Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
Ci trovammo fra la gente. I variopinti chuba e le onnipresenti imbracature da scalata non erano qui il solo comune denominatore: i visi che mi scrutavano con educata curiosità per la maggior parte parevano di ceppo asiatico della Vecchia Terra; le persone erano relativamente basse di statura, per un pianeta di gravità quasi standard; facevano un cenno di saluto e si scostavano rispettosamente davanti a Rachel che mi guidava tra la folla, su per le scalette, lungo corridoi interni profumati di incenso e di legno di sandalo, sotto verande e su ponti sospesi e scalinate di squisita fattura. In breve ci trovammo nei piani superiori del tempio, dove la costruzione procedeva a passo spedito. Le figurette viste prima col binocolo adesso erano persone viventi che grugnivano sotto pesanti ceste di pietre, individui che puzzavano di sudore e di lavoro onesto. La silenziosa efficienza che avevo osservato dalla loggia della nave ora divenne una rumorosa mistura di martellate, del sonoro ticchettio di scalpelli, dell’eco di picconi, del frastuono di operai che vociavano e facevano gesti nel controllato caos comune a ogni cantiere.
Dopo varie scalinate e tre lunghe scale a pioli che arrivavano alla piattaforma più alta, mi fermai a prendere fiato prima di affrontare l’ultima scaletta. Aria ricca di ossigeno o no, quella salita era una dura fatica. Notai che Rachel mi guardava con l’equanimità che potrebbe essere facilmente scambiata per indifferenza.
Alzai gli occhi e vidi una giovane donna scavalcare il bordo della piattaforma più alta e scendere con grazia la scaletta. Per un brevissimo istante mi sentii il cuore balzare in gola — Aenea! — ma poi vidi come la donna si muoveva, vidi i capelli corti sulla nuca e seppi che non era la mia amica.
Mi scostai con Rachel dalla base della scaletta, mentre la donna saltava gli ultimi pioli. Era grossa e solida, alta come me, con lineamenti forti e occhi di un viola sorprendente. Pareva sui cinquanta standard, era molto abbronzata e in ottime condizioni fisiche; dalle piccole rughe chiare agli angoli degli occhi e della bocca si sarebbe detto che anche a lei piaceva ridere spesso.
«Raul Endymion» disse, porgendomi la mano «sono Theo Bernard. Aiuto a costruire cose.»
Risposi con un cenno. La sua stretta di mano era decisa come quella di Rachel.
«Aenea ha quasi terminato lassù» disse Theo Bernard, indicando la scaletta.
Lanciai un’occhiata a Rachel.
«Tu continua» mi disse lei. «Noi abbiamo da fare.»
Salii, una mano dopo l’altra. Probabilmente c’erano sessanta pioli nella scaletta di bambù e nel salire mi resi conto che la piattaforma da cui ero partito era molto piccola, se si cadeva, mentre l’abisso poco più in là non aveva fondo.
Raggiunta la piattaforma superiore, vidi le rozze baracche da cantiere e le aree di pietra scalpellata dove avrebbero costruito l’ultima ala del tempio. Ero consapevole delle incalcolabili tonnellate di pietra che iniziavano a soli dieci metri dalla mia testa: la sporgenza rocciosa formava un angolo verso l’alto e all’infuori, come un soffitto di granito. Piccoli uccelli dalla coda forcuta saettavano e planavano fra le crepe e le fessure della sporgenza.
Poi rivolsi tutta l’attenzione alla figura che emergeva dalla più grande delle due baracche.
Era Aenea. Gli occhi arditi e scuri, il sorriso non impacciato, gli zigomi sporgenti, le mani delicate, i capelli biondocastani tagliati con noncuranza e ora agitati dal forte vento che soffiava lungo la parete dello strapiombo. Non era molto più alta dell’ultima volta, quanto basta per baciarla in fronte, ma era cambiata davvero.
Ansimai. Avevo visto persone crescere e maturare, naturalmente, ma erano i miei amici, quando anch’io crescevo e maturavo. E non avendo avuto figli l’attenta osservazione di qualcuno che maturava era avvenuta solo durante i quattro anni e qualche mese della mia amicizia con quella ragazzina. Per molti aspetti, capii, Aenea aveva lo stesso aspetto del giorno del suo sedicesimo compleanno, cinque dei suoi anni fa, a parte la scomparsa totale della morbidezza infantile, zigomi più accentuati e lineamenti più fermi, fianchi più larghi e seni un po’ più sviluppati. Portava calzoni di saia, stivali alti, una camicetta verde che ricordavo dai tempi di Taliesin West e una giacca cachi che si gonfiava al vento. Vedevo che braccia e gambe le si erano irrobustite, con una muscolatura più pronunciata di quella che ricordavo sulla Vecchia Terra… ma non erano i soli cambiamenti.
Tutto era cambiato, in lei. La bambina che conoscevo era svanita. Al suo posto c’era una donna; una donna strana, che camminava in fretta verso di me sulla scabra piattaforma. Non si trattava solo di lineamenti più decisi e forse di carne un po’ più soda sul fisico ancora snello: si trattava di solidità. Di portamento. Aenea era sempre stata la persona più viva, animata e completa che avessi mai conosciuto, anche da bambina. Ora che quella bambina era svanita, o almeno sommersa nella donna adulta, vedevo la sua solidità dentro quell’aura animata.
«Raul!» Aenea completò di corsa gli ultimi passi che ci separavano, si fermò davanti a me, mi prese per le braccia.
Per un istante pensai che mi avrebbe baciato sulla bocca come aveva fatto, come la sedicenne Aenea aveva fatto, negli ultimi minuti trascorsi insieme sulla Vecchia Terra. Invece alzò la mano e me la posò sul viso, facendo correre le dita lungo la linea della guancia, fino al mento. Nei suoi occhi c’era una luce, di che cosa? Non divertimento. Di vitalità, forse. Di felicità, mi augurai.
Mi sentii la lingua incollata. Aprii bocca, alzai la destra come per toccarle la guancia, la lasciai cadere.
«Raul, maledizione, è davvero bello vederti!» Mi tolse dal viso la mano e mi abbracciò con una intensità che rasentava la violenza.
«È bello vederti, ragazzina.» Le diedi colpetti sulla schiena, sentendo sotto il palmo la ruvida stoffa della giacca.
Aenea arretrò di un passo, ora con un ampio sorriso, e mi tenne per gli avambracci. «Il viaggio per riprendere la nave è stato terribile? Racconta!»
«Cinque anni!» sbottai. «Perché non mi hai detto…»
«Te lo dissi. Te lo gridai.»
«Quando? Ad Hannibal? Mentre ero…»
«Sì. Allora gridai: "Ti amo". Ricordi?»
«Questo lo ricordo, ma se sapevi… cinque anni, voglio dire…»
Parlavamo tutt’e due insieme, quasi farfugliando. Mi ritrovai a cercare di raccontarle tutto dei teleporter, del calcolo renale su Virus-Gray-Balianus B, degli Spettroelica di Amoiete, del pianeta di nuvole, della creatura seppia/calamaro, e intanto facevo domande e riprendevo a farfugliare prima che lei potesse rispondere.
Aenea continuò a sorridere. «Sei sempre lo stesso, Raul. Sempre lo stesso. Ma, diavolo, perché saresti dovuto cambiare? Per te si è trattato solo di… un paio di settimane di viaggio e un freddo sonno nella nave.»
Lo stordimento di felicità fu inondato dalla collera. «Maledizione, Aenea» dissi, serio. «Dovevi parlarmi del debito temporale! E forse anche del passaggio in un pianeta senza fiume né terreno solido. Potevo morire.»
Aenea annuiva. «Ma non lo sapevo con certezza, Raul! Niente certezza, solo le solite… possibilità. Per questo A. Bettik e io abbiamo aggiunto al kayak la paravela.» Rise di nuovo. «Direi che ha funzionato.»
«Ma sapevi che sarebbe stata una lunga separazione. Anni, per te.» Non la formulai come domanda.
«Sì.»
Aprii bocca, sentii la collera svanire con la stessa rapidità con cui era giunta. Presi per le braccia Aenea. «È bello rivederti, ragazzina.»
Lei mi abbracciò di nuovo, stavolta mi baciò sulla guancia come faceva da bambina quando la deliziavo con qualche battuta o commento. «Vieni» disse. «Il turno pomeridiano è terminato. Ti mostrerò la nostra piattaforma e ti presenterò ad alcune persone.»