SAUL
Fissò la fessura nella parete. La nera apertura si perdeva serpeggiando molto addentro nel ghiaccio. — Quand'è successo? — chiese Saul.
Due dei suoi assistenti, i capelli castani, con le efelidi che tracciavano disegni uguali sui loro volti, sollevarono lo sguardo da un banco del laboratorio lì accanto, dov'erano intenti a lavorare. Risposero insieme, con lo stesso tono di voce:
— C'è stato un halleymoto, Pops… Due ore fa. Uno forte. Ha spaccato la parete.
Saul scosse la testa, ancora incapace di capire come ognuno dei due sapesse ciò che l'altro stava per dire… così da giungere a irritarlo in una simile maniera.
— Oh, per questo, l'ha fatto, eccome — commentò, esaminando il danno. Sì, avrebbe dovuto occuparsene. Perfino a quelle profondità sotto la superficie, sarebbe stata una sciocchezza permettere che una qualunque delle camere rimanesse priva d'una chiusura ermetica per tanto tempo.
Qualcuno affermava che erano gli sgomitatori a mettere sotto tensione il nucleo della cometa, a mano a mano che la spingevano, mese dopo mese, anno dopo anno, causando in tal modo i sismi. Altri davano la colpa alla guerra, adesso in apparenza persa una volta per tutte da Quiverian e dai suoi archisti.
Il mese precedente gli spaziali di Carl, gli Uber di Sergeov e i neutrali di Keoki Anuenue si erano uniti, attuando una fulminea incursione contro la roccaforte degli archisti al polo Sud, mettendo fuori uso in maniera definitiva i resti della prima serie di lanciatori, e le antenne a microonde nascoste con le quali avevano comunicato con la Terra. Uno dei risultati era stato che adesso gli archisti non avrebbero più potuto usare quei vecchi lanciatori per interferire con le sgomitate verso Marte. Sfortunatamente, durante la breve ma sanguinosa scaramuccia, tre esplosioni avevano scosso l'estremità del nucleo di Halley, facendo temere a più d'uno che l'integrità stessa della cometa potesse essere minacciata.
Qualunque fosse la causa, quei sismi preoccupavano Saul. Da quattro anni ormai le cose, tanto per cambiare, andavano bene. Avevano captato la notizia, tramite deboli segnali irradiati fin lassù dalla Terra, che gli scommettori avevano ripreso a raccogliere puntate sulla sopravvivenza della colonia. Le attuali quotazioni li davano a cinque contro uno. Ma questo era in realtà un notevolissimo miglioramento rispetto alle scommesse di mille contro uno che erano correnti quando lui e Virginia si erano svegliati dal sonno trentennale.
Almeno per il momento, gli Uber di Sergeov, i diversi clan dei sopravvissuti, e i ragazzi di Marte di Jeffers, lavoravano insieme. Ma quest'alleanza dava a Saul l'impressione d'una soluzione sovrasatura di fluidi incompatibili fra loro, troppo instabile per durare a lungo.
Non avevano certo bisogno di halleymoti che scuotessero quel delicato equilibrio.
Saul indossava poco più d'un perizoma, un corto camice e un paio di sandali da ghiaccio, giacché aveva appena lasciato l'alloggio che condivideva con Virginia, per una breve visita al suo laboratorio. Virginia era salita alla superficie per discutere qualcosa con Carl Osborn, così lui aveva colto l'occasione di scendere là sotto per vedere come procedevano gli esperimenti.
Dovunque, nel laboratorio c'erano camere chiuse nel vetro, come acquari, nelle quali fiorivano o languivano miniecosistemi, dove forme di vita terrestri modificate lottavano per dimostrarsi degne di entrare a far parte della nuova, sintetica, ecologia planetaria, che soltanto adesso cominciava a organizzarsi.
Sulla sinistra, accanto alla parete, alcuni dei suoi assistenti stavano accudendo agli animali, uccelli senz'ali e capre capaci di dare latte in condizioni di microgravità.
— Dov'è Paul? — chiese Saul tutt'a un tratto.
I gemelli dai capelli castani indicarono con un cenno del capo la fessura nella parete, e scrollarono le spalle.
— Cosa? — Saul sbatté le palpebre. — Mi pareva di avervi detto di non farlo uscire da qui!
I due ruotarono gli occhi in un'espressione che aveva visto innumerevoli volte, nell'arco di lunghi anni che si riflettevano gli uni nello specchio degli altri. — Ci hai detto di non lasciarlo uscire dalla porta — gli ricordarono soddisfatti.
— Oh, Signore. — Saul si afflosciò. Sono mai stato come questi due? Così indescrivibilmente… immaturo?
I due se ne uscirono all'unìsono in una risatina. Saul esitò. Doveva inseguire Paul, naturalmente. Quel povero bambino non sarebbe stato in grado di cavarsela da solo, là fuori.
Non posso portare con me nessuno dei ragazzi constatò, accantonando l'idea di mettere insieme una squadra di ricerca composta dai suoi assistenti. Spaventerebbe a morte la gente irrompendo fuori nei corridoi come un'orda. Non li aveva ancora presentati a nessun altro, neppure a Virginia. Erano lo sviluppo più stupefacente scaturito dall'unione delle tecnologie di Phobos con la sua sempre crescente abilità nella clono-simbiosi. Ma questa volta non era affatto sicuro di come informare il resto della colonia della loro esistenza.
Saul fluttuò a balzelli fino alla crepatura della parete. Prese su una luminosfera di halleyvirid fosforici geno-pianificati, — Quando tornerò, faremo una bella chiacchierata su quella che è la responsabilità — li ammonì. — Paul è pur sempre vostro fratello, anche se sotto certi aspetti presenta delle deficienze. Era vostro dovere occuparvi di lui.
Abbassarono lo sguardo, vergognosi. Non erano ragazzacci, gli mancava soltanto l'esperienza, il mondo era ancora una cosa molto nuova per loro.