L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
— Che sintomi presenta sua figlia? — chiese in tono impaziente. — Mal di testa? Febbre? Disorientamento?
— Appendicite.
Entro martedì mattina gli «ospiti» malati erano ormai i tre quarti del totale. Come Finch aveva predetto rimasero senza lenzuola pulite e maschere regolamentari e, cosa più urgente, senza pillole termometriche, antimicrobici e aspirina.
— Ho cercato di chiamare l'Infermeria per averne degli altri — disse Finch, porgendo a Dunworthy una lista, — ma i telefoni sono tutti inattivi.
Dunworthy si recò a piedi fino all'Infermeria per ottenere le scorte mediche. La strada davanti al Pronto Soccorso era affollata da un groviglio di ambulanze, di taxi e di dimostranti che reggevano un grande cartello con la scritta «Il Primo Ministro Ci Ha lasciati Qui A Morire», e mentre lui cercava di farsi largo ed oltrepassava la soglia Colin ne uscì correndo. Come al solito era bagnato e con il naso rosso per il freddo, e aveva la giacca aperta.
— I telefoni non funzionano perché le linee sono in sovraccarico — annunciò. — Io faccio da messaggero — spiegò quindi, tirando fuori di tasca una manciata di fogli spiegazzati. — C'è qualcuno a cui vorrebbe che portassi un messaggio?
Sì, pensò Dunworthy. A Basingame. Ad Andrews. A Kivrin.
— No — replicò.
— Allora vado — rispose Colin, infilandosi in tasca i messaggi già umidi. — Se sta cercando la prozia Mary la troverà al Pronto Soccorso perché sono appena arrivati cinque nuovi casi. Un'intera famiglia, e il neonato era morto.
E saettò via in mezzo all'ingorgo del traffico.
Dunworthy entrò a fatica nel Pronto Soccorso e mostrò la propria lista ad un paramedico, che lo indirizzò all'Approvvigionamento. I corridoi erano ancora affollati di lettighe, anche se adesso erano disposte per il lungo a ridosso delle pareti in modo da lasciare uno stretto passaggio nel mezzo. China su una delle lettighe c'era un'infermiera con maschera e camice rosa, intenta a leggere qualcosa a uno dei pazienti.
— Il Signore farà abbattere la pestilenza su di te — disse la donna, e Dunworthy si rese conto troppo tardi che si trattava della Signora Gaddson… lei però era così intenta a leggere che non sollevò lo sguardo. — Fino a quando non ti avrà consumato e sarai scomparso da questa terra.
La pestilenza si abbatterà su di te, ripeté mentalmente Dunworthy, e pensò a Badri.
— Sono stati i topi — aveva detto il tecnico. — Li ha uccisi tutti, ha ucciso mezza Europa.
Kivrin non può essere in mezzo all'imperversare della Morte Nera, rifletté, mentre svoltava il corridoio dell'Approvvigionamento. Andrews aveva detto che lo slittamento massimo mai verificatosi era stato di cinque anni… e nel 1325 la peste non era ancora cominciata neppure in Cina… e che le sole cose che non avrebbero provocato il blocco automatico della transizione erano lo slittamento e un errore delle coordinate. E Badri, quando era ancora in condizione di rispondere alle sue domande, aveva insistito di aver controllato le coordinate di Puhalski.
Entrò all'Approvvigionamento, e siccome dietro il bancone non c'era nessuno suonò il campanello.
Ogni volta che lui glielo aveva chiesto, Badri aveva insistito che le coordinate dell'apprendista erano esatte, ma al tempo stesso le sue dita si erano mosse nervosamente sulle coltri, dattiloscrivendo senza posa nell'ottenere la verifica dei dati. Questo non può essere esatto. C'è qualcosa che non va.
Suonò ancora il campanello e da dietro gli scaffali sbucò un'infermiera, che ovviamente era già in pensione ed era stata richiamata in servizio a causa dell'epidemia dal momento che doveva avere almeno novant'anni e che la sua uniforme era ingiallita dal tempo anche se rigida per l'amido al punto da scricchiolare quando lei prese la lista.
— Ha un'autorizzazione per questi rifornimenti? — chiese la donna.
— No — rispose Dunworthy.
— Tutti gli ordini devono essere autorizzati dalla caposala — replicò lei, restituendogli la lista insieme ad un modulo di tre pagine.
— Noi non abbiamo una caposala — ribatté Dunworthy, cedendo all'irritazione, — e non abbiamo neppure una corsia. Abbiamo cinquanta malati in due dormitori e nessuna scorta di medicinali.
— In questo caso l'autorizzazione deve essere firmata dal dottore che ha in cura i pazienti.
— Il dottore in questione ha un'infermeria piena di pazienti di cui occuparsi e non ha il tempo di firmare autorizzazioni. C'è un'epidemia in corso!
— Ne sono perfettamente consapevole — ritorse l'infermiera, in tono gelido, — ma tutti gli ordini devono essere firmati dal medico responsabile.
E scomparve scricchiolando fra gli scaffali.
Dunworthy tornò al Pronto Soccorso ma Mary non c'era più e il paramedico gli disse di cercarla nella Sezione Isolamento… ma lei non era neppure lì. Per un momento Dunworthy prese in considerazione l'idea di contraffare la firma di Mary ma a parte la firma voleva vederla perché le voleva parlare del suo fallimento nel contattare i tecnici e nella ricerca di trovare un modo per aggirare Gilchrist e aprire la rete. Non riusciva neppure ad ottenere una semplice aspirina, ed era già il tre di gennaio.
Alla fine riuscì a rintracciare Mary nel laboratorio, intenta a parlare al telefono… a quanto pareva le linee erano di nuovo in funzione anche se il video era inattivo.
Mary comunque non lo stava guardando, perché il suo sguardo era fisso su una consolle il cui schermo mostrava l'immagine diramata delle tabelle dei contatti.
— Qual è esattamente la difficoltà? — stava domandando. — Aveva detto che sarebbe stato qui due giorni fa.
Seguì una pausa mente la persona celata dietro la neve che offuscava il video forniva una scusa di qualche tipo.
— Cosa significa che è stato mandato indietro? — esclamò Mary, incredula. — Qui ho un migliaio di persone malate di influenza.
Ci fu un'altra pausa durante la quale Mary dattiloscrisse qualcosa, facendo apparire una tabella diversa.
— Allora mandatelo di nuovo! — gridò poi. — Ne ho bisogno adesso! Qui ci sono persone che stanno morendo. Lo voglio qui per il… hello? Mi sente?
Lo schermo si spense e nel girarsi per premere il pulsante dell'apparecchio Mary si accorse di Dunworthy.
— Mi sente? — ripeté, mentre gli segnalava di entrare nell'ufficio. — Hello? — Poi sbatté giù il ricevitore con violenza. — I telefoni non funzionano, la metà del mio personale ha contratto il virus e gli analoghi non sono qui perché qualche idiota non ha permesso che entrassero nell'area di quarantena — commentò in tono rabbioso, poi sedette davanti alla consolle e si sfregò gli zigomi con le dita, aggiungendo: — Scusami, ma è stata una giornata piuttosto brutta. Questo pomeriggio ho avuto tre decessi, uno dei quali un bambino di sei mesi.
Aveva ancora il rametto di agrifoglio infilato nel bavero del camice, ma tanto il rametto quanto il camice avevano un'aria molto malconcia e lei appariva impossibilmente stanca, con gli occhi e la bocca segnati da linee profonde. Dunworthy si chiese quando fosse stata l'ultima volta che aveva dormito e se sarebbe stata in grado di ricordarselo nel caso che glielo avesse chiesto.
— Non ci si abitua mai all'idea di essere impossibilitati a fare qualsiasi cosa — aggiunse lei, passandosi ora le dita sugli occhi.
— No.
— Avevi bisogno di qualcosa, James? — chiese Mary, sollevando lo sguardo su di lui con l'aria di essersi resa conto soltanto adesso della sua presenza.
Non dormiva da chissà quando, era senza aiuti, aveva perso tre pazienti fra cui un bambino piccolo… aveva abbastanza problemi anche senza preoccuparsi per Kivrin.