L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
«Perché no?» Giocherellò con la collana di perline azzurre e sorrise. «Vuoi che tutti abbiano la tua aria sconsolata? Non c’è niente di male, in un po’ di divertimento.»
Aram era fermo non molto lontano... ronzava sempre intorno a Egwene. Teneva le braccia conserte e aveva un sorrisino metà di soddisfazione e metà di sfida. Perrin abbassò la voce. «Credevo che volessi andare a Tar Valon. Qui non imparerai a diventare Aes Sedai.»
Egwene agitò la testa. «E io credevo che questo non ti piacesse» replicò, con dolcezza eccessiva.
«Sangue e ceneri, credi che qui siamo al sicuro? Che questa gente non corra rischi, per la nostra presenza? Un Fade potrebbe trovarci da un momento all’altro.»
Le mani di Egwene tremarono sulle perline. La ragazza abbassò le mani e trasse un sospiro profondo. «Quel che deve accadere, accadrà; sia che ce ne andiamo oggi stesso, sia che aspettiamo la prossima settimana. Ecco come la penso. Cerca di divertirti, Perrin. Potrebbe essere la nostra ultima possibilità.»
Con aria triste, gli accarezzò la guancia. Poi Aram le tese la mano e Egwene si affrettò a raggiungerlo, ridendo di nuovo. Mentre correvano verso i violini, Aram rivolse a Perrin un sorriso di trionfo, girando solo la testa, come per dire: non è tua, ma sarà mia.
Siamo vittime dell’incantesimo dei Girovaghi, pensò Perrin. Elyas ha ragione. Non hanno bisogno di convertirci alla Via della Foglia: s’infiltra da sola dentro di noi.
Ila l’aveva visto stringersi nella braccia per il vento e gli portò un pesante mantello di lana... verde scuro, notò con piacere Perrin, dopo tutti quei rossi e quei gialli. Mentre se lo metteva sulle spalle, notando con stupore che il mantello era abbastanza ampio per uno della sua corporatura, Ila disse con tono cerimonioso: «Ti va bene, ma potrebbe andarti meglio.» Lanciò un’occhiata all’ascia appesa alla cintura e un’aria triste le velò il sorriso. «Potrebbe andarti molto meglio.»
Tutti i Calderai si comportavano in questo modo. Non perdevano mai il sorriso, non esitavano mai a invitarlo a bere un boccale o ascoltare la musica, ma con gli occhi sfioravano sempre l’ascia e Perrin intuiva il loro pensiero. Uno strumento di violenza. Non c’è mai scusa, per la violenza a un altro essere umano. La Via della Foglia.
A volte Perrin aveva voglia di gridare loro che c’erano Trolloc, nei boschi, e Fade. Creature che avrebbero tagliato ogni foglia. Là fuori c’era il Tenebroso: la Via della Foglia sarebbe bruciata, sotto lo sguardo di Ba’alzamon. Si ostinò a tenere l’ascia appesa alla cintura. Prese l’abitudine di tenere aperto il mantello, anche quando tirava vento, in modo che la lama a mezzaluna fosse sempre visibile. Di tanto in tanto Elyas guardava la pesante arma e sogghignava: i suoi occhi gialli sembravano leggere nella mente di Perrin e lo inducevano quasi a coprire l’ascia. Quasi.
Se il campo dei Tuatha’an era una fonte d’irritazione continua, almeno lì Perrin faceva sogni normali. A volte si svegliava, tutto sudato, da un incubo in cui Trolloc e Fade invadevano l’accampamento, incendiavano i carrozzoni multicolori, la gente cadeva in una pozza di sangue, uomini e donne e bambini correvano e gridavano e morivano, ma non facevano il minimo sforzo per difendersi dai colpi di scimitarra. Ogni notte scattava a sedere nel buio, ansimava e cercava di afferrare l’ascia, prima di capire che i carrozzoni non erano in fiamme, che nessuna sagoma alzava dai corpi massacrati il muso insanguinato e ringhiante. Ma quelli erano incubi ordinari e gli davano a modo loro un certo conforto. Sarebbero stati l’ideale, per il Tenebroso, eppure Ba’alzamon non vi compariva.
Però, da sveglio, Perrin era consapevole dei lupi. Si mantenevano a distanza dal campo e dalla carovana in movimento, ma erano sempre lì. Sentiva il loro disprezzo per i cani che facevano la guardia ai Tuatha’an, animali rumorosi che avevano dimenticato a che cosa servono le fauci, che avevano dimenticato il sapore del sangue caldo; potevano spaventare gli esseri umani, ma sarebbero fuggiti strisciando sulla pancia, se il branco si fosse presentato. Ogni giorno la consapevolezza di Perrin era più distinta, più chiara.
A ogni tramonto, Dapple diventava più impaziente: se Elyas voleva accompagnare a meridione i due umani, per lei andava bene, purché si sbrigasse e terminasse quel viaggio lentissimo. I lupi erano fatti per vagare e non le piaceva restare lontano dal branco per tanto tempo. Anche Wind era consumato dall’impazienza. In quel territorio la caccia dava scarsi frutti e a lui non piaceva vivere di topi di campo, cibo adatto agli anziani non più in grado di abbattere un cervo o di sgarrettare un bue selvatico. A volte Wind pensava che Burn avesse ragione: bisognava lasciare che gli esseri umani risolvessero da soli le proprie difficoltà. Ma ci andava cauto, con questi pensieri, se intorno c’era Dapple; e ancora di più se c’era Hopper. Hopper era un combattente segnato dalle cicatrici e dal pelo grigio, impassibile per la conoscenza che gli derivava dagli anni, con una scaltrezza che compensava qualsiasi cosa di cui l’età l’avesse derubato. Se ne fregava degli esseri umani, ma Dapple desiderava che questa storia terminasse e Hopper aspettava se lei aspettava, correva se lei correva. Lupo o uomo, toro o orso, qualsiasi cosa sfidasse Dapple avrebbe trovato le fauci di Hopper pronte a inviarlo al lungo sonno. Questa era tutta la vita, per Hopper, e rendeva cauto Wind; Dapple invece pareva non badare ai pensieri dei due maschi.
La situazione era chiara, nella mente di Perrin. Il ragazzo desiderava ardentemente Caemlyn, Moiraine, Tar Valon. Anche se non ci fossero state risposte, forse la storia si sarebbe conclusa. Elyas lo guardava e Perrin era sicuro che l’uomo dagli occhi gialli capiva.
I suoi sogni divennero più piacevoli. Era al tavolo di cucina di Alsbet Luhhan e con la cote affilava l’ascia. Comare Luhhan non permetteva che in casa si facessero lavori che assomigliassero anche lontanamente a quelli di fucina. Mastro Luhhan usciva addirittura di casa, se doveva affilare i coltelli. Ma nel sogno Alsbet badava ai fornelli e non faceva parola dell’ascia. Non disse niente neppure quando dalle stanze interne uscì un lupo che si distese fra Perrin e la porta sul cortile. Perrin continuò ad affilare la lama: presto avrebbe dovuto usarla.
All’improvviso il lupo si alzò con un ringhio basso e arruffò il pelo. Dal cortile Ba’alzamon entrò nella cucina. Comare Luhhan continuò le sue faccende.
Perrin si tirò in piedi e alzò l’ascia, ma Ba’alzamon non badò all’arma e si concentrò invece sul lupo. Fiamme danzarono dove dovevano esserci gli occhi. «Con questo ti proteggi? Bene, l’ho già affrontato. Molte volte.»
Piegò il dito; e il lupo ululò, mentre il fuoco gli sgorgava dagli occhi e dalle orecchie, dalle fauci e dalla pelle stessa. Il lezzo di carne bruciata riempì la cucina. Alsbet Luhhan sollevò il coperchio di una pentola e con un cucchiaio di legno rimestò il contenuto.
Perrin lasciò cadere l’ascia e cercò di spegnere le fiamme smanacciandole. Il lupo si ridusse a ceneri scure. Perrin fissò l’informe mucchietto carbonizzato sul pavimento pulito di comare Luhhan e arretrò. Avrebbe voluto togliersi dalle mani la fuliggine untuosa, ma il pensiero di pulirsi sui vestiti gli rivoltò lo stomaco. Afferrò l’ascia e serrò il manico fino a far scricchiolare le nocche.
«Lasciami in pace!» gridò. Comare Luhhan batté il cucchiaio contro il bordo della pentola e mise a posto il coperchio, canticchiando fra sé.
«Non puoi sfuggirmi» disse Ba’alzamon. «Non puoi nasconderti da me. Se sei quello, sei mio.» Il calore del fuoco nei suoi occhi costrinse Perrin ad arretrare nella cucina, fino a trovarsi con la schiena contro la parete. Comare Luhhan aprì il forno per controllare la cottura del pane. «L’Occhio del Mondo ti consumerà» disse Ba’alzamon. «Ti segno come mio!» Mosse il pugno come per scagliare qualcosa. Quando dischiuse le dita, un corvo si lanciò contro il viso di Perrin.
Perrin urlò, quando il becco nero gli trafisse l’occhio sinistro...