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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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All’improvviso Rand scivolò sul pavimento bagnato e caddero tutt’e due per terra. Il palanchino urtò contro le sbarre, con un rintocco da campana.

Rand, disteso nella pozza d’acqua, trattenne il fiato e tese l’orecchio. Silenzio, a parte la pioggia.

Mat si succhiò le nocche scorticate e gli lanciò un’occhiataccia. «A questo ritmo, non usciremo mai» disse. L’intelaiatura lasciava spazio sufficiente a far passare forse due dita.

«Continuiamo a provare» disse Rand, rialzandosi. Ma mentre infilava il palanchino sotto il bordo dell’intelaiatura, la porta scricchiolò perché qualcuno cercava di aprirla. I cunei la tennero chiusa. Rand scambiò con Mat uno sguardo di preoccupazione. Mat estrasse di nuovo il pugnale. La porta cigolò di nuovo.

Rand trasse un profondo respiro e cercò di usare un tono fermo. «Vattene, Hake. Lasciaci dormire.»

«Temo che mi abbiate scambiato per il locandiere» rispose una voce melliflua e tronfia che poteva essere solo quella di Howal Gode. «Mastro Hake e i suoi... tirapiedi non ci daranno fastidio. Dormono della grossa e domattina potranno solo domandarsi dove siete scomparsi. Fatemi entrare, miei giovani amici. Dobbiamo discutere.»

«Non abbiamo niente da discutere con te» disse Mat. «Vattene e lasciaci dormire.»

Gode emise una risatina sgradevole. «Ne abbiamo, eccome. Lo sapete quanto me. Ve l’ho letto negli occhi. So che cosa siete, forse meglio di voi stessi. Già appartenete per metà al mio padrone. Smettetela di fuggire e accettatelo. Tutto sarà più facile, per voi. Se le streghe di Tar Valon vi trovano, rimpiangerete di non esservi tagliati la gola da soli, prima che abbiano terminato. Solo il mio padrone può proteggervi da loro.»

«Non sappiamo di cosa parli» replicò Rand. «Lasciaci in pace.» Le assi del corridoio cigolarono. Gode non era da solo. Quanti uomini si era portato, in due carrozze?

«Non fate gli sciocchi, miei giovani amici. Lo sapete fin troppo bene. Il Signore delle Tenebre vi ha segnati. È scritto che quando si desterà, i nuovi Signori del Terrore saranno qui a salutarlo. Di certo siete due di loro, altrimenti non sarei stato mandato a cercarvi. Pensateci. Vita eterna e potere superiore a ogni sogno.» La sua voce era piena di bramosia per quel potere.

Rand diede un’occhiata alla finestra, proprio mentre un fulmine squarciava il cielo, e si lasciò scappare un gemito. Il breve lampo aveva mostrato uomini all’esterno, incuranti della pioggia, di guardia alla finestra.

«Mi avete stancato» riprese Gode. «O vi sottometterete al mio padrone... al vostro padrone... o vi costringeremo a farlo. E per voi non sarà piacevole. Il Signore delle Tenebre comanda la morte e può dare vita nella morte o morte nella vita, a suo piacimento. Aprite la porta. In un modo o nell’altro, la vostra fuga è alla fine. Aprite, ho detto!»

Un pesante stivale colpì con fracasso la porta. Il battente tremò e i cunei scivolarono di mezzo dito, con uno stridore di ruggine contro l’assito del pavimento. La porta tremò ancora, sotto le spinte. A volte i cunei reggevano, a volte scivolavano d’un capello, ma a poco a poco la porta si spostava inesorabilmente verso l’interno.

«Sottomettetevi» ordinò Gode, dal corridoio «o rimpiangerete per l’eternità di non averlo fatto.»

«Se non abbiamo altra scelta...» Mat si umettò le labbra, sotto lo sguardo fisso di Rand. Muoveva gli occhi da tutte le parti, come un tasso in trappola; era pallido in viso e ansimava. «Diciamo di sì e più tardi ce la filiamo. Sangue e ceneri, Rand, non c’è via d’uscita!»

A Rand parve che le parole gli giungessero attraverso batuffoli di lana infilati nelle orecchie. Il tuono brontolò, subito soffocato dallo schianto di un fulmine. Non c’era via d’uscita. Bisognava trovarne una! Gode li chiamò, deciso, suadente; la porta si schiuse di un altro mezzo dito.

La luce invase la stanza, accecandoli; l’aria ruggì, ardente. Rand si sentì sollevato e sbattuto contro la parete. Scivolò per terra, con le orecchie che gli ronzavano e i capelli dritti. Intontito, si tirò in piedi barcollando. Si sentì mancare le ginocchia e posò la mano contro la parete per sostenersi. Si guardò intorno, sbigottito.

Il lume si era rovesciato sul fianco, ma non si era spento. I barili e le casse, alcuni anneriti e fumanti, erano stati scagliati tutt’intorno. La finestra e buona parte della parete erano svanite lasciando un foro frastagliato. Il tetto aveva ceduto; fili di fumo lottavano contro la pioggia intorno all’apertura. La porta, scardinata, pendeva di sghembo nel corridoio.

Con un senso d’irrealtà, Rand raddrizzò il lume, come se fosse importante che non si rompesse.

Una pila di casse si spostò all’improvviso e Mat si alzò tra i pezzi di legno. Barcollò e si tastò da tutte le parti, quasi a controllare d’essere ancora tutto intero. Scrutò dalla parte di Rand. «Rand? Sei tu? Sei vivo. Credevo che tutt’e due...» S’interruppe, mordendosi le labbra e tremando. A Rand occorse un istante, per capire che rideva, sull’orlo dell’isterismo.

«Cos’è accaduto? Mat? Mat! Cos’è accaduto?»

La crisi isterica passò. «Un fulmine, Rand» disse Mat. «Guardavo proprio da quella parte, quando ha colpito le sbarre. Un fulmine...» S’interruppe, con un’occhiata alla porta di sghembo. «Dov’è finito Gode?»

Nel corridoio buio niente si muoveva. Non c’era traccia di Gode e dei suoi compagni. Ma il buio poteva nascondere qualsiasi cosa. Rand si augurò che fossero morti, ma nemmeno per un regno avrebbe sporto la testa per accertarsi della loro sorte. Niente si muoveva nemmeno all’esterno, ma dal piano superiore della locanda provenivano grida confuse e rumori di piedi in corsa.

«Andiamo via, finché possiamo» disse Rand.

Raccolse in fretta le loro cose, afferrò per il braccio Mat e lo tirò attraverso il foro spalancato nella notte. Mat si aggrappò a lui e gli barcollò al fianco, allungando il collo per guardare.

Quando le prime gocce di pioggia colpirono in viso Rand, un fulmine saettò sopra la locanda. Rand si bloccò di colpo: gli uomini di Gode erano ancora lì fuori, lunghi e distesi per terra. La pioggia li colpiva, ma loro fissavano a occhi sbarrati il cielo.

«Cosa c’è?» disse Mat. «Sangue e ceneri! Riesco appena a vedere la mia mano!»

«Niente» rispose Rand. Con prudenza guidò Mat intorno ai cadaveri. «Solo il fulmine.»

L’unica luce era quella dei fulmini. Correndo a passo malfermo via dalla locanda, Rand inciampò nei solchi e, con Mat quasi appeso al braccio, a ogni inciampo ne rischiò di cadere; ma continuò a correre.

Solo una volta si guardò indietro, prima che la pioggia diventasse una fitta cortina e cancellasse il Carrettiere Danzante. Il fulmine mise in risalto la sagoma di un uomo, sul retro della locanda: un uomo che agitava il pugno contro di loro, o contro il cielo. Rand non capì se si trattava di Gode o di Hake, ma l’uno valeva l’altro. La pioggia sembrava un diluvio, li isolava con una muraglia d’acqua. Rand corse nella notte e tese l’orecchio nel ruggito della tempesta, per scoprire rumori d’inseguimento.

33

Le tenebre in attesa

Sotto un cielo plumbeo il carro dalle alte ruote procedette tra i sobbalzi lungo la Strada per Caemlyn. Rand si alzò sul pianale ingombro di paglia e si sporse dalla fiancata. Cominciava a sentirsi meglio. Puntò i gomiti sul bordo e guardò scorrere il paesaggio. Il sole, nascosto da nuvole scure, era ancora alto, e in quel momento il carretto entrava in un villaggio di case di mattoni rossi, coperte di rampicanti. I villaggi erano più ravvicinati, dopo Four Kings.

Alcune persone salutarono con la mano o a voce Hyam Kinch, il padrone del carro. Mastro Kinch, un taciturno contadino dal viso duro come cuoio, rispose senza togliersi di bocca la pipa; le risposte erano quasi incomprensibili, ma suonavano gioviali e parevano soddisfare la gente, che riprendeva il lavoro senza altre occhiate al carro. Nessuno s’interessò ai due passeggeri.

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