Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Jeffers stava farfugliando in preda all'eccitazione, ripetendo i parametri operativi a mano a mano che li leggeva sullo schermo del suo casco. Carl riuscì a seguire un po' di quel fuoco di fila: kiloampères che affluivano lungo i circuiti a bassa impedenza, voltaggi che raggiungevano apici estremi per poi afflosciarsi al passaggio di ogni pallottola, succhiando l'energia dell'elettricità indotta e dei campi magnetici. L'energia si riversava dentro le capsule, l'impulso elettrodinamico scorreva come un fluido alla velocità della luce.
Soltanto l'accelerazione elettrica era abbastanza efficiente da evitare il problema del calore di scarto, per evitare di far fondere lentamente la cometa stessa. Per il momento c'erano grandi cataste di ferro al polo Nord, estratto durante il primo anno della spedizione, ma sotto ad ogni lanciatore, in profondità, si stava svolgendo un'attività estrattiva meccanizzata, dove in anguste caverne i robot scavavano, e lavoravano altri quantitativi dell'antico e naturale metallo della cometa.
Una fabbrica al Livello A produceva dei secchi leggeri fatti d'uno speciale polimero superconduttivo. Questi venivano riempiti di ferro e di altri materiali di scarto pesanti. Ogni «mestolata» riempita di metallo diventava una pallottola. Dei nastri trasportatori le alimentavano con costante precisione dentro la canna di un lanciatore, dove il voltaggio in aumento afferrava ciascuna pallottola e la lanciava ad altissima velocità: diecimila chilometri al secondo, quasi il tre per cento della velocità della luce. Il Lanciatore 6 era una specie di mitragliatrice cosmica che sparava pallottole le quali avrebbero raggiunto le stelle più vicine nel giro di pochi secoli.
Avremmo potuto costruire delle navi stellari, se soltanto ne avessimo avuto il coraggio pensò Carl. Forse, un giorno…
Tale era la massa di Halley che perfino quelle enormi velocità erano appena sufficienti al compito di pilotaggio. Carl si sintonizzò su una frequenza dei tecnici e sentì uno staccato braaap braaap braaap a mano a mano che ciascuna pallottola coglieva le sue minispinte nella colonna dello sgomitatore. Il Lanciatore 6 era il primo dei cinquantadue che avrebbero ben presto cinto Halley, scagliando via in lunghe serie di rapidissimi balbettamenti le loro pallottole di qualche chilogrammo, per cinque anni. L'afelio, quando la testa della cometa si sarebbe soffermata come una danzatrice all'apice del suo salto, era il momento più efficace per far deviare Halley. Ben un decimilionesimo dell'intera massa della cometa doveva venir espulso. Ciò richiedeva dozzine di mech per supervisionare l'estrazione e la fusione del ferro, minirobot che sgobbassero accanto ai nastri trasportatori, in continuità, programmi esperti di subroutine capaci di accorgersi di ogni intoppo e magari prevenirlo, evitando ogni ostacolo nell'interminabile, balbettante febbre della sgomitata.
— Dannazione — esclamò Carl. — Funziona! — Provò un impeto di sollievo e si rese conto di avere stretto spasmodicamente le mani.
Gli evviva continuavano. Perfino quella dimostrazione che sarebbe durata soltanto poche ore stava rallentando la rotazione primordiale di Halley, alterando sottilmente la sua lunga ellissi planante.
— E funziona, perfino — confermò Jeffers, sorridendo felice. — Vieni giù al Lanciatore 5. Lì ho fatto montare un piccolo perno. Impedisce al tubo del lanciatore di scollarsi. Abbiamo calcolato…
Jeffers s'interruppe all'improvviso quando un geyser ribollì fuori da una torre di ghiaccio lì vicino. L'intricato tratteggio a croce azzurro e avorio di Vidor esplose in una pioggia di nebbia e di residui luccicanti che rimbalzarono via in ogni direzione.
— Dannazione!
— Cosa? Cosa sta succedendo?
— Un laser! — Carl si appiattì contro il suolo sporco. — Tutti a terra!
— Cosa diavolo… Chi può aver…
— Gli archisti! — si rese conto all'improvviso Carl. — Devono aver saputo del successo della prova al comunicatore.
Jeffers urlò: — Ma perché? Pensavo che Quiverian fosse d'accordo…
— Che io sia dannato se lo so.
Dappertutto lì intorno uomini e donne si stavano appiattendo al suolo per cercare riparo. Un'altra torre di ghiaccio più distante si dissolse in nebbia. Questa volta Carl vide un lampo di luce quando il raggio colpì.
Jeffers strizzò gli occhi verso un punto lontano in cima a un mucchio di scorie, residuo d'una operazione mineraria.
— Hanno portato in posizione uno di quei grossi laser industriali. Stanno cercando di colpire il 6, ma con quegli affari non si può prendere tanto bene la mira.
Al comunicatore risuonarono grida oltraggiate. Una scarica incise il ghiaccio vicino a una forma rannicchiata, e Carl udì un grido di sorpresa e di dolore.
— Takeda! Sigilla la tuta di quella donna e portala al pronto soccorso!
Quindi si accucciò dietro ad un piccolo rialzo ed osservò le fiammeggianti scariche dei laser che facevano schizzare fontane verso il cielo. — Bastardi!
— Dobbiamo far qualcosa.
— Potrei chiedere a Virginia di mandare dei mech alle loro spalle, prendendoli di fianco…
— Già, giusto — disse Jeffers.
— No, aspetta… — Carl controllò il canale di Virginia. Un sibilo. Era interrotto, naturalmente. Soltanto un idiota avrebbe attaccato senza interrompere la fonte d'aiuto dell'avversario.
Un altro gemito di dolore al comunicatore.
Carl toccò la spalla di Jeffers: — Il Lanciatore 6… puoi farlo ruotare?
— Cosa?
— Inclinare il Sei verso il basso? Puntarlo verso l'orizzonte?
Jeffers parve sorpreso. — I sistemi di sicurezza non sono montati… è un angolo molto basso.
— Provaci!
Quando Jeffers strisciò dentro la trincea del lanciatore, la torre-fulcro del Lanciatore 5 esplose dietro di loro, facendo cadere lentamente sulla superficie cavi e capottatura. Componenti perduti, perduto il tempo impiegato nella costruzione, squadre ferite: gente della quale lui era responsabile. Carl guardò furioso quei punti lontani che manovravano intorno al cannone al laser. Una rabbia omicida cresceva in lui.
Si disintonizzò dai canali dell'intercomunicatore, in cui le voci s'ingrossavano e si sovrapponevano le une alle altre. La gente chiamava amanti e amici, crepitando di rabbia impotente. I mech chiedevano innocentemente degli ordini. Poi la voce di Virginia s'intromise nella sua linea privata. — Cosa sta succedendo? Qualcuno ha disturbato i miei canali. Chi…?
— Manda qualche arma quassù!
— Ma… ma cosa useremo?
— Quei piccoli laser in Tre B, è tutto quello che possiamo spostare subito.
— Ma non falceranno chiunque si avvicinerà abbastanza per cercare di usarli?
Carl imprecò. Aveva ragione.
— Posso spedire dei grossi mech dal polo Nord.
— A quell'ora saremo già arrostiti!
Fischiò un ordine di cercare e contattare Joao Quiverian e ottenne un canale nel giro di pochi attimi. — Quiverian! Qui Osborn. Tu…
La voce di Quiverian era tesa. — Quelli non agiscono per mio ordine. È vero, sono archisti, ma io non posso controllarli.
— Ti aspetti che ci crediamo?
— Dovete. È la verità.
Carl digrignò i denti. Così, il nemico non aveva volto. Anonimo. La gente che stava usando quei grossi laser non avrebbe permesso a nessuno di prendere il controllo delle possibilità della sgomitata, per tentare un'altra orbita. Con loro, era tutto o niente… e loro avrebbero preso tutto.