Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Dicesi ancora che gl'ingegni del Paradiso di S. Filice in piazza, nella detta città, furono trovati da Filippo, per fare la rappresentazione o vero festa della Nunziata, in quel modo che anticamente a Firenze in quel luogo si costumava di fare. La qual cosa invero era maravigliosa, e dimostrava l'ingegno e l'industria di chi ne fu inventore: perciò che si vedeva in alto un cielo pieno di figure vive moversi, et una infinità di lumi, quasi in un baleno scoprirsi e ricoprirsi. Ma non voglio che mi paia fatica raccontare come gl'ingegni di quella machina stavano per a punto: atteso che ogni cosa è andata male e sono gl'uomini spenti che ne sapevano ragionare per esperienza: senza speranza che s'abbiano a rifare, abitando oggi quel luogo non più monaci di Camaldoli, come facevano, ma le monache di S. Pier martire; e massimamente ancora essendo stato guasto quello del Carmine, perché tirava giù i cavagli che reggono il tetto. Aveva dunque Filippo per questo effetto, fra due legni di que' che reggevano il tetto della chiesa, accomodata una mezza palla tonda a uso di scodella vota, o vero di bacino da barbiere, rimboccata all'ingiù; la quale mezza palla era di tavole sottili e leggeri, confitte a una stella di ferro che girava il sesto di detta mezza palla, e strignevano verso il centro, che era bilicato in mezzo, dove era un grande anello di ferro intorno al quale girava la stella de' ferri che reggevano la mezza palla di tavole. E tutta questa machina era retta da un legno d'abeto gagliardo e bene armato di ferri, il quale era a traverso ai cavalli del tetto. Et in questo legno era confitto l'anello, che teneva sospesa e bilicata la mezza palla, la quale da terra pareva veramente un cielo. E perché alla aveva da piè nell'orlo di dentro certe base di legno, tanto grandi e non più che uno vi poteva tenere i piedi, et all'altezza d'un braccio, pur di dentro, un altro ferro, si metteva in su ciascuna delle dette basi un fanciullo di circa dodici anni e col ferro alto un braccio e mezzo si cigneva in guisa che non arebbe potuto, quando anco avesse voluto, cascare.
Questi putti, che in tutto erano dodici, essendo accomodati come si è detto, sopra le base e vestiti da Angeli con ali dorate e capegli di mattasse d'oro, si pigliavano, quando era tempo, per mano l'un l'altro; e dimenando le braccia, pareva che ballassino, e massimamente girando sempre e movendosi la mezza palla dentro la quale, sopra il capo degl'Angioli, erano tre giri o ver ghirlande di lumi accomodati con certe piccole lucernine, che non potevano versare; i quali lumi da terra parevano stelle: e le mensole, essendo coperte di bambagia, parevano nuvole. Del sopra detto anello usciva un ferro grossissimo, il quale aveva a canto un altro anello, dove stava apiccato un canapetto sottile che, come si dirà, veniva in terra. E perché il detto ferro grosso aveva otto rami che giravano in arco quanto bastava a riempire il vano della mezza palla vota e il fine di ciascun ramo un piano grande quanto un tagliere; posava sopra ogni piano un putto di nove anni in circa, ben legato con un ferro saldato nelle altezza del ramo, ma però in modo lento, che poteva voltarsi per ogni verso. Questi otto angioli retti del detto ferro mediante un arganetto che si allentava a poco a poco, calavano dal vano della mezza palla fino sotto al piano de' legni piani che reggono il tetto, otto braccia, di maniera che erano essi veduti e non toglievano la veduta degl'angioli, ch'erano intorno al didentro della mezza palla. Dentro a questo mazzo degl'otto Angeli (che così era propriamente chiamato) era una mandorla di rame, vota dentro, nella quale erano in molti buchi certe lucernine messe in sur un ferro a guisa di cannoni, le quali, quando una molla che si abbassava era tocca, tutte si nascondevano nel voto della mandorla di rame; e come non si aggravava la detta molla, tutti i lumi, per alcuni buchi di quella, si vedevano accesi.
Questa mandorla, la quale era apiccata a quel canapetto, come il mazzo era arivato al luogo suo, allentato il picciol canapo da un altro arganetto, si moveva pian piano e veniva sul palco dove si recitava la festa, sopra il qual palco, dove la mandorla aveva da posarsi a punto, era un luogo alto a uso di residenza, con quattro gradi; nel mezzo del quale era una buca, dove il ferro apuntato di quella mandorla veniva a diritto. Et essendo sotto la detta residenza un uomo, arivata la mandorla al luogo suo, metteva in quella, senza esser veduto, una chiavarda, et ella restava in piedi e ferma. Dentro la mandorla era, a uso d'angelo, un giovinetto di quindici anni in circa cinto nel mezzo da un ferro e nella mandorla da piè chiavardato in modo che non poteva cascare, e perché potesse ingenochiarsi, era il detto ferro di tre pezzi, onde ingenochiandosi entrava l'un nell'altro agevolmente. E così quando era il mazzo venuto giù e la mandorla postata in sulla residenza, chi metteva la chiavarda alla mandorla schiavava anco il ferro che reggeva l'angelo, onde egli uscito caminava per lo palco e giunto dove era la Vergine la salutava et annunziava. Poi tornato nella mandorla e raccesi i lumi che al suo uscirne s'erano spenti, era di nuovo chiavardato il ferro che lo reggeva, da colui che sotto non era veduto; e poi allentato quello che la teneva, ell'era ritirata su, mentre cantando gl'angeli del mazzo e quelli del cielo che giravano, facevano che quello pareva propriamente un paradiso e massimamente, che oltre al detto coro d'angeli et al mazzo, era a canto al guscio della palla un Dio Padre circondato d'angeli simili a quelli detti di sopra e con ferri accomodati. Di maniera che il cielo, il mazzo, il Dio Padre, la mandorla con infiniti lumi e dolcissime musiche rappresentavano il Paradiso veramente. A che si aggiugneva, che per potere quel cielo aprire e serrare, aveva fatto fare Filippo due gran porte, di braccia cinque l'una per ogni verso, le quali per piano avevano in certi canali curri di ferro, o vero di rame, et i canali erano unti talmente, che quando si tirava con un arganetto un sottile canapo che era da ogni banda, s'apriva o riserrava, secondo che altri voleva, ristrignendosi le due parti delle porte insieme, o allargandosi per piano mediante i canali. E queste così fatte porte facevano duoi effetti: l'uno, che quando erano tirate per esser gravi facevano rumore a guisa di tuono; l'altro, perché servivano, stando chiuse, come palco per aconciare gl'Angeli et accomodar l'altre cose che dentro facevano di bisogno. Questi dunque così fatti ingegni e molti altri, furono trovati da Filippo; se bene alcuni altri affermano che egli erano stati trovati molto prima. Comunche sia, è stato ben ragionarne, poiché in tutto se n'è dismesso l'uso.