Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Virginia — si fece udire la voce ben modulata di JonVon, quando si trovò a metà strada dalla camera di equilibrio. — Ci sono trasmissioni in codice da un punto accanto alla tua attuale postazione.
— In codice? — Virginia si arrestò e si guardò intorno. Nessuno in vista, salvo pochi addetti all'impianto idroponico che se ne stavano andando con passo strascicato alla conclusione del loro turno. All'orizzonte, una delle torri fiabesche di Jim Vidor svettava appuntita verso le stelle. Più lontano ancora, un lanciatore fremeva, continuando a guidarli gradualmente, impercettibilmente, verso il loro incontro con Marte. — Cosa vuoi dire?
— Ho penetrato il codice, un piccolo algoritmo di livello adolescenziale. I messaggi trasmessi sono carichi di eccitazione e non del tutto intelligibili. Fanno il tuo nome e quello di Carl Osborn.
— Senti, JonVon. Controllali, e cerca d'identificare la fonte. Ho altre cose in mente, in questo momento.
Virginia lanciò un'occhiata alla cupola dietro di sé, e vide attraverso la sua trasparenza chiazzata due figure, l'una di fronte all'altra, sotto il sole brillante.
Carl, in tuta, che gesticolava. La seconda figura con una semplice veste… Virginia si sentì certa che fosse Saul.
Con Carl in quello stato d'animo… Vorrei poter avvertire Saul. Questo non è davvero il momento d'infastidire Carl con qualche dettaglio.
Qualcosa non andava. Saul agitò le mani, poi si spostò di lato, barcollando, come per andarsene.
Virginia corrugò la fronte. Saul pareva malato… Sì, c'era qualcosa di strano nella maniera in cui si muoveva.
Carl fece un passo avanti, e Saul lo spinse via. Virginia avrebbe voluto trovarsi nel suo laboratorio. Avrebbe potuto connettersi subito con uno dei suoi robot operai dentro la cupola, e ascoltare.
Quei due uomini stavano urlando… Saul gesticolava come impazzito, spingendo. Andò a urtare contro la torreggiante parete di vetro.
La cupola si squarciò! In quel momento un lampo azzurro la tagliò, lacerando il foglio per la pressione, sollegando una pioggia di livide scintille gialle. L'aria uscì a fiotti senza rumore, una nebbia perlacea che esplose formando una sfera che si levò alta, crebbe e si sfilacciò. Com'è possibile che un uomo possa infrangere… Poi si rese conto.
Laser.
— Saul! Corri nella camera di equilibrio! — Ma lui non poteva udirla, naturalmente. Saul non indossava nessuna tuta.
Carl si lanciò di corsa verso la camera di equilibrio dov'erano immagazzinati i caschi.
Saul incespicò, confuso, e cadde dentro una massa di vegetazione. Si rialzò in mezzo al ribollente groviglio di piante, ma non pareva sapesse quello che doveva fare, dove potesse ritrovare la pressione atmosferica. La camera di equilibrio era a soli cento metri di distanza, ma a causa di quel disorientante tuffo nel vuoto il cervello gli trasmetteva dei segnali in conflitto fra loro.
Virginia si mise a correre, urlando, senza distogliere gli occhi da Saul. La sua veste gli sbatteva sopra i fianchi, bianca come ossa, barcollava impacciato, allontanandosi dalla camera di equilibrio, verso lo squarcio della cupola. Stava seguendo senza riflettere la raffica che infuriava intorno a lui, soffiandogli i capelli castani davanti agli occhi, sballottando le piante con sferzanti folate.
Carl aveva raggiunto la camera di equilibrio. Si curvò ed entrò, chiudendosi il portello alle spalle. Avrebbe impiegato almeno un minuto a trovare un casco, a immettere un po' d'aria nei propri polmoni.
Virginia correva come una furia, i continui scivoloni sul ghiaccio la facevano quasi impazzire.
— Saul… no! Saul…
Conosceva gli effetti del vuoto e del gelo, la rottura dei vasi sanguigni nei polmoni, il congelamento delle cellule del corpo, lo scoppio delle delicate membrane negli occhi e negli orecchi, un caos orrendo in tutto il corpo.
Saul continuava ad avanzare incespicando verso il labbro infranto della cupola, attirato dal risucchio della tempesta. Stava ancora correndo quando cadde in mezzo alle schegge ritte.
Carl le passò accanto correndo. Ma quando raggiunse la figura accartocciata, rigida e contorta in una posizione di torturata agonia, videro delle aguzze lame di vetro che gli sporgevano dalla schiena. Quei tagli profondi non schizzavano neppure più il sangue scarlatto. Lividi purpurei, carnagione vitrea, occhi aperti, privi d'espressione.
La squadra della cupola arrivò di corsa dal portello della camera di equilibrio più lontana, portando l'attrezzatura per i primi soccorsi. Troppo tardi.
Che aspetto strano ha pensò Virginia. Era sempre parso scabro, logorato dal tempo, ma trionfante. Adesso pareva immacolato, giovane, il volto liscio, come se gli anni fossero stati cancellati dalla mano clemente della morte.
CARL
Era sempre stato un risolvi-problemi, un uomo che reagiva all'ignoto riflettendo, scomponendolo in singoli pezzi comprensibili. Poi, Carl avrebbe risolto con gran cura ogni enigma, fiducioso che la somma di quei microproblemi avrebbe alla fine risolto la confusione più grande. Come la chiamavano al Caltech? Una «supersituazione lineare, con variabili indipendenti? Già. È il mio genere di roba. Quella che il vecchio Carl sa fare.
Picchiò il pugno contro la parete di ragnatela spugnosa della Cupola 3. Ma non posso riparare il passato. Non posso far tornare Saul. Non posso neppure confortare Virginia.
Virginia era seduta in mezzo ad alcuni steli avvizziti di rabarbaro appena raccolto, con lo sguardo fisso nello spazio. I suoi occhi cerchiati di rosso si erano da tempo liberati delle lacrime, e adesso si era ritirata in se stessa, esausta, stordita. La squadra della cupola aveva portato via il corpo di Saul, e nella confusione che era seguita Virginia era piombata nel silenzio, cinerea e abulica. Lani Nguyen sedeva assieme a lei, mormorando sommessamente, con un braccio intorno alle sue spalle.
Lani e Jeffers erano arrivati soltanto pochi istanti dopo la morte di Saul, rispondendo all'allarme lanciato da Carl. Non c'era nessun segno di chi aveva sparato col laser che aveva perforato la cupola. Lani e Jeffers non avevano incontrato nessuna opposizione quando erano balzati fuori dal pozzo più vicino. Le linee del comunicatore non trasmettevano nessuna notizia. Le squadre della cupola, uomini bene addestrati alle perforazioni dovute ai meteoriti, avevano sostituito la parete infranta rendendo nuovamente ermetica, con la massima rapidità, la cupola. L'atmosfera era quasi ritornata ai valori normali.
Jeffers disse, amareggiato: — Ancora non riesco a capire.
Carl ammiccò un paio di volte, assorto nei suoi pensieri. — Cosa?
— Perché Saul non abbia reagito quando la cupola è scoppiata. Era più vecchio, certo, ma ci siamo addestrati parecchio nei pozzi, per far fronte alle perdite d'aria. Come mai Saul non ti ha seguito?
— Era disorientato ancora prima che succedesse. È sbucato fuori dal portello dei rifiuti, laggiù, borbottando.
— È pazzesco. — Jeffers scosse la testa. — Il portello dei rifiuti.
— Deve averlo imboccato come una specie di scorciatoia. Forse sapeva che Virginia mi stava parlando, e… — Carl s'interruppe. Non voleva rivelare ciò che Virginia gli aveva detto, o insistere sul pensiero che Saul stava cercando di fermarla. È tutto così maledettamente pasticciato! Perché mai a Saul avrebbe dovuto importare ciò che Virginia mi stava dicendo? Oppure l'arrivo di Saul, troppo tardi, è stato un incidente?
Jeffers si morse il labbro, a disagio. — Virginia… ha detto che tu e Saul avevate litigato, o qualcosa del genere.