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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Fu fra' Giovanni semplice uomo e santissimo ne' suoi costumi; e questo faccia segno della bontà sua, che, volendo una mattina papa Nicola Quinto dargli desinare, si fece coscienza di mangiar della carne senza licenza del suo priore, non pensando all'autorità del Pontefice. Schivò tutte le azzioni del mondo; e puro e santamente vivendo, fu de' poveri tanto amico, quanto penso che sia ora l'anima sua del cielo. Si esercitò continuamente nella pittura, né mai volle lavorare altre cose che di Santi. Potette esser ricco e non se ne curò, anzi usava dire che la vera ricchezza non è altro che contentarsi del poco. Potette comandare a molti e non volle, dicendo esser men fatica e manco errore ubidire altrui. Fu in suo arbitrio avere dignità ne' frati e fuori, e non le stimò, affermando non cercare altra dignità che cercare di fuggire l'Inferno et accostarsi al Paradiso. E di vero qual dignità si può a quella paragonare, la qual deverebbono i religiosi, anzi pur tutti gl'uomini, cercare? E che in solo Dio e nel vivere virtuosamente si ritruova? Fu umanissimo e sobrio; e castamente vivendo, dai lacci del mondo si sciolse, usando spesse fiate di dire, che chi faceva questa arte aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri, e che chi fa cose di Cristo, con Cristo deve star sempre. Non fu mai veduto in collera tra i frati; il che grandissima cosa e quasi impossibile mi pare a credere; e soghignando semplicemente aveva in costume d'amonire gl'amici. Con amorevolezza incredibile, a chiunche ricercava opere da lui, diceva che ne facesse esser contento il priore, e che poi non mancherebbe. Insomma fu questo non mai a bastanza lodato padre in tutte l'opere e ragionamenti suoi umilissimo e modesto, e nelle sue pitture facile e devoto; et i Santi che egli dipinse, hanno più aria e somiglianza di Santi, che quegli di qualunche altro. Aveva per costume non ritoccare, né racconciar mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per creder (secondo ch'egli diceva) che così fusse la volontà di Dio. Dicono alcuni che fra' Giovanni non arebbe messo mano ai penelli, se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crucifisso che non si bagnasse le gote di lagrime; onde si conosce nei volti e nell'attitudini delle sue figure la bontà del sincero e grande animo suo nella religione cristiana.

Morì d'anni sessantotto nel 1455, e lasciò suoi discepoli Benozzo fiorentino, che imitò sempre la sua maniera; Zanobi Strozzi, che fece quadri e tavole per tutta Fiorenza, per le case de' cittadini, e particolarmente una tavola, posta oggi nel tramezzo di S. Maria Novella, allato a quella di fra' Giovanni, et una in S. Benedetto, monasterio de' Monaci di Camaldoli, fuor della porta a Pinti, oggi rovinato; la quale è al presente nel monasterio degl'Angeli, nella chiesetta di S. Michele, inanzi che si entri nella principale, a man ritta andando verso l'altare, apoggiata al muro; e similmente una tavola in S. Lucia, alla capella de' Nasi; et un'altra in S. Romeo et in guardaroba del Duca è il ritratto di Giovanni di Bicci de' Medici, e quello di Bartolomeo Valori in uno stesso quadro, di mano del medesimo. Fu anco discepolo di fra' Giovanni Gentile da Fabbriano e Domenico di Michelino, il quale in S. Apolinare di Firenze fece la tavola all'altare di S. Zanobi et altre molte dipinture. Fu sepolto fra' Giovanni dai suoi frati nella Minerva di Roma, lungo l'entrata del fianco, appresso la sagrestia in un sepolcro di marmo tondo, e sopra esso egli, ritratto di naturale; nel marmo si legge intagliato questo epitaffio.

Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles;

sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam:

altera nam terris opera extant, altera coelo.

Urbs me Ioannem flos tulit Etrurie.

Sono di mano di fra' Giovanni in S. Maria del Fiore due grandissimi libri miniati divinamente, i quali sono tenuti con molta venerazione e riccamente adornati, né si veggiono se non ne' giorni solennissimi.

Fu ne' medesimi tempi di fra' Giovanni, celebre e famoso miniatore, un Attavante fiorentino, del quale non so altro cognome; il quale fra molte altre cose miniò un Silio Italico che è oggi in S. Giovanni e Polo di Vinezia; della quale opera non tacerò alcuni particolari, sì perché sono degni d'essere in cognizione degl'artefici, sì perché non si truova, ch'io sappia, altra opera di costui; né anco di questa averei notizia, se l'affizione che a queste nobili arti porta il molto reverendo Messer Cosimo Bartoli, gentiluomo fiorentino, non mi avesse di ciò dato notizia, acciò non stia come sepolta la virtù dell'Attavante. In detto libro dunque, la figura di Silio ha in testa una celata cristata d'oro et una corona di lauro; indosso una corazza azzurra tocca d'oro all'antica; nella man destra un libro, e la sinistra tiene sopra una spada corta. Sopra la corazza ha una clamide rossa affibbiata con un gruppo dinanzi, e gli pende dalle spalle, fregiata d'oro; il rovescio della quale clamide apparisce cangiante e ricamato a rosette d'oro. Ha i calzaretti gialli e posa in sul piè ritto in una nicchia. La figura, che dopo in questa opera rappresenta Scipione Africano, ha indosso una corazza gialla, i cui pendagli e maniche di colore azzurro, sono tutti ricamati d'oro; ha in capo una celata con due aliette et un pesce per cresta. L'effigie del giovane è bellissima e bionda; et alzando il braccio destro fieramente, ha in mano una spada nuda; e nella stanca tiene la guaina, che è rossa e ricamata d'oro. Le calze sono di color verde e semplici e la clamide, che è azzurra, ha il didentro rosso con un fregio attorno d'oro; et agruppata avanti alla fontanella, lascia il dinanzi tutto aperto, cadendo dietro con bella grazia. Questo giovane, che è in una nicchia di mischi verdi e bertini con calzari azzurri ricamati d'oro, guarda con ferocità inestimabile Annibale, che gli è all'incontro nell'altra faccia del libro. E la figura di questo Annibale, d'età di anni 36 in circa, fa due crespe sopra il naso a guisa di adirato e stizzoso, e guarda ancor essa fiso Scipione. Ha in testa una celata gialla, per cimiero un drago verde e giallo; e per ghirlanda un serpe; posa in sul piè stanco, et alzato il braccio destro, tiene con esso un'asta d'un pilo antico, o vero partigianetta; ha la corazza azzurra et i pendagli parte azzurri e parte gialli, con le maniche cangianti d'azzurro e rosso, et i calzaretti gialli. La clamide è cangiante di rosso e giallo, aggruppata in sulla spalla destra e foderata di verde; e tenendo la mano stanca in sulla spada, posa in una nicchia di mischi gialli, bianchi e cangianti. Nell'altra faccia è papa Nicola Quinto, ritratto di naturale, con un manto cangiante pagonazzo e rosso, e tutto ricamato d'oro; è senza barba in profilo affatto e guarda verso il principio dell'opera, che è dirincontro; e con la man destra accenna verso quella, quasi maravigliandosi; la nicchia è verde, bianca e rossa. Nel fregio poi sono certe mezze figurine in un componimento fatto d'ovati e tondi, et altre cose simili con una infinità d'ucelletti e puttini tanto ben fatti, che non si può più disiderare. Vi sono appresso in simile maniera Annone cartaginese, Asdrubale, Lelio, Massinissa, C. Salinatore, Nerone, Sempronio, M. Marcello, Q. Fabio, l'altro Scipione e Vibio. Nella fine del libro si vede un Marte sopra una carretta antica, tirata da due cavalli rossi. Ha in testa una celata rossa e d'oro, con due aliette nel braccio sinistro, uno scudo antico che lo sporge inanzi, e nella destra una spada nuda. Posa sopra il piè manco solo, tenendo l'altro in aria. Ha una corazza all'antica tutta rossa e d'oro, e simili sono le calze et i calzaretti. La clamide è azzurra di sopra, e di sotto tutta verde ricamata d'oro. La carretta è coperta di drappo rosso ricamato d'oro, con una banda d'ermellini attorno et è posta in una campagna fiorita e verde, ma fra scogli e sassi. E da lontano vede paesi e città in un aere d'azzurro eccellentissimo. Nell'altra faccia un Nettuno giovane ha il vestito a guisa d'una camicia lunga, ma ricamata a torno del colore che è la terretta verde; la carnagione è pallidissima; nella destra tiene un tridente piccoletto e con la sinistra s'alza la vesta; posa con amendue i piedi sopra la carretta, che è coperta di rosso, ricamato d'oro, e fregiato intorno di zibellini. Questa carretta ha quattro ruote, come quella del Marte, ma è tirata da quattro delfini, sonvi tre ninfe marine, due putti et infiniti pesci, fatti tutti d'un acquerello simile alla terretta et in aere bellissime. Vi si vede dopo Cartagine disperata, la quale è una donna ritta e scapigliata, e di sopra vestita di verde e dal fianco in giù aperta la veste, foderata di drappo rosso ricamata d'oro, per la quale apritura si viene a vedere altra veste, ma sottile e cangiante di paonazzo e bianco. Le maniche sono rosse e d'oro, con certi sgonfi e svolazi, che fa la vesta di sopra; porge la mano stanca verso Roma che l'è all'incontro, quasi dicendo: "Che vuoi tu? Io ti risponderò"; e nella destra ha una spada nuda, come infuriata. I calzari sono azzurri, e posa sopra uno scoglio in mezzo del mare circondato da un'aria bellissima. Roma è una giovane tanto bella quanto può uomo imaginarsi, scompigliata, con certe trecce fatte con infinita grazia e vestita di rosso puramente, con un solo ricamo da piede. Il rovescio della veste è giallo, e la veste di sotto, che per l'aperto si vede, è di cangiante paonazzo e bianco; i calzari sono verdi, nella man destra ha uno scettro, nella sinistra un mondo, e posa ancora essa sopra uno scoglio, in mezzo d'un aere, che non può essere più bello. Ma sì bene io mi sono ingegnato come ho saputo il meglio, di mostrare con quanto artifizio fussero queste figure da Attavante lavorate, niuno creda però che io abbia detto pure una parte di quello che si può dire della bellezza loro, essendo che per cose di que' tempi, non si può di minio veder meglio, né lavoro fatto con più invenzione, giudizio e disegno; e sopra tutto i colori non possono essere più belli, né più delicatamente ai luoghi loro posti, con graziosissima grazia.

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