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Crocevia del crepuscolo

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Crocevia del crepuscolo
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«Il capitano del porto non ha lasciato approdare più di otto o nove navi alla volta da quando siamo arrivati,» disse Gareth mentre il primo vascello passava loro davanti «ma pare che i capitani abbiano ottimizzato i tempi. Un altro gruppo apparirà presto, e raggiungerà la città giusto per quando le guardie della Torre saranno sicure che questi individui sono venuti davvero per arruolarsi. Jimar Chubain sa bene di dover controllare che io non abbia intrufolato miei uomini a bordo delle navi. Ha molte più guardie ammassate ai porti che in qualunque altro punto della città tranne le torri dei ponti, e non molte altrove, da quello che ho appreso. Questo cambierà, però. Il flusso di navi inizia alle prime luci dell’alba e prosegue fin quasi al calar della notte, qui e anche al molo sud. Pare che questo gruppo non trasporti tanti soldati quanto gli altri. Ogni piano è geniale fin quando non dev’essere attuato, Madre, ma allora devi adattarti alle circostanze o esserne travolto.»

Egwene emise un suono contrariato. In totale dovevano esserci duecento passeggeri o più su quelle sette navi. Alcuni potevano essere mercanti o commercianti di qualche altro genere o viaggiatori innocenti, ma il sole brillava su elmi e corazze e dischi d’acciaio cuciti in giustacuori di cuoio. Quanti carichi arrivavano ogni giorno? Qualunque fosse il loro numero, un flusso continuo si stava riversando in città per arruolarsi sotto il gran capitano Chubain. «Perché gli uomini si precipitano con tanta foga per uccidere o essere uccisi?» borbottò in tono irritato.

Lord Gareth la guardò con volto calmo. Sedeva sul suo cavallo, un grosso castrone baio con una striscia bianca lungo il muso, immobile come una statua. A volte, lei pensava di sapere su quell’uomo solo una piccola parte di come si sentiva Siuan. A volte pensava che allarmarlo sarebbe valso qualunque sforzo avesse richiesto, solo per vederlo allarmato.

Sfortunatamente, lei conosceva la risposta alla sua stessa domanda bene quanto lui. Perlomeno valeva per gli uomini che si arruolavano come soldati. Oh, c’erano alcuni che si precipitavano ad appoggiare una causa o difendere ciò che ritenevano giusto, e altri che cercavano l’avventura, qualunque cosa credessero che fosse, tuttavia la semplice ragione era che, imbracciando una picca o una lancia, un uomo poteva guadagnare ogni giorno il doppio di quanto avrebbe ottenuto per camminare dietro l’aratro di qualcun altro, e tre volte se era capace di cavalcare quanto serviva per unirsi alla cavalleria. Balestrieri e arcieri si situavano nel mezzo. Un uomo che lavorava per un altro poteva sognare di possedere un giorno la propria fattoria o il proprio negozio, o di avviare un’attività in modo che i suoi figli potessero ampliarla, ma di sicuro Gareth aveva sentito un migliaio di racconti di uomini che avevano fatto il soldato per cinque o dieci anni ed erano tornati a casa con oro sufficiente a sistemarsi in modo agiato, racconti di uomini comuni che erano arrivati a diventare generali o lord. Per un pover’uomo, aveva detto bruscamente Gareth, guardare la punta di una picca poteva essere una vista migliore del posteriore del cavallo che tirava l’aratro di qualcun altro. Perfino se era più probabile morire su quella picca che guadagnare fama e fortuna. Una considerazione amara, tuttavia Egwene immaginava che anche la maggior parte degli uomini sulle navi la vedesse a quel modo. Per ogni uomo che voleva vedere l’usurpatrice scalzata dalla carica di Amyrlin Seat, per ogni uomo che sapeva per certo chi era Elaida, dieci se non cento si erano uniti per la paga. Alcuni degli individui sulla nave stavano sollevando le mani, per mostrare alle guardie sulle mura del porto che non tenevano armi.

«No» disse, e lord Gareth sospirò. La sua voce rimase calma, ma quando lui si pronunciò le parole non erano certo confortanti.

«Madre, finché i porti rimangono aperti, Tar Valon mangerà meglio di noi e, invece di indebolirsi per la fame, la guardia della Torre crescerà in numero e forza. Dubito fortemente che Elaida lascerà che Chubain ci attacchi in una sortita, per quanto desidererei che lo facesse. Ogni giorno che aspetti non fa che incrementare il conto del macellaio che presto o tardi dovremo pagare. Fin dal principio ho detto che saremmo arrivati a un assalto, alla fine, e questo non è cambiato, ma tutto il resto sì. Fa’ in modo che le Sorelle mettano me e i miei uomini all’interno delle mura adesso, e potrò prendere Tar Valon. Non sarà pulito. Non lo è mai. Ma posso prendere la città per te. E moriranno meno di quanti ne periranno se aspetterai.»

Le venne un nodo allo stomaco, così stretto che riusciva a malapena a respirare. Attentamente, passo passo, eseguì esercizi da novizia per allentarlo. La riva conteneva il fiume, guidandolo senza controllarlo. La calma si posò su di lei, dentro di lei. Troppe persone avevano cominciato a intuire gli utilizzi dei passaggi e, in un certo senso, Gareth ne era l’esempio peggiore. Il suo mestiere era la guerra, e in questa era molto esperto. Non appena aveva appreso che un passaggio poteva portare più di un piccolo manipolo di persone alla volta, ne aveva visto le implicazioni. Perfino le grandi mura di Tar Valon, oltre la portata di qualunque catapulta si trovasse su un’imbarcazione e rafforzate col Potere in modo che nemmeno le catapulte più grosse potessero intaccarle in ogni caso, avrebbero potuto essere fatte di carta contro un esercito in grado di Viaggiare. Ma che Gareth Bryne l’avesse compreso o no, altri uomini avrebbero colto quell’idea. Gli Asha’man l’avevano già fatto, a quanto pareva. La guerra era sempre stata terribile, ma ora lo sarebbe stata ancora di più.

«No» ripeté lei. «So che delle persone moriranno prima che tutto questo sia finito.» Che la Luce l’aiutasse, poteva vederle morire soltanto chiudendo gli occhi. Ne sarebbero morte ancora di più se lei avesse preso le decisioni sbagliate, però, e non solo qui. «Ma devo mantenere in vita la Torre Bianca – contro Tarmon Gai’don – per frapporsi tra il mondo e gli Asha’man, e la Torre morirà se arriveremo al punto in cui le Sorelle si metteranno a uccidersi nelle strade di Tar Valon.» Era già successo una volta. Non si potevano permettere che accadesse una seconda. «Se la Torre Bianca muore, muore la speranza. Non dovrei ricordartelo di nuovo.»

Daishar sbuffò e gettò indietro la testa, allungandosi come se avesse percepito la sua irritazione, ma lei lo trattenne con fermezza e fece scivolare il cannocchiale nella custodia in cuoio lavorato che le pendeva dalla sella. Gli uccelli tuffatori smisero di pescare e schizzarono in aria mentre la spessa catena che bloccava il porto nord cominciava ad abbassarsi. Sarebbe stata immersa sotto la superficie con buon anticipo rispetto a quando la prima nave avesse raggiunto l’imboccatura del porto. Quanto tempo era passato da quando era giunta a Tar Valon per quella stessa strada? Le sembrava che andasse oltre i suoi ricordi. Un’Epoca fa. Quella che era sbarcata ed era stata accolta dalla Maestra delle Novizie era stata un’altra donna. Gareth scosse il capo con una rapida smorfia. Ma d’altra parte non si arrendeva mai, non era così? «Tu devi mantenere viva la Torre Bianca, Madre, ma il mio compito è consegnarla a te. A meno che non siano cambiate cose di cui non sono a conoscenza. Sono in grado di vedere le Sorelle che sussurrano e si guardano oltre le spalle perfino se non so cosa significa. Se vuoi ancora la Torre, si arriverà a un assalto, meglio prima che poi.»

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