Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Carl non gliel'aveva chiesto. Gli esseri umani non potevano rimanere attaccati senza interruzione alle cose pratiche, limitati da esse. Chiunque ne avesse la capacità, desiderava esprimere qualcosa di profondo e duraturo attraverso la sua bravura. Forse era questo l'impulso che li spingeva a lasiare un tocco idiosincratico, estroso, di loro stessi sulle cose più durevoli che realizzavano. Forse era qualcosa di più profondo, legato allo spirito, che aveva condotto una solitaria tribù di primati così lontano dal loro mondo caldo e umido.
Carl ricordava la prima strofa d'una poesia che Virginia gli aveva mostrato alcuni mesi prima. Per qualche ragione gli era rimasta impressa nella testa:
Il mare è calmo stanotte,
La marea è al culmine, la Luna rifulge splendida.
Presagi di buona navigazione. La poesia aveva qualcosa a che fare con le spiagge e gli oceani, e Virginia aveva avvertito una certa risonanza in lui di quelle immagini. Viaggiando lì fuori, salpando contro le maree della gravità, assomigliava ai gran bei tempi antichi quando i velieri solcavano i mari. Avevano attinto soltanto una frazione dei fotoni grezzi del vento solare per controllare l'evaporazione dei gas della cometa verso l'esterno durante i primi mesi dopo l'atterraggio. Poi avevano cavalcato davanti a quel vento, usando la luce del Sole all'unico scopo di produrre elettricità. Il momento cruciale stava arrivando adesso, quando il loro vascello di ghiaccio doveva venir sospinto su una nuova orbita, ed era necessario tracciare una nuova rotta.
Sorrise fra sé. Fedele all'analogia con il mare, eh? Tutto perché fino in fondo alle ossa sei uno spaziale, e non puoi dimenticarlo. Sin da quando hai perso la Edmund, hai bramato una nave. Questo pezzo di ghiaccio e di ferro è tutto quello che ti rimane.
Era così ovvio, Virginia l'aveva capito. Gli aveva detto che la poesia era una consolazione, e con sua viva sorpresa aveva scoperto che una parte della roba che lei trasferiva sul suo schermo gli piaceva. Ciò sarebbe stato del tutto impossibile per lo spaziale autoimpegnato, impetuoso, arrogante, che lui era stato trentacinque anni prima. Era invecchiato soltanto di sette anni in quel periodo, ma quell'arco di tempo aveva un proprio peso. Il suo se stesso più giovane adesso pareva lontano, quasi implausibilmente cieco.
Spero che Virginia non riesca a leggermi dentro troppo bene. Scoprirà anche troppo presto quanto tutte queste speranze ed euforie siano false, basate su un'inevitabile menzogna…
Non gli piaceva ricordarlo. Scosse la testa e s'incamminò attraverso il ghiaccio, muovendosi a lunghi passi, supervisionando i lavori. Tienti impegnato. Non pensare troppo: non è il tuo forte.
Carl girò intorno ad una squadra di mech al lavoro per raggiungere la lunga trincea del Lanciatore 6. Uno sgomitatore completo riempiva lo scavo, discendendovi dentro obliquamente. Due tecnici stavano provando un volano fabbricato col ferro di Halley.
Le macchine avrebbero impresso velocità con la frequenza e l'angolo esattamente calcolati. All'inizio avrebbero sparato parallelamente all'equatore, per rallentare e finalmente fermare la rotazione di cinquanta ore di Halley. Dopo di ciò, il lanciatore avrebbe ruotato intorno a un asse incastrato dentro la trincea, disponendosi quasi perpendicolarmente all'equatore, in linea con il centro di gravità di Halley. Poi sarebbero iniziate le lunghe raffiche intermittenti che avrebbero emesse nel corso degli anni, aggiunto piccoli incrementi di velocità alla lenta e solenne virata di Halley all'afelio. Tutti i lanciatori, pulsando ininterrottamente, sommati fra loro, avrebbero portato alla sgomitata.
— Grazioso, eh?
Carl vide Jeffers che si stava avvicinando con passo facile, esercitato. La cotta della sua tuta, macchiata e unta, raffigurava un paio di pinze e una chiave incrociate, racchiuse in un cubo.
— Bellissimo. Il test è già stato fatto. Sono pronti per essere montati in orizzontale?
— Sicuro. Le unità là dentro funzionano benissimo, a qualunque angolo tu voglia. I mech li monteranno per poterli utilizzare non appena i test saranno completati.
Jeffers sorrise felice. Era lui il fulcro, il sostegno principale della sgomitata, che trovava soluzioni ai problemi con la rapidità di un esperto. Faceva turni di diciotto ore senza mostrare nessun segno di fatica. La fabbrica al Livello A, che adesso lavorava a pieno ritmo, con i robot che producevano parti di ricambio per i lanciatori e i razzi, non sarebbe esistita senza Jeffers. Carl ricordava quando quell'uomo dava il minimo di sé, isolandosi negli olonastri o nei pornstim, escludendo la realtà del luogo in cui si trovava. Il lavoro era ciò di cui aveva avuto bisogno. Per Carl, soltanto quella era una ragione più che sufficiente per fare tutto questo, anche se il suo amico doveva certamente sospettare che tutto questo fosse una farsa…
— Tutte le squadre sono in anticipo con i tempi. Fanno perfino le ore straordinarie senza che io glielo chieda.
— Finalmente abbiamo qualcosa per cui lavorare — disse Carl, senza guardare Jeffers negli occhi.
— Maledettamente giusto.
Un mech-direttore si avvicinò, una cupola nera era appollaiata in cima al suo carapace a mo' di kluge improvvisato. Le aggiunte di Virginia funzionavano a meraviglia rendendo i mech e i rob ancora più versatili, ma non erano eleganti. Il mech fece ammiccare la propria lampada per attirare la loro attenzione, e trasmise: — LANCIATORE 6 COMPLETATO. TEC UMANO OSAKA DICHIARA CHE IL CONGEGNO È PRONTO PER IL TEST UFFICIALE.
Jeffers annuì. — Spara, allora.
Si sentirono risuonare i gong di allarme dentro i comunicatori. Dovunque in superficie le squadre smisero di lavorare e si arrampicarono fuori dalle buche per guardare. Le loro tute erano graffiate, logore, scolorite, lacere, rattoppate con pezze fatte in casa.
Il ping ping ping del dispositivo che si riscaldava arrivò attraverso le frequenze del comunicatore come un suono increspato, un'eco sottile del caricamento che adesso si stava svolgendo nella trincea. Carl sbirciò la punta del lanciatore, che sporgeva fuori dal ghiaccio lì accanto, puntata verso il cielo.
Avvertì un fremito di eccitazione che gli fece accapponare la pelle, una tensione crescente. Se avevano commesso qualche errore nella progettazione, nell'assemblaggio…
Un piccolo tremito si trasmise attraverso i suoi piedi. Un cicaleccio nella microonda, uno skriiii… e l'unità scaricò.
Allo stesso tempo una vaga nebbia comparve alla bocca del lanciatore. Si chiese cosa ci fosse che non andava, fino a quando non si rese improvvisamente conto che la cadenza di sparo del tubo di lancio era di parecchie capsule al secondo, e lui vedeva la macchia confusa del loro passaggio.
Questo era tutto. Nessun rombo, nessuna eruzione di fumo. I lanciatori erano concepiti per funzionare con efficacia quasi perfetta, per generare la quantità minima possibile di calore residuo. Se anche soltanto una frazione d'una percentuale dell'energia utilizzata per il lancio fosse filtrata nel ghiaccio circostante, questa avrebbe fatto evaporare il sostegno strutturale, causando delle dislocazioni, sbilanciando la sincronizzazione della velocità nei segmenti dell'acceleratore, tanto accuratamente configurata. Molto tempo prima che il ghiaccio fosse scomparso, l'instabilità e le irregolarità di funzionamento dei tubi propulsori li avrebbero fatti sussultare riducendoli ad acciaio contorto.
Ma lo sgomitatore funzionò benìssimo. Un evviva si levò attraverso i canali dei comunicatori. La gente sollevò le braccia in segno di vittoria fino a dove Carl riusciva a vedere, mettendosi a ballare sul ghiaccio sudicio, saltando alti nella tenebra. Soltanto i mech continuavano stoicamente il proprio lavoro, ignorando che gli esseri umani erano finalmente riusciti ad agguantare il timone di quella nave di ghiaccio. Halley non era più una palla di ghiaccio sporco ruzzolante nella lunga notte. Adesso era una nave spaziale.