I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
Il suono della musica lo guidò da Asmodean, seduto da solo su una sporgenza di granito con l’arpa appoggiata sulle ginocchia. Il sostegno della bandiera cremisi era infilato nel terreno roccioso e il mulo vi era legato. «Vedi, mio lord Drago» disse allegro, «il tuo portabandiera è leale ai suoi doveri.» La voce e l’espressione dell’uomo mutarono mentre diceva, «Se vuoi avere questa cosa, perché non la fai portare a Mat o Lan? O anche Moiraine? Sarebbe contenta di reggere la tua bandiera e pulirti gli stivali. Fai attenzione a lei. È una creatura contorta. Quando una donna dice che ti obbedirà, di sua spontanea volontà, è il momento di tenere il sonno leggero e guardarti le spalle.»
«La porti perché sei stato scelto, mastro Jasin Natael.» Asmodean sobbalzò e si guardò attorno, anche se tutti si trovavano lontani ed erano troppo impegnati per ascoltare. Comunque nessuno oltre a loro due avrebbe capito. «Cosa mi sai dire di quelle rovine vicino alla linea della neve? Devono risalire all’epoca leggendaria.»
Asmodean non rivolse nemmeno lo sguardo alla montagna. «Questo mondo è molto cambiato da quello in cui io... sono andato a dormire.» Aveva la voce stanca e tremava leggermente. «Quello che so delle cose che si trovano in giro l’ho imparato da quando mi sono risvegliato.» Il suono doloroso della Marcia della morte si levò dall’arpa. «Quello potrebbe essere ciò che resta della città dove sono nato, per quanto ne so. Shorelle era un porto.»
Mancava forse un’ora prima che il sole si nascondesse dietro la Dorsale del Mondo. Così vicino alle alte montagne la notte giungeva presto. «Adesso sono troppo stanco per una delle nostre discussioni.» Così chiamavano le lezioni di Asmodean in pubblico, anche quando non c’era nessuno in giro. Assieme alle esercitazioni pratiche con Lan e Rhuarc, queste gli lasciavano poco tempo per dormire da quando aveva lasciato il Rhuidean. «Vai nella tua tenda quando sei pronto e ti vedrò domattina, con la bandiera.» Non c’era nessun altro per portare quella maledetta cosa. Forse avrebbe potuto trovare qualcuno a Cairhien.
Mentre si voltava per andare via, Asmodean emise una nota stonata e disse: «Stanotte non verrà tessuta nessuna rete in fiamme attorno alla mia tenda? Finalmente inizi a fidarti di me?» Rand si guardò dietro le spalle. «Mi fido di te come di un fratello. Fino al giorno in cui mi tradirai. Hai la mia parola d’onore per quanto riguarda ciò che avrai in cambio dell’insegnamento, un affare migliore di quello che meriti; ma il giorno che ti rivolterai contro di me, la ritirerò e la seppellirò insieme al tuo cadavere.» Asmodean aprì la bocca ma Rand lo precedette. «Sono io che parlo, Natael. Rand al’Thor. A noi dei Fiumi Gemelli non piace chi tenta di pugnalarci alle spalle.»
Tirò irritato le redini del cavallo baio e andò via prima che l’altro potesse dire qualcosa. Non sapeva se Asmodean si rendesse conto che un uomo morto stava tentando di sopraffarlo, ma non doveva dargli dei suggerimenti. Asmodean era già abbastanza sicuro che la sua fosse una situazione senza via d’uscita. Se iniziava a pensare che Rand non aveva il pieno controllo della propria mente, che forse stava impazzendo, il Reietto lo avrebbe abbandonato in un istante e c’era ancora troppo che Rand doveva imparare.
Dei gai’shain vestiti di bianco stavano montando la sua tenda seguendo le istruzioni di Aviendha ben oltre la bocca del passo, con quell’enorme serpente scolpito sopra di loro. I gai’shain avevano le loro, ma naturalmente le avrebbero montate per ultime. Adelin e circa una dozzina di Fanciulle erano accovacciate nelle vicinanze che guardavano, in attesa di vegliare sul suo sonno. Anche se ve ne erano più di mille accampate attorno a lui ogni notte, montavano la guardia davanti alla sua tenda.
Prima di avvicinarsi si protese attraverso il ter’angreal nella tasca della giubba per toccare saidin. Non c’era bisogno di sfiorare la statuetta dell’uomo grasso con la spada. Un misto di sudiciume e dolcezza lo colmò, il fiume ribollente di fuoco, quella valanga impetuosa di ghiaccio. Incanalando come aveva fatto ogni notte da quando avevano lasciato il Rhuidean, elevò delle protezioni attorno al campo, non solo quello nel passo ma su ogni tenda che si trovava sulle colline e sulle pendici della montagna. Aveva bisogno del ter’angreal per piazzarne su un’area così vasta. Aveva pensato di essere forte, ma gli insegnamenti di Asmodean lo stavano rendendo ancora più forte. Nessun umano o animale che avesse oltrepassato quel limite avrebbe notato qualcosa, ma se uno della progenie dell’Ombra lo avesse varcato sarebbe suonato un allarme che chiunque nelle tende avrebbe sentito. Se lo avesse fatto nel Rhuidean i Segugi Neri non sarebbero mai potuti entrare senza che lui lo sapesse.
Gli Aiel stessi avrebbero dovuto stare in guardia contro gli umani. Le protezioni erano un intrico complesso di flussi, anche se lievi, e un gesto in più da parte loro poteva attivarle. Avrebbe potuto crearle per uccidere la progenie dell’Ombra invece di dare solo l’allarme, ma sarebbero state una sorta di faro per ogni Reietto maschio che forse lo stava cercando e anche per i Myrddraal. Non c’era bisogno che si attirasse addosso i nemici quando forse non sapevano dove si trovava. Questa protezione non l’avrebbe riconosciuta nemmeno uno dei Reietti a meno che non fosse vicino, e un Myrddraal solo quando sarebbe stato troppo tardi.
Lasciar andare saidin era un esercizio di autocontrollo, malgrado il sudiciume e la contaminazione, e nonostante il modo in cui il Potere cercava di spazzarlo via come sabbia sulla riva del fiume, di bruciarlo, di annientarlo. Galleggiava nell’immenso vuoto, eppure era in grado di sentire l’aria che si muoveva contro ogni capello, vedere i fili dei vestiti dei gai’shain o avvertire l’odore caldo di Aviendha. Ne voleva di più. Ma poteva anche percepire l’odore delle ceneri di Taien, i morti bruciati, la putrefazione degli altri, anche di quelli già seppelliti, misto al tanfo secco delle loro fosse. Quello aiutava. Per un po’, dopo aver rilasciato saidin, si limitò a respirare l’aria calda e asciutta; in confronto a prima, la scia della morte sembrava assente e l’aria stessa pura e meravigliosa.
«Guarda cosa c’era qui prima di noi» disse Aviendha mentre lasciava che una gai’shain dal volto mite prendesse Jeade’en. Gli mostrò un serpente del sangue, marrone e morto, grosso come il suo braccio e lungo quasi tre passi. Il rettile doveva quel nome all’effetto del suo morso, che in pochi minuti trasformava il sangue in gelatina. A meno che non si sbagliasse, la ferita precisa dietro la testa dell’animale era stata provocata dal suo pugnale da cintura. Adelin e le altre Fanciulle sembravano approvare.
«Hai pensato, anche solo per un istante, che avrebbe potuto mordere te?» le disse. «Non ti è venuto in mente di usare il Potere invece di uno stupido coltello da cintura? Perché non l’hai baciato prima? Dovevi trovarti abbastanza vicina.»
La donna si tirò su e i grandi occhi verdi sembravano anticipare il gelo della notte. «Le Sapienti dicono che non è un bene usare il Potere troppo spesso.» Le parole convulse erano fredde come i suoi occhi. «Perché si rischia di farsi del male.» Aggrottando leggermente le sopracciglia la donna aggiunse, più per se stessa che per lui, «Anche se sono sicura di aver appena sfiorato tutto quello che posso controllare.»
Scuotendo il capo Rand entrò nella tenda. La donna non avrebbe sentito ragioni.
Si era appena sistemato su un cuscino di seta vicino al fuoco spento, che Aviendha lo seguì. Senza il serpente del sangue, fortunatamente, ma portando con lei qualcosa di lungo avvolto negli spessi strati di una coperta grigia. «Eri preoccupato per me» disse con voce atona. Sul viso non aveva alcuna espressione.