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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Questo ragazzo diventa una ragazza» bisbigliò Jaqen H’ghar.

«Lo sono sempre stata, una ragazza. Non pensavo che mi avessi vista.»

«Quest’uomo vede. Quest’uomo sa.»

«Mi hai fatto paura.» D’un tratto, Arya si ricordò che lo odiava. «Tu sei uno di loro, adesso. Avrei dovuto lasciarti bruciare. Che cosa ci fai qui? Va’ via, o grido aiuto a Weese.»

«Quest’uomo ripaga i suoi debiti. Quest’uomo te ne deve tre.»

«Tre?»

«Il dio rosso deve ricevere quanto gli è dovuto, gentile ragazza, e solo la morte può ripagare per la vita. Questa ragazza ne ha presi tre che appartenevano a lui, al dio rosso. Pronuncia i loro nomi, e quest’uomo farà il resto.»

“Lui… vuole aiutarmi!” L’inaspettato sussulto di speranza le diede le vertigini. «Portami a Delta delle Acque! Non è lontano. Se rubassimo dei cavalli potremmo…»

«Tre vite tu avrai da me.» Jaqen H’ghar le pose un dito sulle labbra. «Non di più, non di meno. Tre, e il debito sarà estinto. Così questa ragazza deve pensare.» Le baciò delicatamente i capelli. «Ma non troppo a lungo.»

Quando Arya accese il mozzicone di candela, di lui rimaneva solo una vaga traccia di odore, appena un sospiro di ginepro che fluttuava nel buio. La donna nella nicchia accanto si girò sulla paglia, lamentandosi della luce. Arya spense la candela. L’odio aveva nomi, e aveva volti. Li vide fluttuare davanti a sé nelle tenebre. Joffrey e sua madre, Ilyn Payne e Meryn Trant e Sandor Clegane… Ma erano tutti ad Approdo del Re, a centinaia di miglia di distanza. Ser Gregor Clegane era rimasto solamente per qualche notte, poi era ripartito per andare a commettere nuove atrocità, portando con sé Raff e Chiswyck e Messer Sottile. Ser Amory Lorch, in compenso, era a Harrenhal, e lei lo odiava quasi quanto gli altri. E c’era sempre Weese…

Weese tornò a riempire i suoi pensieri la mattina dopo, quando la vide sbadigliare a causa della mancanza di riposo.

«Donnola» ridacchiò lui. «La prossima che ti vedo a bocca aperta, ti strappo la lingua e la do da mangiare alla mia cagna.»

Poi le torse un orecchio tra le dita, in modo da essere certo che lei avesse capito bene, e le ordinò di tornare a strigliare quei gradini nella Torre dei lamenti. Li voleva puliti fino al terzo pianerottolo entro il tramonto.

Lavorando, facendosi scoppiare altre vesciche alle mani, Arya continuò a pensare a quelli che voleva morti. Immaginò di vedere le loro facce sulla pietra, e strigliò più duramente, quasi potesse cancellarle insieme allo sporco. Gli Stark erano in guerra con i Lannister e lei era una Stark, per cui avrebbe dovuto uccidere quanti più Lannister possibile, era questo che si faceva in guerra. Ma non pensava di potersi realmente fidare di Jaqen H’ghar. “Dovrei essere io a ucciderli.” Ogni volta che il lord suo padre condannava qualcuno a morte, lo uccideva di persona con Ghiaccio, la sua lunga spada. “Se togli la vita a un uomo, è tuo dovere guardarlo dritto in faccia e ascoltare le sue ultime parole” lo aveva udito dire a Robb e a Jon una volta.

Il giorno seguente, evitò Jaqen H’ghar, e lo evitò anche il giorno dopo quello. Non fu difficile. Lei era molto piccola mentre Harrenhal era molto grande, piena di luoghi in cui un topo potesse nascondersi.

E poi ser Gregor tornò. Rientrò prima del previsto, questa volta portando con sé un branco di caproni invece dei soliti prigionieri. Arya udì che aveva perduto quattro uomini durante un’incursione notturna condotta da lord Beric Dondarrion. Ma quelli che lei odiava tornarono tutti, illesi, e andarono a sistemarsi al secondo piano della Torre dei lamenti. Weese si occupò di rifornirli abbondantemente di birra e vino.

«Ha sempre sete, questo gruppo qua» brontolò. «Donnola, va’ lassù e chiedigli se hanno vestiti da aggiustare, che poi gli mando le donne a rammendarli.»

Arya corse su per i gradini tirati a pomice. Nessuno le prestò alcuna attenzione quando entrò. Chiswyck era seduto presso il focolare, un corno di birra in mano, intento a raccontare a tutti una delle sue storielle sempre così divertenti. Lei non osò interromperlo, per paura di ricavarne un altro labbro spaccato.

«È successo dopo il torneo del Primo Cavaliere, prima che veniva la guerra» stava dicendo Chiswyck. «Tornavamo verso ovest, noi sette con ser Gregor. C’era Raff con me, e il giovane Joss Stilwood, che aveva fatto lo scudiero per il ser nel torneo. Be’, arriviamo su questo fiume piscioso, che è gonfio per le piogge. Niente guado, così andiamo a una locanda lì vicino. Il ser dice al locandiere che ci tiene i corni sempre ben pieni di birra fino a che smette la pioggia, e tu la vedi l’ingordigia negli occhi da porco di quello lì al vedere l’argento. Così ci porta la birra, lui e sua figlia, ma è una birra da niente, sembra proprio piscio, e io non sono contento, e neanche il ser. E ’sto birraio qua va avanti a menarcela che lui è lieto che noi siamo là, e che gli affari sono mosci per via di tutte quelle piogge. Quello scemo non stava mai zitto e il ser non diceva niente, continuava a pensare a quel finocchio di un cavaliere che gli ha fatto perdere il torneo con quel suo trucco fetente. E lo vedi come stringe le labbra, il ser, così io e gli altri sappiamo che è meglio non dirgli niente quando è così. Ma questo birraio qua non la smette mai di berciare, e chiede addirittura al mio lord com’è andata al torneo. Il ser gli dà un’occhiata.» Chiswyck sghignazzò, mandando giù altra birra e pulendosi la spuma dalle labbra con il dorso della mano. «Intanto, la figlia continua a prendere altra birra e a versare, una robetta sui diciotto anni, un po’ grassottella…»

«Diciotto?» Raff Dolcecuore grugnì. «Io dico tredici anni…»

«Quello che è. Non era granché, la pupattola, ma Eggon aveva bevuto e così si mette a toccare. E forse una toccata gliel’ho data anch’io e Raff dice al giovane Stilwood che deve trascinarla di sopra e diventare un uomo e dà coraggio al ragazzo. Alla fine Joss le mette una mano sotto la gonna e lei urla e lascia cadere la caraffa e scappa via nella cucina. Be’, finiva lì, giusto o no? Ma poi invece lo scemo del locandiere viene fuori a dire al ser che lui ci deve fare smettere di toccare la figlia perché lui è un cavaliere investito e tutte quelle altre cacate.

«Ser Gregor non ci faceva caso a tutto il ridere, ma adesso invece guarda, e lo sai come fa lui, no? Comanda che la ragazza gli viene portata davanti. Così adesso il vecchio scemo la deve tirare fuori della cucina, e solo lui ha la colpa di quello che capita. Il ser la guarda per bene e poi dice: “Quindi, è questa la baldracca che ti preoccupa tanto” e lo scemo cretino di locandiere fa: “La mia Layna non è una baldracca, ser”. E glielo dice proprio in faccia a ser Gregor. Il ser, lui non batte una palpebra, dice solo: “È una baldracca adesso”. Poi getta allo scemo un’altra moneta d’argento, strappa il vestito alla pupattola e se la sbatte lì sul tavolo, proprio sotto gli occhi di suo padre, lei che scalcia e si agita come una coniglia e fa tutti quei versi. Dovevi vedere la faccia che fa il suo vecchio, e io ridevo così tanto che mi si pisciava la birra fuori dal naso. Poi questo ragazzo sente tutto il rumore, mi sa che era il figlio del vecchio, e corre su dalla cantina. Così Raff gli pianta la daga nella pancia. Quando il ser ha finito di chiavarsi la baldracca, si mette di nuovo a bere e viene il nostro turno di sbatterla. Tobbot, lo sai com’è lui, no? La gira dall’altra parte e glielo caccia su per il didietro. Quando tocca e me, la baldracca l’ha piantata di scalciare e magari ha deciso che farsi chiavare davanti e didietro le piace anche, però a me non andava poi male se scalciava un po’. E qua viene il bello… Quando tutto è finito, il ser dice al vecchio scemo che vuole il resto, che la baldracca non valeva la moneta d’argento e… dannazione, non ci crederai! Lo scemo gli dà una manciata di rame e lo ringrazia anche perché siamo passati dalla locanda!»

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