Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Ma tornando a esso Filippo, era talmente cresciuta la fama et il nome suo, che di lontano era mandato per lui da chi aveva bisogno di far fabriche per avere disegni e modelli di mano di tanto uomo; e si adoperavano perciò amicizie e mezzi grandissimi. Onde infra gl'altri disiderando il Marchese di Mantoa d'averlo, ne scrisse alla Signoria di Firenze con grande instanza, e così da quella gli fu mandato là, dove diede disegni di fare argini in sul Po l'anno 1445; et alcune altre cose, secondo la volontà di quel Principe, che lo accarezzò infinitamente, usando dire che Fiorenza era tanto degna d'avere Filippo per suo cittadino, quanto egli d'aver sì nobile e bella città per patria. Similmente in Pisa il conte Francesco Sforza e Niccolò da Pisa, restando vinti da lui in certe fortificazioni, in sua presenza lo comendarono, dicendo che se ogni stato avesse un uomo simile a Filippo, che si potrebbe tener sicuro senza arme. In Fiorenza diede similmente Filippo il disegno della casa di Barbadori, allato alla torre de' Rossi in borgo S. Iacopo, che non fu messa in opera; e così anco fece il disegno della casa de' Giuntini in sulla piazza d'Ogni Santi, sopra Arno. Dopo, disegnando i capitani di Parte Guelfa di Firenze di fare uno edifizio et in quello una sala et una udienza per quello magistrato, ne diedero cura a Francesco della Luna, il quale, cominciato l'opera, l'aveva già alzata da terra dieci braccia e fattovi molti errori, quando ne fu dato cura a Filippo, il quale ridusse il detto palazzo a quella forma e magnificenza che si vede. Nel che fare ebbe a competere con il detto Francesco che era da molti favorito sì come sempre fece mentre che visse, or con questo, et or [con] quello, che facendogli guerra lo travagliarono sempre, e bene spesso cercavano di farsi onore con i disegni di lui. Il quale infine si ridusse a non mostrare alcuna cosa et a non fidarsi di nessuno. La sala di questo palazzo oggi non serve più ai detti capitani di Parte perché avendo il diluvio dell'anno 1557 fatto gran danno alle scritture del Monte, il signor duca Cosimo, per maggior sicurezza delle dette scritture che sono di grandissima importanza, ha ridotta quella et il magistrato insieme, nella detta sala. E acciò che la scala vecchia di questo palazzo serva al detto magistrato de' capitani, il quale separatosi dalla detta sala, che serve al Monte, si è in un'altra parte di quel palazzo ritirato, fu fatta da Giorgio Vasari, di commessione di sua eccellenza, la commodissima scala che oggi va in su la detta sala del Monte. Si è fatto similmente, col disegno del medesimo, un palco a quadri, e fattolo posare, secondo l'ordine di Filippo, sopra alcuni pilastri acanalati di macigno.
Era una quaresima, in S. Spirito di Fiorenza, stato predicato da maestro Francesco Zoppo, allora molto grato a quel popolo e raccomandato molto il convento, lo studio de' giovani e particularmente la chiesa arsa in que' dì; onde i capi di quel quartiere, Lorenzo Ridolfi, Bartolomeo Corbinelli, Neri di Gino Capponi e Goro di Stagio Dati et altri infiniti cittadini ottennero da la Signoria di ordinar che si rifacesse la chiesa di S. Spirito, e ne feciono provveditore Stoldo Frescobaldi. Il quale per lo interesso che egli aveva nella chiesa vecchia, ché la capella e l'altare maggiore era di casa loro, vi durò grandissima fatica. Anzi da principio, inanzi che si fussino riscossi i danari, secondo che erano tassati i sepultuarii e chi ci aveva cappelle, egli di suo spese molte migliaia di scudi, de' quali fu rimborsato. Fatto dunque consiglio sopra di ciò, fu mandato per Filippo, il quale facesse un modello con tutte quelle utili et onorevoli parti che si potesse e convenissero a un tempio cristiano; laonde egli si sforzò che la pianta di quello edifizio si rivoltasse capo piedi, perché desiderava sommamente che la piazza arrivasse lungo Arno, acciò che tutti quelli che di Genova e de la Riviera, e di Lunigiana, del Pisano e del Luchese passassero di quivi, vedessino la magnificenza di quella fabbrica; ma perché certi, per non rovinare le case loro, non vollono, il disiderio di Filippo non ebbe effetto.
Egli dunque fece il modello della chiesa et insieme quello dell'abitazione de' frati in quel modo che sta oggi. La lunghezza della chiesa fu braccia 161 e la larghezza braccia 54, e tanto ben ordinata, che non si può fare opera, per ordine di colonne e per altri ornamenti, né più ricca, né più vaga, né più ariosa di quella. E nel vero, se non fusse stato dalla maladizione di coloro, che sempre per parere d'intendere più che gl'altri, guastano i principii belli delle cose, sarebbe questo oggi il più perfetto tempio di cristianità, così come per quanto egli è, è il più vago e meglio spartito di qualunque altro, se bene non è secondo il modello stato seguito; come si vede in certi principii di fuori che non hanno seguitato l'ordine del didentro, come pare che il modello volesse che le porte et il ricignimento delle finestre facesse. Sonvi alcuni errori, che gli tacerò, attribuiti a lui, i quali si crede che egli se l'avesse seguitato di fabbricare non gli arebbe comportati, poiché ogni sua cosa con tanto giudizio, discrezione, ingegno et arte aveva ridotta a perfezzione. Questa opera lo rendé medesimamente per uno ingegno veramente divino.
Fu Filippo facetissimo nel suo ragionamento e molto arguto nelle risposte, come fu quando egli volle mordere Lorenzo Ghiberti, che aveva còmpero un podere a Monte Morello, chiamato Lepriano, nel quale spendeva due volte più che non ne cavava entrata, che venutoli a fastidio lo vendé. Domandato Filippo qual fusse la miglior cosa che facesse Lorenzo, pensando forse per la nimicizia che egli dovesse tassarlo, rispose: "Vendere Lepriano". Finalmente divenuto già molto vecchio, cioè di anni 69, l'anno 1446, addì 16 d'aprile, se n'andò a miglior vita, dopo essersi affaticato molto in far quelle opere che gli fecero meritare in terra nome onorato e conseguire in cielo luogo di quiete. Dolse infinitamente alla patria sua, che lo conobbe e lo stimò molto più morto, che non fece vivo; e fu sepellito con onoratissime esequie et onore in S. Maria del Fiore, ancora che la sepoltura sua fusse in S. Marco, sotto il pergamo verso la porta, dove è un'arme con due foglie di fico e certe onde verdi in campo d'oro per essere discesi i suoi del Ferarese, cioè da Ficaruolo, castello in sul Po, come dimostrano le foglie che denotano il luogo, e l'onde che significano il fiume. Piansero costui infiniti suoi amici artefici, e massimamente i più poveri, quali di continuo beneficò. Così dunque cristianamente vivendo, lasciò al mondo odore della bontà sua e delle egregie sue virtù. Parmi che se gli possa attribuire che dagli antichi Greci e da' Romani in qua, non sia stato il più raro né il più eccellente di lui; e tanto più merita lode, quanto ne' tempi suoi era la maniera todesca in venerazione per tutta Italia, e dagli artefici vecchi esercitata, come in infiniti edifici si vede. Egli ritrovò le cornici antiche, e l'ordine toscano, corinzio, dorico et ionico alle primiere forme restituì. Ebbe un discepolo dal Borgo a Buggiano, detto il Buggiano, il quale fece l'acquaio della sagrestia di S. Reparata con certi fanciulli che gettano acqua, e fece di marmo la testa del suo maestro ritratta di naturale, che fu posta dopo la sua morte in S. Maria del Fiore alla porta a man destra, entrando in chiesa; dove ancora è il sottoscritto epitaffio, messovi dal publico per onorarlo dopo la morte, così come egli vivo aveva onorato la patria sua.