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Presagi di tempesta

Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:

Аннотация

I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.
Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
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La Bianca annuì e la porta si chiuse, segregando Egwene nell’oscurità. Si sentiva così cieca! Cosa sarebbe accaduto al processo? Perfino se Elaida fosse stata punita, cosa avrebbero fatto con lei?

Elaida avrebbe tentato di farla giustiziare. E aveva ancora fondamento, dato che Egwene, secondo la definizione della Torre Bianca, si era spacciata per l’Amyrlin Seat.

Devo restare risoluta, si disse Egwene al buio. Ho riscaldato io stessa questa pentola, e ora devo bollirci dentro, se questo è ciò che proteggerà la Torre.

Sapevano che continuava a resistere. Questo era tutto ciò che poteva dar loro.

26

Una crepa nella pietra

Aviendha ispezionò i terreni del maniero, che brulicavano di persone pronte a partire. Gli uomini e le donne di Bashere erano ben addestrati, per essere abitanti delle terre bagnate, e lavoravano con efficienza per riporre le loro tende e preparare l’equipaggiamento. Comunque, paragonati agli Aiel, gli altri abitanti delle terre bagnate — quelli che non erano veri soldati — erano un caos. Le donne del campo sgambettavano da una parte e dall’altra, come se fossero certe che avrebbero lasciato qualche compito non sbrigato o si sarebbero dimenticate qualche oggetto. I giovani messaggeri correvano con i loro amici, cercando di sembrare impegnati in modo da non dover fare nulla. Le tende e l’equipaggiamento dei civili venivano risposti e imballati solo lentamente, e avrebbero avuto bisogno di cavalli, carri e carrettieri per portarli dove dovevano andare.

Aviendha scosse il capo. Gli Aiel portavano con se solo quello che riuscivano a trasportare, e la loro brigata di guerra includeva solo soldati e Sapienti. E quando non solo le lance erano necessarie per una campagna prolungata, tutti i lavoratori e gli artigiani sapevano come prepararsi a parti re con rapidità ed efficienza. C’era onore in quello. Onore che esigeva che ognuno fosse in grado di badare a se stesso e alle sue cose, e che non rallentasse il clan. Scosse il capo, tornando al proprio compito. Gli unici davvero privi di onore in un giorno come questo erano quelli che non lavoravano. Aviendha intinse un dito nel secchio d’acqua di fronte a lei, poi sollevò la mano e la tenne sospesa sopra un secondo secchio. Una goccia d’acqua vi cadde dentro. Mosse la mano e lo fece di nuovo.

Era il tipo di punizione in cui nessun abitante delle terre bagnate avrebbe visto un significato. Avrebbero pensato che fosse un lavoro semplice, star seduti per terra, con la schiena appoggiata contro i tronchi del maniero. Muovere la mano avanti e indietro, svuotando un secchio e riempiendo l’altro, una goccia per volta. Per loro quasi non sarebbe stata una punizione.

Questo perché gli abitanti delle terre bagnate erano spesso pigri. Avrebbero preferito riempire secchi goccia a goccia piuttosto che trasportare rocce. Trasportare rocce, comunque, comportava attività … e l’attività faceva bene alla mente e al corpo. Spostare l’acqua non aveva senso. Era inutile. Non le permetteva di sgranchirsi le gambe o esercitare i muscoli. E lei lo faceva mentre il resto del campo radunava le tende per la marcia. Quello rendeva la punizione dieci volte più disonorevole! Otteneva toh per ogni momento in cui non aiutava, e non poteva farci proprio niente.

Tranne spostare l’acqua. Goccia, dopo goccia, dopo goccia.

La faceva arrabbiare. E quella rabbia la faceva vergognare. Le Sapienti non lasciavano mai che le loro emozioni le dominassero a tal modo. Doveva rimanere paziente e cercare di capire perché stava venendo punita.

Perfino cercare di accostarsi al problema le faceva venir voglia di urlare. Quante volte poteva giungere alle stesse conclusioni nella sua mente? Forse era troppo ottusa per riuscire a capire. Forse non meritava di essere una Sapiente.

Infilò di nuovo la mano nel secchio, poi spostò un’altra goccia d’acqua. Non le piaceva ciò che le stavano facendo queste punizioni. Lei era una guerriera, perfino se non portava più la lancia. Non temeva le punizioni ne il dolore. Ma temeva sempre più che si sarebbe persa d’animo e sarebbe diventata inutile come una persona accecata dalla sabbia.

Lei voleva diventare una Sapiente, lo voleva disperatamente. Rimase sorpresa dalla scoperta, poiche non aveva mai pensato di poter desiderare qualcosa con altrettanta passione di quanto le era successo tempo fa per le lance. Eppure, mentre aveva studiato le Sapienti nei mesi scorsi e il suo rispetto per loro era cresciuto, aveva accettato se stessa come loro pari, per aiutare a guidare gli Aiel in questi giorni estremamente pericolosi.

L’Ultima Battaglia sarebbe stata una prova diversa da qualsiasi cosa il suo popolo aveva mai conosciuto. Amys e le altre stavano lavorando per proteggere gli Aiel, mentre Aviendha se ne stava seduta a spostare gocce d’acqua!

«Tutto bene?» le chiese una voce.

Aviendha sussultò, alzando lo sguardo e allungando la mano verso il coltello così bruscamente che per poco non rovesciò i secchi d’acqua. Una donna con corti capelli scuri era in piedi all’ombra dell’edificio a poca distanza. Le braccia di Min Farshaw erano conserte e indossava una giacca color cobalto con ricami argentati. Portava una sciarpa al collo.

Aviendha si rimise per terra, lasciando andare il coltello. Adesso stava permettendo che gli abitanti delle terre bagnate le si avvicinassero di soppiatto? «Sto bene» rispose, sforzandosi di non arrossire.

Il suo tono e le sue azioni avrebbero dovuto indicare che non desiderava essere disonorata dalla conversazione, ma Min non parve notarlo. La donna si voltò e osservò l’accampamento.

«Non hai… nulla da fare?»

Stavolta Aviendha non pote reprimere il rossore. «Sto facendo ciò che dovrei.»

Min annuì e Aviendha si costrinse a controllare il proprio respiro. Non poteva permettersi di arrabbiarsi con questa donna. La sua sorella prima le aveva chiesto di essere gentile con Min. Decise di non sentirsi offesa. Min non sapeva cosa stava dicendo.

«Ho pensato che potevo parlarti» disse, con lo sguardo ancora rivolto al campo. «Non ero certa di chi altri potevo avvicinare. Non mi fido delle Aes Sedai, e nemmeno lui. Non sono sicura che si fidi di nessuno, ora. Forse nemmeno di me.»

Aviendha lanciò un’occhiata di Iato e vide che Min stava osservando Rand al’Thor mentre si muoveva per l’accampamento, indossando una giacca nera e con i capelli rosso-oro infiammati nella luce pomeridiana. Pareva torreggiare sui Saldeani che lo assistevano.

Aviendha aveva udito degli avvenimenti della notte prima, quando era stato attaccato da Semirhage. Una delle Anime dell’Ombra in persona; Aviendha desiderò aver visto la creatura prima che fosse uccisa. Rabbrividì.

Rand al’Thor aveva combattuto e vinto. Anche se si comportava come uno sciocco la maggior parte del tempo, era un guerriero abile… e fortunato. Chi altri al mondo poteva affermare di aver sconfitto così tante Anime dell’Ombra come lui? In Rand c’era molto onore.

Il suo combattimento l’aveva lasciato sfregiato in modi che lei ancora non comprendeva. Poteva percepire il suo dolore. L’aveva avvertito anche durante l’aggressione di Semirhage, anche se sulle prime lo aveva erroneamente ritenuto un incubo. Presto si era resa conto che si sbagliava. Nessun incubo poteva essere così terribile. Poteva ancora sentire gli echi di quel dolore incredibile, quelle ondate di tormento, la frenesia dentro di lui.

Aviendha aveva dato l’allarme, ma non abbastanza in fretta. Aveva toh verso di lui per quel suo errore; avrebbe fatto i conti con questo una volta terminato con le sue punizioni. Se mai avesse terminato.

«Rand al’Thor affronterà i suoi problemi» asserì colando altra acqua.

«Come puoi dirlo?» chiese Min lanciandole un’occhiata. «Non riesci a percepire il suo dolore?»

«Lo percepisco ogni singolo istante» disse Aviendha, digrignando i denti. «Ma lui deve affrontare le proprie prove, come io affronto le mie. Forse verrà un giorno in cui lui e io potremo affrontare le nostre assieme, ma non è ora.»

Devo essere sua pari, prima, aggiunse nella propria testa. Non starò accanto a lui essendogli inferiore.

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