Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Delle quali teste ne sono assai venute in luce, perché Raffaello da Urbino le fece ritrare, per avere l'effigie di coloro che tutti furono gran personaggi, perché fra essi era Niccolò Fortebraccio, Carlo Settimo re di Francia, Antonio Colonna principe di Salerno, Francesco Carmignuola, Giovanni Vitellesco, Bessarione cardinale, Francesco Spinola, Battista da Canneto; i quali tutti ritratti furono dati al Giovio da Giulio Romano discepolo et erede di Raffaello da Urbino, e dal Giovio posti nel suo museo a Como. In Milano, sopra la porta di S. Sepolcro, ho veduto un Cristo morto di mano del medesimo, fatto in iscorto; nel quale, ancora che tutta la pittura non sia più che un braccio d'altezza, si dimostra tutta la lunghezza dell'impossibile, fatta con facilità e con giudizio. Sono ancora di sua mano in detta città, in casa del marchesino Ostanesia, camere e loggie con molte cose lavorate da lui con pratica e grandissima forza negli scorti delle figure. E fuori di porta Versellina, vicino al castello, dipinse a certe stalle oggi rovinate e guaste, alcuni servidori che stregghiavano cavalli, fra i quali n'era uno tanto vivo e tanto ben fatto, che un altro cavallo tenendolo per vero, gli tirò molte coppie di calci.
Ma tornando a Piero della Francesca, finita in Roma l'opera sua, se ne tornò al Borgo, essendo morta la madre; e nella Pieve fece a fresco dentro alla porta del mezzo, due Santi, che sono tenuti cosa bellissima. Nel convento de' frati di S. Agostino dipinse la tavola dell'altar maggiore, che fu cosa molto lodata, et in fresco lavorò una Nostra Donna della Misericordia in una Compagnia, o vero, come essi dicono, Confraternita; e nel Palazzo de' Conservadori una Resurezzione di Cristo, la quale è tenuta dell'opere che sono in detta città e di tutte le sue, la migliore. Dipinse a S. Maria di Loreto, in compagnia di Domenico da Vinegia il principio d'un'opera nella volta della sagrestia; ma perché temendo di peste, la lasciarono imperfetta, ella fu poi finita da Luca da Cortona, discepolo di Piero, come si dirà al suo luogo. Da Loreto venuto Piero in Arezzo, dipinse per Luigi Bacci cittadino aretino in S. Francesco la loro capella dell'altar maggiore, la volta della quale era già stata cominciata da Lorenzo di Bicci, nella quale opera sono storie della croce, da che i figliuoli d'Adamo, sotterrandolo, gli pongono sotto la lingua il seme dell'albero, di che poi nacque il detto legno; insino alla esaltazione di essa croce, fatta da Eraclio imperadore, il quale portandola in su la spalla a piedi e scalzo, entra con essa in Ierusalem; dove sono molto belle considerazioni e attitudini degne d'esser lodate, come, verbigrazia, gl'abiti delle donne della reina Saba, condotti con maniera dolce e nuova; molti ritratti di naturale antichi e vivissimi; un ordine di colonne corinzie divinamente misurate; un villano che, appoggiato con le mani in su la vanga, sta con tanta prontezza a udire parlare Santa Lena, mentre le tre croci si disotterrano, che non è possibile migliorarlo; il morto ancora è benissimo fatto, che al toccar della croce resuscita; e la letizia similmente di Santa Lena, con la maraviglia de' circostanti che si inginocchiano ad adorare. Ma sopra ogni altra considerazione e d'ingegno e d'arte, è lo avere dipinto la notte et un Angelo in iscorto che, venendo a capo all'ingiù a portare il segno della vittoria a Gostantino che dorme in un padiglione guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gl'armati e tutti i dintorni, con grandissima discrezione: per che Pietro fa conoscere in questa oscurità quanto importi imitare le cose vere, e lo andarle togliendo dal proprio. Il che avendo egli fatto benissimo, ha dato cagione ai moderni di seguitarlo e di venire a quel grado sommo, dove si veggiono ne' tempi nostri le cose. In questa medesima storia espresse efficacemente in una battaglia la paura, l'animosità, la destrezza, la forza e tutti gli altri affetti che in coloro si possono considerare che combattono, e gl'accidenti parimente, con una strage quasi incredibile di feriti, di cascati e di morti. Ne' quali, per avere Pietro contrafatto in fresco l'armi che lustrano, merita lode grandissima, non meno che per aver fatto nell'altra faccia, dove è la fuga e la sommersione di Massenzio, un gruppo di cavagli in iscorcio, così maravigliosamente condotti, che rispetto a que' tempi si possono chiamare troppo begli e troppo eccellenti. Fece in questa medesima storia uno mezzo ignudo e mezzo vestito alla saracina, sopra un cavallo secco molto ben ritrovato di notomia, poco nota nell'età sua. Onde meritò per questa opera da Luigi Bacci, il quale insieme con Carlo et altri suoi fratelli e molti Aretini che fiorivano allora nelle lettere quivi intorno alla decolazione d'un re ritrasse, essere largamente premiato e di essere, sì come fu poi, sempre amato e reverito in quella città, la quale aveva l'opere sue tanto illustrata. Fece anco nel Vescovado di detta città una S. Maria Madalena a fresco, allato alla porta della sagrestia; e nella Compagnia della Nunziata fece il segno da portare a processione; a S. Maria delle Grazie fuor della terra, in testa d'un chiostro, in una sedia tirata in prospettiva, un S. Donato in pontificale con certi putti; et in S. Bernardo, ai monaci di Monte Oliveto, un S. Vincenzio in una nicchia alta nel muro, che è molto dagl'artefici stimato. A Sargiano, luogo de' frati Zoccolanti di S. Francesco, fuor d'Arezzo, dipinse in una cappella un Cristo che di notte òra nell'orto, bellissimo. Lavorò ancora in Perugia molte cose che in quella città si veggiono: come nella chiesa delle donne di S. Antonio da Padoa, in una tavola a tempera, una Nostra Donna col Figliuolo in grembo, San Francesco, S. Lisabetta, S. Giovanbattista e S. Antonio da Padoa; e di sopra una Nunziata bellissima, con un Angelo che par proprio che venga dal cielo, e, che è più, una prospettiva di colonne che diminuiscono, bella affatto. Nella predella, in istorie di figure piccole, è S. Antonio che risuscita un putto; S. Lisabetta che salva un fanciullo cascato in un pozzo e S. Francesco che riceve le stìmate. In S. Ciriaco d'Ancona, all'altare di S. Giuseppo, dipinse in una storia bellissima lo sposalizio di Nostra Donna.
Fu Piero, come si è detto, studiosissimo dell'arte e si esercitò assai nella prospettiva, et ebbe bonissima cognizione d'Euclide in tanto che tutti i miglior giri tirati ne' corpi regolari, egli meglio che altro geometra intese, et i maggior lumi che di tal cosa ci siano, sono di sua mano; per che Maestro Luca dal Borgo, frate di S. Francesco che scrisse de' corpi regolari di geometria, fu suo discepolo. E venuto Piero in vecchiezza et a morte doppo aver scritto molti libri, maestro Luca detto, usurpandogli per se stesso, gli fece stampare come suoi, essendogli pervenuti quelli alle mani, dopo la morte del maestro.
Usò assai Piero di far modelli di terra et a quelli metter sopra panni molli con infinità di pieghe, per ritrarli e servirsene. Fu discepolo di Piero, Lorentino d'Angelo aretino, il quale, imitando la sua maniera, fece in Arezzo molte pitture e diede fine a quelle che Piero lasciò, sopravenendoli la morte, imperfette. Fece Lorentino in fresco, vicino al S. Donato che Piero lavorò nella Madonna delle Grazie, alcune storie di S. Donato, et in molti altri luoghi di quella città e similmente del contado, moltissime cose e perché non si stava mai, e per aiutare la sua famiglia che in que' tempi era molto povera. Dipinse il medesimo nella detta chiesa delle Grazie una storia, dove papa Sisto Quarto, in mezzo al cardinal di Mantoa et al cardinal Piccolomini, che fu poi papa Pio Terzo, concede a quel luogo un perdono. Nella quale storia ritrasse Lorentino, di naturale e ginocchioni, Tommaso Marzi, Piero Traditi, Donato Rosselli e Giuliano Nardi, tutti cittadini aretini et Operai di quel luogo. Fece ancora nella sala del palazzo de' Priori, ritratto di naturale, Galeotto cardinale da Pietra Mala, il vescovo Guglielmino degl'Ubertini, Messer Angelo Albergotti dottor di legge, e molte altre opere che sono sparse per quella città. Dicesi che, essendo vicino a carnovale, i figliuoli di Laurentino lo pregavano che amazzasse il porco, sì come si costuma in quel paese; e che non avendo egli il modo di comprarlo, gli dicevano: "Non avendo danari, come farete babbo, a comperare il porco?". A che rispondeva Lorentino: "Qualche Santo ci aiuterà". Ma avendo ciò detto più volte e non comparendo il porco, n'avevano, passando la stagione, perduta la speranza quando finalmente gli capitò alle mani un contadino dalla Pieve a Quarto, che per sodisfare un voto voleva far dipignere un S. Martino, ma non aveva altro assegnamento per pagare la pittura che un porco che valeva cinque lire. Trovando costui Lorentino gli disse che voleva fare il S. Martino, ma che non aveva altro assegnamento che il porco. Convenutisi dunque, Lorentino gli fece il santo, et il contadino a lui menò il porco. E così il Santo provide il porco ai poveri figlioli di questo pittore.