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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Una sola cosa parve scuotere l’equilibrio dell’uomo vestito di velluto: la spada di Rand. Il ragazzo non se l’era tolta. Un paio di persone si alzò a domandargli se suonava tanto male da avere bisogno di difendersi, ma nessuno di loro aveva notato l’airone sull’elsa. Gode lo notò. Serrò le mani, corrugò la fronte e fissò a lungo la spada, prima di riprendere il sorriso. Ma senza la sicurezza di prima.

"Ecco un lato positivo, almeno” pensò Rand. “Se mi crede degno del marchio dell’airone, forse ci lascerà in pace. Così dovremo preoccuparci solo di Hake e dei suoi scagnozzi." Era un pensiero ben poco confortante. Comunque, spada o non spada, Gode continuò a tenerli d’occhio. E a sorridere.

A Rand la notte parve durare un anno: Hake, Jak e Strom lo fissavano, simili ad avvoltoi che guatassero una pecora impantanata; e Gode aspettava, simile a una creatura anche peggiore. Rand cominciò a pensare che tutti, nella sala, avessero un motivo segreto per fissarlo. I fumi di vino agro e il puzzo di corpi sporchi e sudati gli facevano girare la testa; il frastuono di voci lo colpiva fino a offuscargli gli occhi; perfino il suono del flauto gli feriva le orecchie. Il rombo dei tuoni pareva risuonargli dentro la testa. La stanchezza lo opprimeva come un peso di ferro.

A poco a poco la necessità di alzarsi all’alba spinse la gente a lasciare con riluttanza la locanda. I contadini non dovevano rendere conto a nessuno, ma i conducenti erano pagati dai mercanti e notoriamente costoro non vedevano di buon occhio i postumi di sbronze. Passata la mezzanotte, la sala comune si vuotò e anche chi alloggiava al piano superiore andò a letto.

Gode rimase l’ultimo avventore. Quando Rand, sbadigliando, allungò la mano verso l’astuccio del flauto, Gode si alzò, mantello sul braccio. Le cameriere facevano pulizia e brontolavano per il vino versato e per le stoviglie rotte. Hake serrava con una grossa chiave la porta anteriore. Gode prese da parte Hake e il locandiere chiamò una cameriera per mostrare al cliente la stanza. Prima di scomparire al piano superiore, Gode rivolse a Rand e a Mat un sorriso saputo.

Hake guardava Rand e Mat. Jak e Strom erano al suo fianco.

Rand terminò in fretta di mettersi in spalla le sue cose, reggendole goffamente dietro la schiena, con la sinistra, in modo da avere la destra libera per la spada. Non fece il gesto d’impugnarla, ma voleva far sapere d’essere pronto a farlo. E soffocò uno sbadiglio per non far capire quanto fosse stanco.

Mat si mise in spalla l’arco e le altre cose, ma infilò la mano sotto la giubba. Hake e i due scagnozzi si avvicinarono.

Hake reggeva un lume a olio; con sorpresa di Rand, accennò un mezzo inchino e indicò una porta laterale. «I vostri giacigli sono da questa parte» disse. Solo una lieve contrazione delle labbra gli rovinò la recita.

Mat sporse il mento verso Jack e Strom. «Hai bisogno di quei due, per mostrarci il letto?»

«Quando si possiedono quattro soldi, la prudenza non è mai troppa» rispose Hake, lisciandosi il sudicio grembiule. Un rombo di tuono scosse le finestre. Hake lanciò un’occhiata significativa al soffitto, poi mostrò un sorriso tutto denti. «Volete vedere il vostro letto o no?»

Rand si domandò che cosa sarebbe accaduto se avesse detto che volevano andarsene. Rimpianse di non essere esperto nell’uso della spada. «Fai pure strada» disse, cercando di mostrare un tono duro. «Non mi piace avere gente alle spalle.»

Strom sghignazzò, ma Hake annuì placidamente e si diresse alla porta laterale, seguito dai due scagnozzi. Con un sospiro Rand lanciò un’occhiata alla cucina. Se Hake aveva già serrato la porta posteriore, tentare ora la fuga avrebbe soltanto iniziato lo scontro che lui si augurava d’evitare. Con aria tetra seguì il locandiere.

Sulla soglia della porta laterale esitò: adesso era evidente per quale motivo Hake portava il lume. La porta dava in un corridoio nero come la pece. Ma il lume metteva in risalto le sagome di Jak e di Strom e diede a Rand il coraggio di proseguire. Se si giravano, li avrebbe visti. Ma come avrebbe reagito?

Il corridoio terminava davanti a una porta di legno grezzo. Rand non aveva visto se ce n’erano altre, lungo il corridoio. Hake e i due scagnozzi la varcarono; Rand si affrettò a seguirli, prima che avessero l’opportunità di tendergli una trappola, ma Hake si limitò a sollevare il lume e a indicare la stanza.

«Ecco qui» disse.

Un vecchio magazzino, l’aveva definito; e a giudicare dall’aspetto, non era usato da un pezzo. Vecchi barili e casse rotte occupavano metà pavimento. Da più d’un punto il soffitto gocciolava e dalla finestra un vetro rotto lasciava entrare liberamente la pioggia spinta dal vento. Un assortimento d’oggetti non identificabili riempiva gli scaffali; uno strato di polvere copriva quasi ogni cosa. La presenza dei pagliericci promessi fu una sorpresa.

"La spada lo rende nervoso” pensò Rand. “Non tenterà niente, finché non dormiremo sodo." Ma non intendeva dormire sotto il tetto di Hake. Uscito il locandiere, sarebbero scappati dalla finestra. «Può andare» disse. Tenne gli occhi su Hake, per accorgersi subito di un eventuale segno ai due scagnozzi. Con uno sforzo riuscì a non tradire il nervosismo. «Lascia qui il lume.»

Hake brontolò, ma posò il lume sopra uno scaffale. Esitò, li guardò. Rand fu sicuro che stesse per dare l’ordine di assalirli. Invece, dopo un’occhiata calcolatrice alla spada, il locandiere rivolse un cenno a Jak e Strom. I due scagnozzi parvero sorpresi, ma lo seguirono fuori della stanza, senza guardarsi indietro.

Rand aspettò che il rumore di passi svanisse; contò fino a cinquanta e sporse la testa nel corridoio. Il buio era interrotto solo da un rettangolo di luce che pareva lontano quanto la luna: la porta della sala comune. Mentre ritraeva la testa, notò un movimento in fondo: Jak o Strom erano rimasti di guardia.

Un rapido esame rivelò che la porta era fatta di assi robuste, ma non aveva chiavistello né sbarra. Però si apriva verso l’interno.

«Credevo che ci avrebbero assaliti» disse Mat. «Cosa aspettano?» Aveva estratto il pugnale e lo stringeva con forza. La lama brillò. Arco e faretra giacevano dimenticati per terra.

«Che dormiamo» rispose Rand. Si mise a frugare tra i barili e le casse. «Cerchiamo qualcosa per bloccare la porta.»

«E perché? Non vorrai dormire qui, no? Usciamo dalla finestra e filiamocela. Meglio bagnati che morti.»

«Uno di loro è in fondo al corridoio. Se facciamo rumore, li avremo addosso in un batter d’occhio. Hake preferirà affrontarci da svegli che lasciarci andare.»

Brontolando, Mat si mise a cercare, ma non c’era niente di utile, nel ciarpame che ingombrava il pavimento. Solo barili vuoti e casse squinternate. Anche ammucchiandoli davanti alla porta, chiunque avrebbe aperto senza difficoltà. Poi Rand notò, su di uno scaffale, due cunei per spaccare legna, coperti di ruggine e di polvere. Li prese, con un sogghigno.

Li infilò in fretta sotto l’uscio e, al primo tuono, li conficcò con due rapidi colpi di tallone. Il tuono si affievolì e Rand trattenne il respiro, con l’orecchio teso. Udì solo la pioggia sul tetto. Niente cigolio di assi sotto piedi in corsa.

«La finestra» disse.

Nessuno l’apriva da anni, a giudicare dalle incrostazioni di sporco. Si misero a tirate insieme, con tutte le forze. Rand si sentì cedere le ginocchia, prima che il telaio scorresse, protestando con riluttanza. Quando l’apertura fu abbastanza ampia da lasciarli passare, Rand si chinò per uscire e subito si bloccò.

«Sangue e ceneri!» esclamò Mat. «Ecco perché Hake era sicuro che non ce la saremmo svignata!»

La finestra era protetta da sbarre di ferro, luccicanti per la pioggia, fissate a un’intelaiatura, anch’essa di ferro. Rand provò a spingere le sbarre: erano solide come un macigno.

«Aspetta un momento» disse Mat. Frugò in fretta negli scaffali e tornò con un palanchino arrugginito. Lo vibrò con forza contro l’intelaiatura. Rand fece una smorfia.

«Niente rumore, Mat.»

Mat brontolò sottovoce, ma aspettò. Rand impugnò il palanchino e piantò i piedi nella pozza d’acqua sotto la finestra. Al primo tuono, i due fecero leva. Con uno stridio di chiodi, l’intelaiatura si mosse... di mezzo dito. Approfittando dei tuoni e degli schianti dei fulmini, continuarono a fare leva sul palanchino. Niente. Mezzo dito. Niente. Un capello. Niente. Niente.

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