire il suo odore: la sua pelle sapeva di sapone, di pulito. C’era profumo nei suoi capelli.