Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Ma ciò avrebbe significato strisciar via a leccarsi le ferite, qualcosa che avrebbe potuto benissimo fare qualche decennio prima… Sapeva che adesso non avrebbe funzionato. Troppe cose erano successe, e troppo in fretta. Se ci avesse rimuginato sopra, avrebbe finito soltanto per piombare nello scoraggiamento senza riuscire a combinare niente.
Quello era uno standard che aveva lentamente imparato a imporsi: Cosa avrai, quando questa faccenda sarà conclusa? Il ricordo di amare rimuginazioni, tentativi di dimenticare sbronzandosi? Recriminazioni contro ciò che la mano del fato gli aveva riservato? Ciò avrebbe potuto soddisfare qualcosa dentro di lui che voleva un tale frutto amaro. Ma adesso sapeva per esperienza che si sarebbe sentito assai meglio sui tempi lunghi se si fosse buttato a capofitto in un lavoro, costruendo, o riparando, o spostando qualcosa. Che fossero i muscoli a esercitare la propria logica. Poi sarebbe stato in grado di dormire, sapendo che avrebbe per lo meno realizzato qualcosa, che aveva continuato ad agire, facendola vedere a quei bastardi.
Un leggero sbuffo d'aria lo seguì sul ghiaccio, sollevandosi all'istante in una nube di nebbia. Stava procedendo con andatura costante, agguanta-suolo o stringi-ghiaccio, come si sarebbe voluto definirla, ma in questo modo faceva più esercizio.
Aveva avuto a che fare con gente mezzo ammattita, un sacco di gente così, e adesso era più che contento di trovarsi là fuori. Perché io appartengo a questo. Io sono sempre uno spaziale, maledizione!
Un idiota con gli occhi fuori della testa l'aveva fermato in un corridoio, accusandolo di aver sabotato il Pacco Assistenziale. Follia. La gente non voleva accettare questa chiara e limpida realtà: che il loro mondo d'origine aveva giurato di cancellarli dalla faccia dell'universo.
Be', d'accordo. Proprio come io non volevo accettare la realtà che niente separerà Saul da Virginia. È soltanto una questione di proporzioni…
La cintura dei lanciatori cominciò a profilarsi sopra l'orizzonte, a mano a mano che avanzava, con i piedi che trovavano un appiglio sul ghiaccio picchiettato e crostoso. Erano come esili cannoni dal profilo elegante, ognuno inclinato a un angolo leggermente diverso rispetto al proprio vicino. Settimane addietro avevano rallentato e fermato la rotazione di Halley, per semplificare l'allineamento delle loro spinte. Adesso le stelle erano sospese in posizione costante sopra di loro, e ogni lanciatore era puntato esattamente verso lo stesso punto del cielo: ascensione retta 87 gradi, declinazione +35.
— Ehi, capitano — lo salutò Jeffers, con un gesto della mano, dalla sommità del Lanciatore 16.
— Non sono capitano — rispose Carl automaticamente.
— Potresti benissimo esserlo.
— Sono soltanto l'ufficiale addetto alle operazioni. È tutto quello che i clan tollerano.
— Un branco di culi di somaro.
— E adesso credo che non otterrò neppure una promozione dalla Terra.
Jeffers ridacchiò asciutto. — Non un granché, direi. Hai finito di calmarli?
— Sì. — Carl balzò sulla cappottatura del lanciatore.
— È strano come qualcuno di loro non riesca a credere a quello che è accaduto.
— Era la loro Grande Speranza Bianca.
— Piuttosto scomoda, quando Madre Terra ti offre una tetta e poi… bum!
Carl sorrise suo malgrado. Da lì poteva vedere molti lanciatori, una linea tratteggiata che disegnava in qualche modo l'equatore di Halley, come se fosse stata tracciata da un diligente studente delle superiori per una relazione scientifica. Le loro bocche deviavano gradualmente a nord, a mano a mano che il suo sguardo spazzava l'orizzonte. Ognuno giaceva sepolto su una piattaforma idraulica a cuscinetti d'olio che assorbiva il rinculo ritrasmettendolo al fin troppo fragile ghiaccio. Robot e mech si trovavano accanto ad ogni tubo sottile, pronti a risolvere qualunque problema con gli alimentatori a nastro trasporatore.
— Sono d'accordo quelli là sotto?
Distratto da quell'ordinata schiera di lanciatori che si perdeva fino all'orizzonte, per un attimo Carl non riuscì a capire quello che Jeffers intendeva dire. — Oh, a proposito delle comunicazioni con la Terra?
— Sì. Sono tutti d'accordo di stare zitti?
— Non esattamente.
— Chi?
— Sergeov. Quiverian.
— Mi aspetto che qualcuno dia ascolto a Sergeov, certo. È un bravo ragazzo, un percell tutto d'un pezzo. Forse un po' manesco. Ma Quiverian? È un bastardo assassino! Chi può mai prestare attenzione a…
— Alcuni archisti pensano ancora che debba essersi trattato di un errore. Non possono immaginarsi la mamma che massacra i suoi figli, anche se sono portatori di malattie.
— Paaazzeeesco.
— Proprio così.
Sotto il silenzioso ciclo color ebano quelle questioni parevano meschine, insignificanti. Carl poteva affrontarle dentro, chiuso in mezzo al ghiaccio… ma qui, i problemi e le opinioni umane apparivano sporchi, piccoli, vergognosi. — Allora… ho chiesto a JonVon di prendere alcuni mech e… distruggere le antenne a microonde.
Con sua viva sorpresa, Jeffers scoppiò in una risata. — Dannatamente giusto!
— Lo… lo pensi?
— Certo! Se facciamo sapere alla Terra che siamo ancora vivi, quelli ci manderanno un altro Pacco Assistenziale. Soltanto che stavolta non ce lo diranno.
— Questo ci permetterà forse di guadagnare un paio di anni cruciali… forse. — Carl annuì. — Non hanno mancato completamente il colpo, naturalmente. Abbiamo perduto un paio di persone in superficie, e con la nostra attenzione concentrata sul Pacco Assistenziale abbiamo perso un po' di tempo per la sgomitata. Cominciamo in ritardo.
Jeffers annuì. — Siamo dannatamente vicini all'afelio. Sarà un grosso lavoro dare tanta spinta a così tanto ghiaccio.
— Avete già riallineato i lanciatori?
— Proprio come hai detto. Gli daremo una grossa variazione di velocità se cominceremo abbastanza presto.
Per lo meno, il fiasco del Pacco Assistenziale era alle loro spalle. Mentre altri si lamentavano, Carl, in un certo senso, provava sollievo. Significava che dovevano rompere con la Terra, ignorare il loro mondo nativo, perfino nascondersi ad esso quanto più a lungo possibile.
Chi poteva dirlo? Fra quarant'anni altra gente avrebbe potuto trovarsi al comando, laggiù sulla Terra. Oppure la colonia di Phobos poteva essersi conquistata la propria indipendenza quando i profughi cometari fossero arrivati laggiù sfrecciando sulle loro avvampanti aeroscialuppe.
Chi sto prendendo in giro? pensò Carl.
La tensione che era in lui non voleva scomparire. Aveva bisogno di qualcosa, O di qualcuno pensò, ma si affrettò ad escludere questo pensiero non appena lo riconobbe.
I lanciatori. Erano pronti, calibrati.
— Hai controllato la messa a punto di quelle regolazioni?
Jeffers batté la mano sul suo quadro di comando. Annuì.
— I collettori di pressione? L'allineamento dei magneti?
— Tutto a posto.
— E allora cosa stiamo aspettando?
Jeffers sollevò lo sguardo e un sorriso gli si disegnò con estrema lentezza sul viso. — Maledettamente giusto. — Cambiò canali e sparò fuori una lunga raffica di parole dirette ai tecnici.
Tutt'intorno ad Halley, la cintura si mosse. Gli impulsi elettromagnetici crebbero, raggiunsero la saturazione, attesero di venir liberati. E Carl sapeva che dentro il ghiaccio uomini e donne erano impegnati con le loro solitarie domande, i dubbi, le disperazioni.