L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
Si accostò al letto e nel muoversi urtò senza volere con un piede una bottiglia di vino semivuota, facendola rotolare sotto il giaciglio; un'altra bottiglia ancora sigillata era posata vicino alla testa del letto.
— Ha mangiato troppo cibo ricco — sentenziò Lady Imeyne, continuando a pestare qualcosa nella sua ciotola di pietra, ma era chiaro che quello non era un avvelenamento da cibo e che non si trattava neppure delle conseguenze di un eccesso di alcool, nonostante le bottiglie di vino.
Quest'uomo è malato, pensò Kivrin, terribilmente malato.
Il segretario, che aveva sussultato al suono della bottiglia che rotolava, respirava affannosamente con la bocca aperta, ansando come il povero Blackie con la lingua che sporgeva dalla bocca e che appariva gonfia e di un rosso acceso. La sua faccia era di un rosso ancora più cupo e la sua espressione appariva distorta, come se fosse terrorizzato.
Kivrin si chiese se per caso non lo avessero avvelenato. L'inviato del vescovo era parso così ansioso di partire che per poco non aveva travolto Agnes con il suo cavallo e inoltre aveva detto ad Eliwys di non disturbare il segretario… gli ecclesiastici erano propensi agli avvelenamenti nel 1300, giusto? Capitava che si verificassero morti misteriose… e comode… in conventi e cattedrali.
Però non aveva senso perché l'inviato del vescovo e il monaco non sarebbero certo partiti in tutta fretta dando ordine di non disturbare la vittima quando lo scopo dell'uso del veleno era quello di far pensare che la morte fosse dovuta a botulismo o a peritonite o a una delle molteplici e inspiegabili altre cause di cui la gente moriva nel medioevo. E poi perché l'inviato del vescovo avrebbe dovuto avvelenare un suo subalterno quando poteva ridurlo di rango come Lady Imeyne voleva fare con Padre Roche?
— Si tratta di colera? — chiese Lady Eliwys.
No, pensò Kivrin, cercando di ricordare i sintomi di quella malattia… diarrea acuta, vomito, perdita massiccia di fluidi corporei. Espressione tirata, disidratazione, cianosi, sete spaventosa.
— Hai sete? — chiese al religioso.
Questi non mostrò di aver sentito; i suoi occhi erano semichiusi e apparivano anch'essi gonfi; quando Kivrin gli posò una mano sulla fronte lui sussultò un poco e spalancò per un istante gli occhi arrossati prima di riabbassare le palpebre.
— Sta bruciando per la febbre — affermò Kivrin, pensando al tempo stesso che il colera non portava una febbre così alta. — Datemi un panno intriso nell'acqua.
— Maisry! — chiamò Eliwys, ma Rosemund era già accanto a Kivrin munita dello stesso straccio sporco che dovevano aver usato per curare lei.
Se non altro era freddo. Kivrin lo piegò in un rettangolo mentre continuava ad osservare il volto del segretario che stava ancora ansando; quando lei gli posò il panno sulla fronte, l'uomo contorse i lineamenti come se stesse provando del dolore e si serrò il ventre con una mano. Appendicite? Kivrin scartò immediatamente quell'ipotesi perché di solito l'appendicite era accompagnata da febbre non molto elevata. Le febbri tifoidee, d'altro canto, producevano una temperatura che arrivava perfino ai quaranta gradi, anche se in genere non subito all'insorgere della malattia, e procuravano inoltre un ingrossarsi del fegato che spesso portava dolori addominali.
— Stai soffrendo? — chiese ancora. — Dove ti fa male?
L'uomo riaprì gli occhi e le sue mani si mossero irrequiete sul copriletto. Anche quello era un sintomo della febbre tifoidea, ma soltanto all'ultimo stadio e dopo otto o nove giorni di malattia. D'un tratto Kivrin si chiese se il prete fosse già malato al suo arrivo.
Quando era sceso da cavallo aveva incespicato e il monaco aveva dovuto sorreggerlo, ma poi alla festa aveva mangiato e bevuto in abbondanza e aveva infastidito Maisry. Di conseguenza non poteva essere stato molto malato e la febbre tifoidea insorgeva in maniera graduale, cominciando con l'emicrania e temperatura mediamente elevata, per poi arrivare al 39 gradi verso la terza settimana.
Kivrin, si sporse in avanti, spingendo di lato la camicia in parte slacciata alla ricerca dello sfogo rosato proprio del tifo, ma non ne trovò traccia. I lati del collo sembravano leggermente gonfi ma del resto quasi ogni infezione portava un gonfiarsi delle ghiandole linfatiche: Un esame delle braccia non rivelò traccia di sfoghi rosati ma le unghie risultarono essere di un colore fra l'azzurro e il marrone, il che indicava una carenza di ossigeno… e la cianosi era un sintomo del colera.
— Ha vomitato o avuto un cedimento dell'intestino? — chiese.
— No — replicò Lady Imeyne, intenta a spalmare un impiastro verdastro su un rigido pezzo di lino. — Ha mangiato troppi zuccheri e spezie che gli hanno causato la febbre nel sangue.
Senza il vomito non poteva essere colera e comunque la febbre era troppo alta. Forse si trattava del suo virus, dopo tutto, ma lei non aveva avuto dolori allo stomaco e la sua lingua non si era gonfiata in quel modo.
Il segretario sollevò una mano e spinse il panno lontano dalla fronte e sul cuscino, lasciando poi ricadere la mano lungo il fianco. Kivrin raccolse lo straccio e scoprì che era del tutto asciutto… cosa poteva causare una febbre tanto alta a parte un virus? La sola cosa a cui riusciva a pensare era la febbre tifoidea.
— Ha perso sangue dal naso? — domandò a Roche.
— No — rispose Rosemund, al posto del prete, venendo avanti per togliere lo straccio dalle mani di Kivrin. — Non ho visto traccia di sangue.
— Bagnalo di acqua fredda ma non lo strizzare — ordinò Kivrin, accennando al panno, poi continuò, rivolta al prete: — Padre Roche, aiutami a sollevarlo.
Roche fece leva sulle spalle del religioso e lo sollevò a sedere, ma neppure sui lini sotto la sua testa c'era traccia di sangue.
— Credi che sia febbre tifoidea? — domandò Roche, nel riadagiare il malato sul letto, e nel suo tono echeggiò una strana nota quasi speranzosa.
— Non lo so — ammise Kivrin.
Eliwys le porse lo straccio e lei scoprì di essere stata presa in parola e che il panno era gocciolante di acqua gelida.
Protendendosi in avanti lo posò sulla fronte del malato, che però sollevò di colpo le braccia in un gesto violento, facendole cadere la pezza di mano e si sollevò poi a sedere cercando di colpirla con le mani e scalciando con i piedi. Un pugno la raggiunse sul lato della gamba e le fece piegare le ginocchia, mandandola quasi a cadere sul letto.
— Mi dispiace, mi dispiace — disse Kivrin, cercando di ritrovare l'equilibrio e di bloccargli le mani. — Mi dispiace.
Adesso gli occhi iniettati di sangue del malato erano spalancati, con lo sguardo fisso.
— Glorìam tuam! — tuonò, con una strana voce acuta che era quasi un urlo.
— Mi dispiace — ripeté Kivrin, afferrandogli un polso, ma l'altro braccio dell'uomo si mosse di scatto, colpendola in pieno petto.
— Requiem aeternam dona eis, — ruggì il religioso, sollevandosi in ginocchio e poi in piedi nel centro del letto. — Et lux perpetua luceat eis.
D'un tratto Kivrin si rese conto che l'uomo stava cercando di recitare la messa per i defunti. Intanto Padre Roche aveva tentato di afferrare il malato per la camicia, ma lui si liberò a calci e continuò a scalciare ruotando su se stesso come se stesse ballando.