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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Altri chiedevano che Mat desse spettacolo. A volte scoppiavano zuffe fra chi voleva musica e chi preferiva giochi di prestigio. In un caso lampeggiò un coltello: una donna strillò e un uomo si ritrasse barcollando da un tavolo, con il viso macchiato di sangue; ma Jak e Strom, i due duri, intervennero subito e, con imparzialità assoluta, buttarono fuori, con un bozzo sulla testa, chiunque si fosse trovato coinvolto. Era la loro tattica per qualsiasi tipo di guaio. Nessuno si guardava intorno, a parte quelli spinti alla porta.

I clienti erano anche lunghi di mano, quando una cameriera non stava attenta. Più d’una volta Jak o Strom furono obbligati a salvare una ragazza, ma non ci mettevano troppa fretta. Da come Hake la sgridava e la insultava, la colpa era sempre della ragazza, che, a giudicare dalle scuse e dalle lacrime, pareva disposta ad accettare la sua opinione. Le cameriere trasalivano ogni volta che Hake marcava il sopracciglio, anche se guardava un altro. Rand si domandò come mai lo sopportassero.

Hake sorrideva, se guardava Rand e Mat. Dopo un poco Rand capì che il sorriso non era diretto a loro: il locandiere sorrideva quando con gli occhi scivolava al di là dei due e si posava sulla spada con il marchio dell’airone. Una volta, appena Rand posò il flauto accanto allo sgabello, anche lo strumento si beccò un sorriso.

Allora, mentre sul davanti della pedana si scambiava di posto con Mat, Rand si chinò a mormorargli all’orecchio. Anche così fu costretto a parlare a voce alta, ma con tutto il frastuono non credeva che altri lo udissero. «Hake cercherà di derubarci» gli disse.

Mat annuì, come se anche lui l’avesse sospettato. «Dovremo sbarrare la porta, stanotte.»

«Sbarrare la porta? Jak e Strom la butteranno giù con un pugno. Andiamocene via.»

«Aspettiamo almeno d’avere mangiato. Muoio di fame. Qui non possono farci niente.» Nella stanza si alzarono grida di protesta per l’interruzione. Hake li guardava di storto. «E poi, vuoi dormire all’aperto, stanotte?» Uno scoppio di fulmine particolarmente forte soffocò ogni altro rumore e per un istante la luce che entrò dalle finestre superò quella delle lampade.

«Voglio solo uscire con la testa ancora intera» disse Rand; ma Mat si era già lasciato cadere sullo sgabello per il suo turno di riposo. Con un sospiro Rand si lanciò nella “Strada per Dun Aren". Pareva che piacesse a molti: l’aveva già suonata quattro volte e continuavano a chiederla.

Il guaio era che Mat aveva ragione: anche lui moriva di fame. E non vedeva che cosa Hake potesse fare, mentre la stanza comune era piena e continuava ad arrivare gente. Per ogni persona che usciva, o veniva sbattuta fuori da Jak e Strom, ne entravano due. Gridavano per vedere lo spettacolo o chiedevano una particolare canzone, ma in genere erano interessati a bere e ad allungare le mani sulle cameriere. C’era un uomo, però, assai diverso dagli altri.

Dava subito all’occhio, tra gli avventori del Carrettiere Danzante. I mercanti, a quanto pareva, non frequentavano quella locanda di bassa categoria, dove non c’erano stanze da pranzo private. Gli avventori erano gente vestita alla buona, con la pelle scura di chi lavora al sole e al vento. Quell’uomo, lustro e bene in carne, con mani curate e giubba di velluto, portava sulle spalle un mantello di velluto verde scuro foderato di seta azzurra. I vestiti erano di taglio costoso e le calzature — morbide pantofole di velluto, non stivali — erano poco adatte alle vie piene di solchi di Four Kings e alle vie in genere, a dire il vero.

L’uomo entrò nella locanda a sera inoltrata, scuotendosi dal mantello la pioggia e guardandosi intorno con una smorfia di disgusto. Passò in esame la stanza una volta sola e parve sul punto di girarsi e uscire; poi all’improvviso trasalì alla vista di chissà cosa e si sedette al tavolo che Jak e Strom avevano appena reso libero. Una cameriera si fermò al tavolo, poi portò all’uomo un boccale di vino che lui spinse di lato e non toccò più. Tutt’e due le volte parve che la ragazza avesse fretta d’allontanarsi, anche se lui non allungò la mano e neppure la guardò.

Anche altri, avvicinatisi all’uomo, mostrarono la stessa sensazione di disagio della ragazza. Lo sconosciuto sedeva al tavolo come se nella sala non ci fosse nessuno tranne lui stesso... e Rand e Mat. Fissava i due ragazzi, da sopra le mani unite a punta, con un anello scintillante a ogni dito. Li osservava con un sorriso di soddisfazione per averli riconosciuti.

Rand lo indicò a Mat, quando cambiarono di nuovo posto, e Mat annuì. «L’ho visto» disse. «Chi sarà? Ho l’impressione di conoscerlo.»

Rand aveva avuto la stessa impressione, simile a un formicolio in fondo alla memoria. Eppure era certo di non avere mai visto quel viso.

Dopo due ore di spettacolo, ripose nell’astuccio il flauto e insieme con Mat raccolse le sue cose. Mentre scendevano dalla pedana, Hake accorse con una smorfia d’ira.

«È ora di mangiare» disse Rand, prevenendolo «e non vogliamo che qualcuno ci rubi le nostre cose. Ti dispiace avvertire la cuoca?» Hake esitò, ancora infuriato, e cercò di non fissare troppo la spada. Con noncuranza Rand spostò il fagotto in modo da posare la mano sull’elsa. «Altrimenti cerca pure di buttarci fuori» disse, con enfasi voluta. «C’è ancora buona parte della notte per tenere spettacolo.» Dobbiamo mantenerci in forze, se vogliamo esibirci in modo che la gente spenda ancora. Per quanto tempo credi che la sala resterà piena, se cadiamo morti di fame?

Hake guardò la sala stipata di gente che gli riempiva di denaro le tasche; si girò e sporse la testa nel retro della locanda. «Date loro da mangiare!» gridò. Si rivolse a Rand e Mat. «E non metteteci tutta la notte. Terrete spettacolo finché l’ultimo avventore non se ne sarà andato.»

Alcuni reclamarono a gran voce il musicante e il giocoliere; Hake si girò a calmarli. Anche l’uomo vestito di velluto si mostrava inquieto. Rand indicò a Mat di seguirlo.

Una robusta porta separava la cucina dalla parte anteriore della locanda; se non si apriva per lasciare entrare una cameriera, nella cucina il rumore della pioggia sul tetto era più forte del frastuono della stanza comune. La cucina era un locale ampio, caldo e pieno di vapore prodotto dai fornelli e dai forni, con un grande tavolo coperto di cibi in preparazione e di piatti pronti a essere serviti. Alcune cameriere sedevano su di una panca accanto alla porta posteriore; si massaggiavano i piedi e parlavano tutte insieme con la grassa cuoca, che rispondeva e agitava un grosso mestolo per sottolineare le parole. Tutte quante alzarono gli occhi, quando Rand e Mat entrarono, ma non rallentarono la conversazione né smisero di massaggiarsi i piedi.

«Andiamocene, finché ne abbiamo l’occasione» disse Rand a bassa voce. Mat scosse la testa, fissando due piatti che la cuoca riempiva di manzo con patate e piselli. La cuoca nemmeno li guardò, continuando a parlare con le altre, mentre con il gomito liberava una parte del tavolo, vi posava i piatti e aggiungeva le forchette.

«Dopo mangiato avremo tempo» disse Mat. Scivolò sopra una panca e cominciò a usare la forchetta a mo’ di pala.

Rand mandò un sospiro, ma imitò l’amico. Dalla notte precedente aveva mangiato solo un tozzo di pane e si sentiva vuoto come la scarsella d’un mendicante; e i profumi di cibo che riempivano la cucina non lo aiutavano certo. Cominciò a mangiare a quattro palmenti, ma era solo a metà, quando Mat si fece riempire ancora il piatto.

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