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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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"La nostra piattaforma?" ripetei tra me. Seguii Aenea giù per scalette e ponti che non avevo notato quando ero giunto con Rachel.

«A te è andato tutto bene, Aenea? Voglio dire… è tutto a posto?»

«Sì.» Mi guardò da sopra la spalla e mi sorrise di nuovo. «Va tutto bene, Raul.» Attraversammo una terrazza sul fianco della più alta di tre pagode disposte l’una sull’altra. Mentre percorrevamo la stretta terrazza, la piattaforma dondolò un poco; e quando mettemmo piede nell’angusto passaggio tra le pagode, l’intera struttura vibrò. Notai che alcune persone lasciavano la pagoda più a ovest e tornavano per lo stretto sentiero sulla cornice lungo la parete dello strapiombo.

«Questa parte sembra traballante, ma è abbastanza robusta» disse Aenea, notando la mia apprensione. «Travi di robusto pino bonsai, conficcate in fori scavati nella roccia. Sostengono l’intera infrastnittura.»

«Marciranno di sicuro» dissi, seguendola su un breve ponte sospeso. Dondolammo nel vento.

«Marciscono, infatti» disse Aenea. «Negli ottocento e passi anni di esistenza del tempio, sono stati sostituiti parecchie volte. Nessuno sa con esattezza quante. Le loro documentazioni sono più traballanti dei pavimenti.»

«E sei stata assunta per completare questo posto?» domandai. Eravamo giunti in una terrazza di legno color vino. All’estremità, una scala a pioli portava a un’altra piattaforma e a un ponte ancora più stretto che da lì proseguiva.

«Sì. Sono architetto e capocantiere, più o meno. Dopo il mio arrivo, ho sovrinteso alla costruzione di un tempio taoista vicino a Potala e il Dalai Lama ha pensato che avrei potuto terminare i lavori del Tempio a mezz’aria. Nel corso degli ultimi decenni l’impresa ha frustrato diversi sedicenti restauratori.»

«Dopo il tuo arrivo» ripetei. Intanto eravamo giunti su un’alta piattaforma al centro della costruzione. Era circondata da magnifiche ringhiere intagliate e conteneva due piccole pagode appollaiate proprio sul bordo. Aenea si fermò alla porta della prima.

«Un tempio?» domandai.

«La mia abitazione» rispose con un sorriso, indicando l’interno. Vi lanciai un’occhiata. La stanza era quadrata, solo tre metri per tre, con pavimento di legno lucido e due piccoli tatami. La cosa più singolare era la parete di fondo, che semplicemente non c’era. I paraventi shoji della stanza erano stati chiusi e la parete di fondo terminava all’aria aperta. Un sonnambulo sarebbe finito nell’oblio, lì dentro. La brezza che risaliva la facciata dell’abisso faceva stormire le fronde di tre rami tipo salice posti in un magnifico vaso giallo mostarda su una bassa pedana di legno accostata alla parete ovest. Era l’unico ornamento della stanza.

«Negli edifici ci togliamo le scarpe, esclusi i corridoi di transito che hai già percorso nel venire qui» disse Aenea. Mi guidò alla seconda pagoda. Era quasi identica alla prima, a parte i paraventi shoji chiusi e un futon sul pavimento, lì vicino. «Roba di A. Bettik» disse Aenea, indicando un armadietto dipinto di rosso accanto al futon. «Ti abbiamo sistemato qui. Entra.» Si tolse gli stivali, andò ai tatami, aprì i paraventi shoji e si sedette a gambe incrociate.

Mi tolsi gli stivali, deposi contro la parete sud lo zaino e mi andai a sedere accanto a Aenea.

«Bene» disse lei, prendendomi ancora per le braccia. «Accidenti.»

Per un minuto non trovai parole. Mi domandai se l’altitudine o l’aria ricca d’ossigeno mi rendessero così sensibile all’emozione. Mi concentrai sulle file di persone in vivaci chuba che lasciavano il tempio e percorrevano verso ovest le strette cornici e i ponti lungo la parete dello strapiombo. Proprio davanti alla porta spalancata della pagoda c’era il lucente massiccio dell’Heng Shan, con i suoi campi di ghiaccio che brillavano nella luce del tardo pomeriggio. «Oddio» mormorai. «Questo posto è veramente bello, ragazzina.»

«Sì. E anche micidiale, se non si sta attenti. Domani A. Bettik e io ti condurremo su per la parete e ti faremo un corso d’aggiornamento sulle attrezzature da scalata e sul protocollo.»

«Un corso per principianti, vorrai dire» la corressi. Non riuscivo a smettere di guardare il suo viso, i suoi occhi. Avevo paura che, se avessi toccato di nuovo la sua pelle, una scarica elettrica visibile sarebbe scoccata fra noi due. Ricordai lo shock elettrico che mi colpiva ogni volta che la sfioravo, quando lei era bambina. Trassi un respiro. «E va bene» dissi. «Quando sei giunta qui, il Dalai Lama… qualsiasi cosa sia… ha detto che potevi lavorare qui al tempio. Ma quando sei arrivata? E come? Quando hai conosciuto Rachel e Theo? Chi altri conosci bene, qui? Cos’è accaduto dopo che ci siamo salutati ad Hannibal? Cos’è accaduto a tutti gli altri a Taliesin? I soldati della Pax ti hanno dato la caccia? Dove hai imparato tutta quella roba di architettura? Parli ancora con i Leoni e Tigri e Orsi? Come hai fatto a…»

Aenea alzò la mano. Rideva di cuore. «Una cosa per volta, Raul. Anch’io devo sapere tutto del tuo viaggio.»

La guardai negli occhi. «Ho sognato che discutevamo. Mi hai parlato dei quattro passi… imparare il linguaggio dei morti… imparare…»

«Il linguaggio dei vivi» terminò lei per me. «Sì, ho fatto anch’io quel sogno.»

Di sicuro inarcai le sopracciglia.

Aenea sorrise e mise le mani sulle mie: erano più grandi, coprivano i miei pugni. Ricordai quando tutt’e due le sue sarebbero scomparse in una delle mie. «Ho fatto davvero quel sogno, Raul. Ho sognato che soffrivi molto… alla schiena…»

«Calcolo renale» dissi, trasalendo al ricordo.

«Sì. Dimostra, immagino, che siamo ancora amici, se riusciamo a fare lo stesso sogno anche separati da anni luce.»

«Anni luce» ripetei. «Già, Aenea, come hai fatto ad attraversarli? Come sei giunta qui? In quali altri posti sei stata?»

Aenea annuì e iniziò a raccontare. Il vento che entrava dalla parete di paraventi ripiegati le arruffò i capelli. Mentre lei parlava, la luce della sera divenne più ricca e più alta sulla grande montagna verso nord e sulla facciata dell’abisso a est e a ovest.

Aenea era stata l’ultima a lasciare Taliesin West, ma solo quattro giorni dopo la mia partenza in kayak sul Mississippi. Gli altri apprendisti erano partiti varcando altri teleporter: la navetta aveva consumato le ultime scorte di energia e li aveva trasportati alle varie arcate, nei pressi del Golden Gate, sul bordo del Grand Canyon, in cima alle facce di pietra del monte Rushmore, sotto le travi arrugginite delle incastellature di lancio nel parco storico spazioporto Kennedy, sparse a quanto pareva su tutto l’emisfero occidentale della Vecchia Terra. Il teleporter usato da Aenea si trovava in una casa di adobe di un pueblo a nord della città abbandonata di Santa Fe. A. Bettik aveva varcato con lei quel teleporter. Provai una punta di gelosia per questo, ma rimasi in silenzio.

Il primo teleporter aveva portato Aenea su un pianeta ad alta gravità, Ixion. Lì la Pax era presente, ma concentrata soprattutto nell’emisfero opposto. Ixion non si era mai ripreso appieno dalla Caduta e l’alto pianoro coperto di giungla dove erano emersi Aenea e A. Bettik era un labirinto di rovine invase dalle erbacce, popolate soprattutto da belligeranti tribù di neomarxisti e di fautori della rinascita dei nativi americani, mistura volatile ulteriormente destabilizzata da bande di fuorilegge e di ARNisti erranti che tentavano di riportare in vita tutte le specie classificate di dinosauri della Vecchia Terra.

Aenea ne fece un racconto divertente: il trucco di nascondere la pelle azzurra di A. Bettik e la sua evidente natura di androide mediante grandi quantità di pitture decorative facciali usate dagli indigeni, l’audacia di una sedicenne che chiedeva denaro (nel caso specifico, cibo e pellicce in baratto) per capeggiare i tentativi di ricostruzione nelle vecchie città ixiane di Canbar, Iliumut e Maoville. Ma tutto era andato liscio. Aenea non solo aveva riprogettato e ricostruito tre centri della vecchia città e innumerevoli abitazioni più piccole, ma aveva iniziato una serie di "circoli di discussione" che richiamavano ascoltatori da una decina di tribù in guerra.

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