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La corona di spade

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La corona di spade
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Teslyn appoggiò un altro foglio sulla lettera, forse per asciugarla o per nasconderla agli occhi dell’altra, ma non rispose subito. Guardò torva Joline — o forse la guardò e basta, con lei talvolta era difficile capirlo — e alla fine sospirò. «Molto bene. Se vuoi saperlo, ha detto che ti comporti ancora come una bambina.»

«Una bambina?» La sorpresa di Joline non ebbe alcun effetto sull’altra donna.

«Alcune» aggiunse Teslyn con calma «cambiano poco dal giorno in cui hanno indossato l’abito da novizia. Altre non cambiano affatto. Elaida crede che tu non sia ancora cresciuta e che non lo sarai mai.»

Joline scosse il capo furiosa, non aveva voglia di parlare. Sentire una tale cosa da una la cui madre era ancora bambina quando lei aveva ottenuto lo scialle! Elaida era stata coccolata troppo da novizia, aveva ricevuto troppi complimenti per la sua forza e la notevole velocità nell’apprendimento. Joline sospettava che fosse il motivo per cui era tanto furiosa nei confronti di Elayne, Egwene e la selvatica, Nynaeve. Perché erano più forti di lei, perché avevano trascorso meno tempo da novizie, e non importava se erano state spinte avanti troppo in fretta. In realtà Nynaeve non era neppure stata novizia, una cosa di cui prima non si era mai sentito parlare.

«Visto che hai affrontato l’argomento,» proseguì Teslyn «forse dovremmo cercare di trarre vantaggio da questa situazione.»

«Che intendi dire?» Joline abbracciò la Vera Fonte e incanalò Aria per sollevare il boccale d’argento che si trovava sul tavolo di turchese lavorato e si versò da bere. Come sempre, la gioia di abbracciare saidar l’eccitò, calmandola quasi subito.

«È ovvio, mi sembra. Gli ordini di Elaida sono ancora validi: Elayne e Nynaeve devono essere riportate alla Torre non appena trovate. Ho accettato di aspettare, ma forse adesso non dovremmo più farlo. È un peccato che quella al’Vere non sia con loro, ma queste due ci faranno rientrare nelle grazie di Elaida, e se riusciamo ad aggiungere Cauthon al gruppo... Credo che se torniamo con questi tre, ci accoglierà come se le avessimo portato al’Thor in persona. Inoltre, quella Aviendha sarebbe un’ottima novizia, selvatica o meno.»

Il calice di Joline fluttuò su un flusso d’Aria e la donna rilasciò il Potere con riluttanza. Non aveva mai perso l’ardore della prima volta che aveva toccato la Fonte. Il vino al melone era un povero sostituto per saidar. La parte peggiore della sua penitenza prima di andare via dalla Torre era stata perdere il diritto a toccare saidar. Quasi la parte peggiore. L’aveva deciso lei stessa, ma Elaida aveva reso ben chiaro che se non si fosse scelta una punizione severa l’avrebbe fatto lei in persona. Non aveva dubbio che il risultato sarebbe stato ben peggiore. «Nelle sue grazie? Teslyn, ci ha umiliate per nessun’altra ragione se non per mostrare alle altre che poteva farlo. Ci ha spedite in questo buco infestato di mosche, il luogo meno importante di tutti da questo lato dell’oceano Aryth, ambasciatrici presso una regina meno potente di una dozzina di nobili, che potrebbero toglierle il trono domani se volessero prendersi l’incomodo. E tu vorresti ottenere di nuovo i suoi favori?»

«Lei è l’Amyrlin Seat.» Teslyn toccò la lettera con il foglio sopra, muovendo il pezzo di carta da una parte e dall’altra come se stesse facendo mente locale. «Rimanendo in silenzio per un po’ le abbiamo fatto capire che non siamo i suoi cagnolini, ma se continuiamo in questo modo troppo a lungo potremmo essere accusate di tradimento.»

Joline tirò su con il naso. «Ridicolo! Quando riporteremo indietro quelle ragazze, saranno solo punite per essere scappate e, ora che lo sappiamo, per aver fatto finta di essere Sorelle a pieno titolo.» Tese le labbra. Erano entrambi colpevoli, come lo erano quelle che avevano permesso loro di fare una cosa del genere, ma una delle due aveva dichiarato appartenenza alla sua stessa Ajah. Una volta che l’Ajah Verde avesse finito con lei, l’erede al trono di Andor sarebbe diventata una ragazza molto castigata, anche se forse sarebbe stato meglio se prima Elayne si fosse assicurata il trono del Leone. Il suo addestramento doveva essere completato, in un modo o nell’altro. Joline non aveva intenzione di vedere Elayne persa alla Torre, qualsiasi cosa avesse fatto.

«Non dimenticare che si sono unite alle ribelli.»

«Per la luce, Teslyn! Con ogni probabilità saranno rimaste prese nel mucchio come quelle ragazze che le ribelli hanno portato via dalla Torre. Importa davvero, tanto se iniziano a pulire le stalle domani o l’anno prossimo?» Di sicuro sarebbe stata questa la punizione per le novizie e le Ammesse andate con le ribelli. «Anche le Ajah possono aspettare di averle fra le mani. Non è proprio come se non fossero al sicuro. Dopo tutto sono Ammesse, e sembrano contente di stare dove possiamo raggiungerle ogni volta che vogliamo. Io direi di rimanere dove ci ha mandato Elaida e continuare a stare con le mani in mano e a bocca chiusa. Fino a quando non ci chiederà gentilmente cosa stiamo combinando.» Non disse che era pronta ad aspettare fino a quando Elaida non fosse stata deposta, com’era successo con Siuan. Il Consiglio di sicuro non avrebbe accettato per sempre le prepotenze e i pasticci di quella donna, ma Teslyn era una Rossa e non le sarebbe piaciuto sentire una cosa simile.

«Immagino che non ci sia alcuna urgenza» rispose lentamente Teslyn, ma la sua perplessità era chiara come la luce del sole.

Joline prese una sedia con un altro flusso d’Aria e cercò di convincere la compagna che il silenzio rimaneva la politica migliore. E così sono ancora una bambina, vero?, pensò. Se fosse riuscita a fare a modo suo, Elaida non avrebbe sentito una parola da Ebou Dar fino a quando non l’avesse implorata.

La dorma sul tavolo inarcò la schiena per quanto i legacci glielo consentivano. Aveva gli occhi sgranati, la gola straziata da un grido acuto che sembrava infinito. Poi il grido si trasformò in un verso strangolato e raschiante, la donna cadde in preda alle convulsioni, tremando dalla testa ai piedi, quindi crollò, silenziosa. Occhi ancora più sgranati fissavano ciechi il soffitto intricato del sotterraneo.

Lasciarsi andare alle imprecazioni era irrazionale, ma Falion si dimostrò degna del gergo di uno stalliere. Non per la prima volta, desiderò che con lei ci fosse Temaile invece di Ispan. Con Temaile, le domande ricevevano sempre risposta e nessuno moriva fino a quando non lo decideva lei. Certo, godeva troppo di quel lavoro, ma non era questo il punto.

Falion incanalò un’altra volta, raccolse dal pavimento sudicio i vestiti della donna e li lasciò ricadere sul corpo. La cintura rossa finì a terra, e lei l’afferrò e la scagliò di nuovo sulla pila d’indumenti. Forse avrebbe dovuto usare metodi diversi, ma cinghie, pinze e ferri roventi erano così... sudici. «Abbandonate il corpo in qualche vicolo. Squarciatele la gola così sembrerà che è stata derubata. Potete tenervi i soldi del borsellino.»

I due uomini accovacciati vicino al muro di pietra si scambiarono sguardi perplessi. Arnin e Nad sembravano fratelli, capelli neri, occhi piccoli e cicatrici, con più muscoli di tre uomini messi insieme. Erano abbastanza intelligenti da eseguire dei semplici ordini. Di solito. «Chiedo scusa, padrona,» disse Arnin esitante «ma nessuno crederà...»

«Fai ciò che ti è stato detto!» scattò la donna incanalando per sollevarlo in piedi e schiacciarlo contro il muro. La testa dell’uomo rimbalzò, ma di certo non gli aveva causato alcun danno.

Nad si precipitò verso il tavolo, farfugliando: «Sì, padrona. Come ordini, padrona.» Quando la donna rilasciò Arnin, questi non farfugliò ma barcollò senza aggiungere altre obiezioni e aiutò l’altro a prendere il corpo come se fosse spazzatura da buttare via. Be’, in effetti adesso era solo spazzatura. Falion si pentì del suo accesso d’ira. Lasciare che i nervi prendessero il sopravvento era irrazionale, anche se talvolta sembrava efficace. Dopo tutti quegli anni, ancora la sorprendeva.

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