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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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«D’accordo, ragazzina» dissi, vedendo crescere in lei l’emozione: le tremavano le mani. «Vuoi parlare dei mesi mancanti? quanti erano?»

«Ventitré mesi, sette giorni e sei ore» scherzò Aenea.

"Quasi due anni standard" pensai. "E non vuole raccontarmi cosa le è accaduto in quel periodo." Non l’avevo mai vista esercitare un controllo così rigido su se stessa: era come se cercasse di tenersi fisicamente unita, lottando contro una terribile forza centrifuga.

«Ne parleremo più avanti» disse infine Aenea. Indicò dalla porta spalancata la parete dello strapiombo a ovest del tempio. «Guarda.»

Riuscivo appena a distinguere sulla stretta cornice alcune figure, bipedi e quadrupedi. Distavano ancora parecchi chilometri. Andai al sacco da montagna, ricuperai il binocolo e scrutai quelle figure.

«Gli animali da soma sono zigocapre» disse Aenea. «I portatori sono stati assunti al mercato Phari e vi torneranno stamattina. Vedi qualcuno che conosci?»

Ne conoscevo uno. Il viso azzurro nel cappuccio del chuba era lo stesso di cinque anni fa. Mi girai verso Aenea, ma lei aveva chiaramente terminato di parlare dei due anni mancanti. Allora lasciai che cambiasse di nuovo argomento.

Così Aenea cominciò a farmi domande e parlavamo ancora, quando giunse A. Bettik. Le donne, Rachel e Theo, si presentarono qualche minuto dopo l’androide. Un tatami, ripiegato, rivelò un braciere per cottura nel pavimento accanto alla parete aperta; Aenea e A. Bettik cucinarono la cena per tutti. Vennero altre persone e mi furono presentate: i capisquadra George Tsarong e Jigme Norbu; due sorelle che si occupavano di quasi tutto il lavoro d’intaglio delle ringhiere, Kuku e Kay Se; Gyalo Thondup, in veste di seta da cerimonia, e Jigme Tarin in divisa militare; il monaco insegnante Chim Din e il suo maestro Kempo Ngha Wang Tashi, abate del gompa al Tempio a mezz’aria; una monaca di nome Donka Nyapso; un agente di commercio di nome Tromo Trochi di Dhomu; Tsipon Shakabpa, sovrintendente ai lavori per conto del Dalai Lama; il famoso scalatore e aviatore Lhomo Dondrub, forse l’uomo più straordinario che avessi mai visto e (lo scoprii più tardi) uno dei pochi che bevessero birra o spezzassero pane con i Dugpa, i Drukpa o i Drungpa.

La cena consisteva di tsampa e di momo, orzo abbrustolito mescolato con tè al burro di zigocapra, che formava una pastella arrotolata in palline e mangiata insieme con altre palline di farina cotta a vapore contenenti funghi, lingua fredda di zigocapra, pancetta zuccherata e pezzetti di pera che (mi disse A. Bettik) provenivano dai leggendari giardini di Hsi wang-mu. Mentre venivano distribuite le ciotole, giunsero altri ospiti: Labsang Samten, fratello maggiore dell’attuale Dalai Lama (mi mormorò A. Bettik), al terzo anno di servizio in monastero qui al tempio; diversi Drungpa delle gole boscose, compreso il mastro carpentiere Changchi Kenchung dai lunghi mustacchi incerati; l’interprete Perri Samdup e Rimsi Kyipup, un giovane pensieroso e infelice, montatore di impalcature.

Non tutti i monaci che passarono di lì quella sera discendevano da coloni di origine cinese o tibetana della Vecchia Terra. A ridere e ad alzare con noi i loro boccali di birra c’erano gli indomiti montatori Haruyuki Otaki e Kenshiro Endo, i mastri artigiani di bambù Voytek Majer e Janusz Kurtyka, i mastri mattonai Kim Byung-Soon e Viki Groselj. Il sindaco di Jo-kung, la più vicina città sullo strapiombo, era presente: Charles Chi-kyap Kempo, che fungeva anche da camerlengo di tutti i sacerdoti di grado elevato del tempio ed era membro designato delle due Tsongdu, assemblee regionali degli anziani, e consigliere del Yik-Tshang, il "Nido delle lettere", il gruppo segreto di quattro persone che teneva d’occhio il progresso dei monaci e nominava tutti i sacerdoti. Charles Chi-kyap Kempo fu il primo del nostro gruppo a bere tanto da addormentarsi. Chim Din e diversi altri monaci lo tirarono lontano dal bordo della piattaforma e lo lasciarono a russare in un angolo.

C’erano altri, almeno quaranta persone avevano riempito la piccola pagoda, mentre l’ultima luce del sole svaniva e il chiarore dell’Oracolo e di tre delle sue sorelle illuminavano la sommità delle nubi in basso, ma dimenticai il loro nome, quella sera, mentre mangiavamo tsampa e momo, bevevamo birra a volontà e tenevamo accese le torce nel Hsuan-k’ung Ssu.

Alcune ore più tardi, quella stessa sera, uscii per svuotarmi la vescica. A. Bettik mi mostrò dov’erano i gabinetti. Avevo pensato che ci si limitasse a usare il bordo delle piattaforme, ma l’androide mi garantì che in un mondo dove le strutture abitative avevano diversi piani (nella maggior parte dei casi, una struttura ne aveva altre sopra e altre sotto) un’azione del genere era giudicata maleducazione. I gabinetti erano nel fianco della parete a strapiombo, delimitati da partizioni di bambù, e i servizi igienici consistevano in tubi genialmente progettati, canali di scolo che finivano in profonde fenditure della parete rocciosa, oltre a lavandini intagliati in banconi di pietra. C’era perfino una zona docce e acqua a riscaldamento solare per il bucato.

Mi lavai le mani e il viso, tornai sulla piattaforma (la brezza gelida contribuì a farmi smaltire un poco la sbornia) mi fermai accanto all’androide nel chiarore delle lune e guardai la pagoda illuminata dove tutti quanti si erano disposti in cerchi concentrici al cui centro c’era la mia giovane amica. Risate e confusione erano scomparse. Uno alla volta, monaci e sant’uomini e montatori e carpentieri e scalpellini e abati dei gompa e sindaci e muratori rivolgevano a bassa voce domande alla giovane donna e lei rispondeva.

La scena mi ricordò qualcosa, un’immagine recente, che impiegai un minuto a inquadrare: durante la decelerazione a quaranta UA in quel sistema solare, la nave mi aveva mostrato un ologramma del sole di tipo G e dei suoi undici pianeti, due fasce di asteroidi e innumerevoli comete. Aenea era decisamente il sole di quel sistema e tutti gli uomini e le donne in quella stanza orbitavano intorno a lei, con la certezza con cui nella proiezione della nave orbitavano pianeti, asteroidi e comete.

Mi appoggiai a un montante di bambù e guardai A. Bettik. «Farebbe meglio a stare attenta» dissi piano all’androide, pronunciando con cura ogni parola «o cominceranno a trattarla come un dio.»

A. Bettik annuì lievemente. «Non pensano che la signorina Aenea sia un dio, signor Endymion.»

«Bene.» Circondai col braccio le spalle dell’androide. «Bene.»

«Tuttavia» proseguì A. Bettik «molti di loro si stanno convincendo, malgrado lei si sforzi di correggerli, che Aenea è Dio.»

17

La sera in cui A. Bettik e io portiamo la notizia dell’arrivo della Pax, Aenea lascia il gruppo di discussione, si avvicina a noi fermi sulla soglia e ascolta attentamente.

«Chim Din dice che il Dalai Lama ha consentito agli agenti della Pax di occupare il vecchio monastero del lago Lontra all’ombra dello Shivling» comunico.

Aenea rimane in silenzio.

«Non avranno il permesso di usare le loro macchine volanti, ma sono liberi di andare a piedi in qualsiasi parte della provincia. In qualsiasi parte!»

Aenea annuisce.

Mi viene voglia di afferrarla e di scuoterla. «Ciò significa che presto sentiranno parlare di te, ragazzina» dico, brusco. «Nel giro di qualche settimana, forse di qualche giorno, qui ci saranno missionari che ficcheranno il naso dappertutto e informeranno l’enclave della Pax.» Lascio uscire il fiato. «Merda, saremo fortunati se saranno semplici missionari e non militari.»

Aenea resta in silenzio ancora un minuto. Poi dice: «Siamo già fortunati che non si tratti della Commissione per la giustizia e la pace».

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