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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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... e balzò a sedere, stringendosi il viso, circondato dai carrozzoni silenziosi dei Girovaghi. Lentamente abbassò le mani. Non sentiva dolore, non c’era sangue. Ma ricordava la sofferenza, la fitta acuta. A un tratto vide accanto a sé Elyas, accovacciato sui talloni, nella penombra che precede l’alba; protendeva la mano come per scuoterlo e svegliarlo. Al di là degli alberi i lupi ulularono: un solo ululato acuto, emesso da tre fauci. Perrin condivise le loro sensazioni. Fuoco. Dolore. Fuoco. Odio. Odio! Uccidi!

«Sì» disse piano Elyas «è tempo. In piedi, ragazzo. Ce ne andiamo.»

Perrin gettò da parte le coperte e si alzò. Mentre le arrotolava, Raen uscì dal carrozzone strofinandosi gli occhi, assonnato. Lanciò uno sguardo al cielo e si fermò di colpo sugli scalini. Mosse solo gli occhi, mentre scrutava il cielo, ma Perrin non capì che cosa guardasse. A oriente c’erano alcune nuvole già arrossate dal sole non ancora sorto, ma nient’altro. Raen pareva anche tendere l’orecchio e fiutare l’aria: l’unico rumore era quello del vento fra gli alberi; l’unico odore, quello di fumo, rimasto dai fuochi della sera precedente.

Elyas tornò portando con sé le poche cose che possedeva. Raen scese gli ultimi scalini. «Dobbiamo cambiare direzione di viaggio, amico mio.» Il Cercatore, turbato, diede ancora uno sguardo al cielo. «Oggi andiamo in un’altra direzione. Venite con noi?» Elyas scosse la testa; Raen annuì, come se l’avesse saputo. «Bene, stai attento, amico mio. Oggi c’è qualcosa, in giro... Penso che i carrozzoni andranno a levante. Forse fino alla Dorsale del Mondo. Forse troveremo uno stedding e ci fermeremo lì per un poco.»

«I guai non entrano negli stedding» convenne Elyas. «Ma gli Ogier non sono molto ospitali con gli estranei.»

«Tutti sono ospitali con i Girovaghi» ribatté Raen. Sorrise. «E poi, perfino gli Ogier hanno pentole e marmitte da aggiustare. Vieni, facciamo colazione e discutiamone.»

«Non c’è tempo. Partiamo anche noi. Al più presto possibile. È giorno di partenze, a quanto pare.»

Raen provò a convincerlo ad aspettare almeno d’avere fatto colazione; dal carro uscì Ila, seguita da Egwene; anche lei cercò di convincerlo, ma con meno forza del marito. Disse tutte le frasi appropriate, ma con una cortesia poco spontanea: era chiaro che avrebbe visto con piacere la partenza di Elyas, se non di Egwene.

Quest’ultima non notò le occhiate furtive, piene di rimpianto, che Ila le rivolse. Domandò che cosa era accaduto e Perrin si preparò a sentirsi dire che lei voleva restare con i Tuatha’an; ma quando Elyas spiegò che stavano per partire, Egwene si limitò ad annuire con aria pensierosa e tornò subito nel carrozzone a prendere le sue cose.

Alla fine Raen rinunciò. «D’accordo. Non ho mai permesso che un ospite lasciasse il campo senza un pranzo d’addio, ma...» Incerto, alzò di nuovo gli occhi al cielo. «Be’, anche per noi è meglio partire di buon’ora, penso. Mangeremo strada facendo. Ma almeno lascia che tutti vi salutino.»

Elyas cominciò a protestare, ma Raen già passava da un carrozzone all’altro e bussava alla porta per svegliare chi dormiva ancora. Quando un Calderaio condusse per la briglia Bela, erano usciti tutti, nel loro abito migliore: una massa di colori sgargianti che faceva sembrare quasi normali i rossi e gialli di Raen e di Ila. I grossi cani girarono tra la folla, con la lingua penzoloni, in cerca di carezze, mentre Perrin e gli altri si scambiavano abbracci e strette di mano. Le ragazze che avevano ballato per lui ogni sera non si accontentarono di una stretta di mano e i loro abbracci indussero Perrin a rimpiangere la partenza... finché non ricordò che tutti lo guardavano e allora diventò rosso come il carrozzone di Raen.

Aram prese Egwene un po’ in disparte. Perrin non udì che cosa aveva da dirle, ma lei continuò a scuotere la testa, prima lentamente, poi con forza, quando lui le rivolse gesti di supplica. L’espressione di Aram passò dalla supplica alla discussione, ma Egwene continuò a scuotere caparbiamente la testa, finché Ila non la tolse dall’imbarazzo rivolgendo al nipote qualche parola di rimprovero. Accigliato, Aram si allontanò tra la piccola folla, senza salutare gli altri. Ila esitò, sul punto di richiamarlo. “Anche lei pare sollevata” pensò Perrin. “Temeva che Aram venisse con noi... con Egwene."

Strinse almeno una volta la mano a tutti e abbracciò almeno due volte ogni ragazza; poi la piccola folla si ritrasse e lasciò un piccolo spazio intorno a Raen, Ila e i tre ospiti.

«Siete venuti in pace» disse formalmente Raen, con un inchino. «E ora partite in pace. I nostri fuochi vi accoglieranno sempre, in pace. La Via della Foglia è pace.»

«La pace vi accompagni sempre» rispose Elyas. «E accompagni tutti i Girovaghi.» Esitò, poi aggiunse: «Troverò il canto, o lo troverà un altro; ma il canto sarà cantato, quest’anno o l’anno a venire. Come era un tempo, così sarà di nuovo, mondo senza fine.»

Raen rimase sorpreso e Ila parve addirittura sbalordita, ma tutti gli altri Tuatha’an mormorarono in risposta: «Mondo senza fine. Mondo e tempo senza fine.» Raen e sua moglie si affrettarono a rispondere allo stesso modo.

E fu davvero il momento di partire. Gli ultimi addii, gli ultimi ammonimenti alla prudenza, gli ultimi sorrisi e strizzatine d’occhio, e lasciarono il campo. Raen li accompagnò al limitare degli alberi, con un paio di cani che gli saltellava al fianco.

«Davvero, amico mio, stai molto attento. Questo giorno... C’è il male, libero nel mondo. E per quanto tu finga, non sei così cattivo da non esserne ingoiato.»

«La pace sia con te» disse Elyas.

«E con voi» rispose Raen, in tono triste.

Quando Raen si fu allontanato, Elyas si accigliò nel vedere che gli altri due lo fissavano. «Tanto non ci credo, al loro sciocco canto» brontolò. «Ma era inutile addolorarli rovinando la cerimonia, no? Vi avevo detto che a volte attribuiscono molta importanza alle cerimonie.»

«Certo» disse piano Egwene. «Non sarebbe stato bello.» Elyas si girò, brontolando tra sé.

Dapple, Wind e Hopper vennero a fargli festa, non saltellando come i cani, ma con l’aria dignitosa di chi saluta un proprio pari. Perrin percepì i pensieri che si scambiavano. Occhi di fuoco. Dolore. Cuore zannuto. Morte. Cuore zannuto. Perrin capì che si riferivano al Tenebroso. Gli raccontavano il suo sogno. Il loro sogno.

Represse un brivido, mentre i lupi li precedevano allargandosi a ventaglio per esplorare il percorso. Toccava a Egwene cavalcare Bela e Perrin le camminò al fianco. Elyas, come al solito, apriva la strada a passo costante che divorava le miglia,

Perrin non voleva pensare al sogno. Credeva che con i lupi sarebbero stati al sicuro.

Non completo. Accetta. Con tutto il cuore. Con tutta la mente. Ancora ti opponi. Solo completo quando accetti.

Perrin si sforzò di scacciare dalla mente i lupi e rimase sorpreso: non aveva creduto di riuscirci. Decise di non lasciarli più entrare.

Anche nei sogni?

Non fu sicuro che il pensiero fosse suo o loro.

Egwene portava ancora la collana di perline azzurre, regalo di Aram, e nei capelli aveva un rametto con minuscole foglie rosso vivo, dono anch’esso del giovane Tuatha’an. Aram aveva cercato di convincerla a restare con i Girovaghi, Perrin ne era certo. Ed era lieto che lei non avesse ceduto; ma avrebbe preferito che non accarezzasse con tanto amore le perline.

Alla fine disse: «Come mai passavi un mucchio di tempo a parlottare con Ila? Se non ballavi con quel gambelunghe, eri sempre lì con lei a confabulare di chissà quali segreti.»

«Ila mi consigliava su come essere donna» rispose Egwene, con aria assente. Perrin cominciò a ridere e non si accorse che lei gli scoccava un’occhiata torva e pericolosa.

«Consigli! A noi nessuno dice come essere uomini. Lo siamo e basta.»

«Forse è proprio questo il motivo per cui tu ci riesci così male.»

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