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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Mat gli diede un’occhiata sprezzante e alzò gli occhi al cielo. In alto si addensavano nubi nere. «Per dormire sotto una siepe, stanotte? Con la pioggia in arrivo? Mi sono di nuovo abituato ai letti.» Piegò la testa per ascoltare, poi brontolò: «Forse una delle locande non ha musicanti. E sono sicuro che nessuna ha un giocoliere.» Si appese in spalla l’arco e si diresse verso la porta d’un giallo brillante, esaminando con diffidenza ogni cosa. Dubbioso, Rand gli andò dietro.

Nella locanda c’erano musicanti e la musica di cetra e tamburello era quasi soffocata dalle risate rauche e dalle grida d’avvinazzati. Rand non si prese la briga di cercare il proprietario. Anche nelle altre due locande c’erano musicanti e la stessa cacofonia assordante. Uomini dagli abiti grossolani occupavano i tavoli e incespicavano nello spazio libero, agitavano boccali e allungavano le mani verso le cameriere che li evitavano con aria di sopportazione. L’edificio era scosso dal frastuono, puzzava di vino vecchio e di corpi non lavati. Di mercanti, con i loro vestiti di seta e di velluto guarniti di pizzo, non c’era traccia: stanze da pranzo riservate, al piano superiore, proteggevano il loro naso e le loro orecchie. Rand e Mat si limitarono a sbirciare l’interno e se ne andarono. Rand cominciava a pensare che non restasse altro che continuare il cammino.

Nella quarta locanda, il Carrettiere Danzante, c’era silenzio.

Il locale era vistoso come gli altri, dipinto di giallo bordato di rosso e d’un verde marcio che faceva male agli occhi, anche se la vernice era screpolata e si sfaldava. Rand e Mat entrarono.

Solo sei avventori sedevano ai tavoli della stanza comune, ingobbiti sul proprio boccale, persi nei propri pensieri. Lì gli affari non prosperavano, ma c’erano segni d’un passato migliore. Tante cameriere quanti erano i clienti si affaccendavano nella stanza. Da fare ce n’era... la polvere incrostava il pavimento, ragnatele pendevano dagli angoli del soffitto... ma le cameriere si limitavano ad andare avanti e indietro solo per non starsene impalate.

Un uomo ossuto, con capelli arruffati e lunghi fino alla spalla, si girò a guardarli di storto, appena entrarono. Il primo tuono brontolò sopra Four Kings. «Cosa volete?» disse l’uomo. Si puliva le mani nel grembiule bisunto che gli scendeva fino alle caviglie. Rand si domandò se in quel modo non le sporcava maggiormente. Era il primo locandiere magro che vedeva. «Allora?» proseguì l’uomo. «Parlate, comprate da bere o uscite! Vi sembro una bestia rara?»

Rand divenne rosso e si lanciò nel discorsetto perfezionato nelle locande precedenti. «Suono il flauto e il mio amico è un giocoliere. Non ne vedrai di migliori in un anno. Per una buona stanza e un buon pasto ti riempiremo il locale.» Ricordò le locande piene già viste quella sera e soprattutto l’uomo che gli aveva vomitato quasi sui piedi, nell’ultima: aveva dovuto fare un salto, per non sporcarsi gli stivali. Esitò, ma si riprese subito e continuò: «Ti riempiremo il locale di gente che ti ripagherà venti volte della spesa...»

«Ho uno che suona il dulcimero» disse acidamente il locandiere.

«Hai un ubriaco, Saml Hake» intervenne una cameriera. In quel momento passava davanti a lui, reggendo un vassoio con due boccali; si soffermò a rivolgere a Rand e a Mat un sorriso sfacciato. «Il più delle volte non riesce nemmeno a trovare la sala comune» confidò in un bisbiglio ad alta voce. «Non lo vedo da due giorni.»

Senza distogliere lo sguardo da Rand e da Mat, Hake le rifilò con indifferenza un manrovescio. Lei mandò un grugnito di sorpresa e cadde pesantemente sul pavimento sporco; un boccale si ruppe e il vino si riversò in rivoletti sulla polvere. «Mi tratterrò il costo del vino e del boccale rotto» disse Hake. «Vai a prendere due boccali nuovi. Di corsa. La gente non paga per aspettare i tuoi comodi.» Il tono era sbrigativo come lo schiaffo. Nessuno dei clienti alzò lo sguardo dal proprio vino e le altre cameriere tennero gli occhi bassi.

La donna si fregò la guancia e lanciò a Hake un’occhiata omicida, ma mise sul vassoio il boccale vuoto e i pezzi dell’altro e si allontanò senza una parola.

Hake si succhiò i denti, pensieroso, guardando Rand e Mat. Si soffermò sull’elsa con l’airone. «Vi faccio una proposta» disse infine. «Vi darò un paio di pagliericci nel magazzino vuoto sul retro. Le stanze costano troppo, per regalarle. Mangerete quando tutti se ne saranno andati. Qualcosa rimarrà di sicuro.»

Rand rimpianse che a Four Kings non ci fosse ancora un’altra locanda. Da quando avevano lasciato Whitebridge, avevano incontrato freddezza, indifferenza e aperta ostilità, ma niente che gli avesse dato un senso di disagio come quell’uomo e quel villaggio. Ne attribuì la colpa alla sporcizia, allo squallore e al frastuono, ma questo non eliminò l’apprensione. Mat guardava Hake come se sospettasse una trappola, ma non mostrò di voler rinunciare al Carrettiere Danzante per dormire sotto una siepe. Il tuono scosse le finestre. Rand sospirò.

«I pagliericci andranno bene, se sono puliti e se ci sono coperte sufficienti. Però mangeremo due ore dopo il buio, non più tardi, e ci darai il meglio che hai. Ti mostreremo cosa sappiamo fare.» Allungò la mano verso l’astuccio del flauto, ma Hake scosse la testa.

«Non importa. Questi qui si accontenteranno di qualsiasi stridio che assomigli vagamente alla musica.» Con lo sguardo sfiorò di nuovo la spada di Rand; sorrise, solo con le labbra. «Mangiate quando volete, ma se non mi portate clienti, vi sbatto fuori.» Girò la testa per indicare i due dal viso duro seduti contro la parete. Non bevevano e avevano braccia grosse come cosce. Guardarono con indifferenza Rand e Mat.

Rand posò la mano sull’elsa, augurandosi di non mostrare in viso la torsione che provò allo stomaco. «Purché riceviamo quanto convenuto» replicò in tono piatto.

Per un istante Hake stesso parve a disagio. All’improvviso annuì. «L’ho detto, no? Bene, cominciate. Non farete venire nessuno, restando lì impalati.» Si allontanò a passo deciso, con occhiatacce e grida alle cameriere, come se trascurassero cinquanta clienti.

In fondo alla stanza c’era una piccola piattaforma rialzata, accanto alla porta posteriore. Rand vi portò una panca e dietro lo schienale depose il suo mantello, il rotolo di coperte e il fagotto di Thom, con la spada in cima al mucchio.

Si domandò se faceva bene a portarla apertamente. Le spade erano comuni, ma il marchio dell’airone attirava curiosità e congetture. Non da chiunque, certo; ma il fatto che la notassero lo metteva a disagio. Forse lasciava una pista chiara per il Myrddraal... ammesso che i Fade avessero bisogno di piste. Comunque, era riluttante a non portare la spada al fianco. Gliel’aveva data Tam. Suo padre. Finché la portava, c’era sempre una sorta di legame, fra Tam e lui, un filo che gli dava il diritto di chiamare ancora Tam suo padre. “Troppo tardi, ormai” si disse; e non era sicuro dell’esatto significato di quel pensiero.

Alle prime note del “Gallo del settentrione", i clienti alzarono la testa dal vino. Anche i due buttafuori si sporsero un poco per ascoltare meglio. Al termine, applaudirono tutti, compresi i due duri, e applaudirono di nuovo quando Mat fece girare in aria una manciata di palle multicolori. All’esterno, il cielo brontolò di nuovo. La pioggia resisteva, ma era questione di tempo: più tardava, più sarebbe stata forte.

La voce si diffuse; prima di buio, la locanda era piena di gente che rideva e parlava a voce così alta che Rand riusciva a malapena a sentire la propria musica. Solo il tuono vinceva il fracasso della stanza comune. I lampi illuminavano le finestre e nei momenti di calma si sentiva la pioggia tamburellare sul tetto. Chi entrava solo allora lasciava una scia di gocce sulla polvere del pavimento.

Appena Rand si fermava, gli avventori gridavano titoli di musiche. Rand non ne conosceva quasi nessuno, ma se gliene canticchiavano un brano, spesso lo riconosceva. La stessa cosa era già accaduta in altre locande. “L’allegro Jaim", che lì era “La pazza gioia di Rhea", era stato “Colori del sole” in una locanda precedente. Alcuni titoli erano sempre uguali, altri cambiavano nel giro di dieci miglia, e Rand aveva anche imparato canzoni nuove. “L’ambulante ubriaco” era una di queste, anche se a volte la chiamavano “Calderaio in cucina". “Due re vanno a caccia” era “Due cavalli al galoppo” e aveva anche altri titoli. Rand suonò le canzoni che conosceva e la gente batteva il pugno sul tavolo per chiederne ancora.

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